Carlo Diano: ritratto familiare; elogio Silvanae uxori

Un ritratto affettuoso del grande studioso da parte della figlia minore che ne ripercorre il pensiero, le amicizie e alcuni momenti particolarmente significativi dalla nativa Vibo Valenza agli studi, all’insegnamento prima nei licei di Viterbo e Roma e poi all’Università di Padova e alla vasta produzione letteraria tra cui le importantissime traduzioni dal greco che i maggiori attori italiani, da Vittorio Gassmann a Valeria Moriconi, hanno portato sulla scena. Al ritratto del padre Maria Grazia aggiunge il ricordo della madre, compagna e consigliera del grande studioso, grecista, filologo, filosofo e storico.

 

 

   E’ molto difficile per me, che sono la figlia minore ,quella che è rimasta orfana troppo presto per poter godere delle sue lezioni affascinanti e innovative, fare un ritratto esaustivo e preciso di mio padre.

   Per una timidezza innata e un senso di umiltà che fanno parte del mio carattere, sono rimasta sempre defilata nell’ombra.

   Credo però che, per quel poco che mi è dato ricordare e aver vissuto in famiglia, io possa parlare della figura di mio padre, non dal punto di vista dello studioso, ma da quello umano e familiare.

   Della sua giovinezza so che, orfano di padre, fratello maggiore di quattro figli, ebbe una breve infanzia, a causa della morte precoce del padre a soli otto anni di età, che lo costrinse, come figlio maggiore, a bruciare le tappe e a laurearsi in fretta a soli ventun anni, con una tesi su Leopardi.

   Della spensieratezza della prima fanciullezza, amava ricordare di aver giocato tra gli ulivi con le monete antiche che, scavando poche dita sotto terra, affioravano con facilità intorno a Monteleone Calabro (l’odierna Vibo Valentia).

   A proposito dei suoi amici calabresi spicca Carlo Felice Crispo, in ricordo del quale papà si lasciò andare a un elogio all’amicizia, che si può leggere nella sua opera: “Saggezza e poetiche degli antichi” (Neri Pozza, 1968); e che il suo raffinato ed insigne allievo, suo successore alla Cattedra, il prof. Oddone Longo, ricorda altresì nel suo saggio negli “Atti del Convegno di Studio su Carlo Diano (1902-1974)” (Editrice Antenore, 1986), nel quale, tra l’altro, traccia un completo e acuto profilo del suo pensiero.

   “…E allora mi lasciavo andare con lui alla sua ispirazione e lo seguivo. E per lui compresi che v’è un culmine in cui tutte le forme e le attività dello spirito convergono, e su quel culmine non vi son più parole, e l’anima bisogna che s’apra e accolga.

   Carlo Felice Crispo, non ricordi? In uno di questi momenti io ti dissi: Vi voglio bene! E tu mi capisti, e ridevi, ed eravamo sotto il nostro cielo, su una delle alture di fronte alla nostra città, e intorno a noi era un mare di ulivi d’argento, e bisbigliavano il canto della nostra terra, degli infiniti morti che vi dormono, dei tuoi, dei miei padri. Ed ora vi dormi anche tu. Come gli orfici di Petelia e di Thurii hai placato la tua sete alla fonte eterna che è a destra, sotto il cipresso, hai bevuto l’acqua della Memoria ed hai pronunciato le parole: “Puro vengo da puri, e sono figlio della Terra e del Cielo stellato”.

    Ritornando alla giovinezza di papà, della quale non parlava mai, per aver sofferto tanto a causa delle difficoltà economiche e per il senso del dovere come nuovo capofamiglia, che gli impose di  mantenere madre e fratelli,accennò talvolta allo studio a lume di candela, e alla tessera di giornalista come reporter di cronaca nera, che lo costringeva a scrivere di notte, mentre di giorno studiava e insegnava. Io ricordo papà sempre sveglio: dormiva due o tre ore per notte; per il resto si sentiva per tutta casa il ticchettio della sua fedele Olivetti.

   Spesso girava per le stanze, fissandoti ma non vedendoti, tutto assorto nei suoi pensieri creativi, a tratti muovendo le labbra in cerca del verso o della parola giusti e musicali, che potessero tradurre adeguatamente dal greco il concetto che aveva in mente. E musicali e comprensibili le sue traduzioni lo erano veramente, a conferma degli attori che, periodicamente, durante le preparazioni alle recite delle tragedie greche da lui tradotte, frequentavano casa nostra: V. Gassmann, E. Zareschi, A. Ninchi, S.Fantoni, A.Tieri, V.Moriconi ecc.; i quali si complimentavano con papà perché riuscivano finalmente a capire i testi che recitavano.

   Spesso anche per strada mio padre si fermava all’improvviso con lo sguardo rapito e assente, sulla scia di qualche illuminazione improvvisa.

   Si può ben dire che l’arte era sempre con lui e lui stesso era l’arte, ventiquattr’ore su ventiquattro.

   Casa nostra era un crocevia di studiosi e allievi tutti i giorni, un vero e proprio salotto letterario, una fucina continua di idee di grandi menti; la nostra insomma non era una vita normale.

   So che grazie ai suoi vari incarichi di gioventù papà mantenne agli studi i suoi tre fratelli, che riuscirono così a diplomarsi tutti.

   Si sa poi, che dovendo commemorare alla radio il suo maestro Giovanni Gentile, rischiò la vita perché, per libertà di pensiero, era sprovvisto della tessera di fascista. E alla libertà di pensiero fu sempre fedele tutta la vita.

   Ma mio padre, pur vivendo in cattedra sia fuori che dentro casa, aveva un animo ingenuo e generoso. Alcuni suoi allievi erano quasi costantemente presenti a pranzo e a cena a casa nostra, e molti furono i ragazzi promettenti ma indigenti da lui aiutati negli studi.

   Era un uomo libero, diceva sempre quello che pensava, e non si schierò mai da nessuna parte, proprio perché andava ripetendo che un intellettuale doveva vivere libero da qualunque legame per poter esprimere le proprie opinioni e il proprio pensiero.

   Era un anticonformista per natura: non seguiva mai nessuna corrente, e non si poteva catalogare sotto alcuna etichetta.

   Amava l’eleganza ma anche la comodità: ricordo che qualche volta accompagnai lui e mia madre dal suo sarto ‘Ciscato’ fuori città, per la prova degli abiti.

   Il povero sarto era disperato perché non riusciva a fare le prove in maniera normale: papà infatti continuava ad eseguire circonvoluzioni improbabili con le braccia e le gambe, per dimostrare la limitazione dei movimenti; in breve, ogni volta, il sarto usciva dalla stanza con qualche scusa, per poi sbirciare la caduta dell’abito dalla fessura della porta.

   Ricordo l’amico fraterno padovano, lo storico dell’arte Sergio Bettini, con il quale passavano interi pomeriggi a conversare, e che abitava in una villetta a Torre, con un grazioso giardino all’Italiana, all’ingresso del quale dominava una scultura di Alberto Viani; e l’amicizia con il compositore Francesco Malipiero, che a volte andavamo a trovare ad Asolo per uno scambio reciproco di idee. A tal proposito mi faceva impressione la sua villa dalle stanze oscure; al centro della prima troneggiavano lugubri bacheche con una imponente collezione di imenotteri infilzati da spilli. Malipiero inoltre componeva in una stanza buia, con le persiane chiuse, al lume di una lampada da tavolo.

   Altro frangente per dimostrare come a papà non importasse niente dei commenti altrui erano i viaggi estivi in auto, in genere verso la Toscana o il sud, quando, per sopperire alla calura che oltremodo pativa, e che gli cuoceva la testa, si fermava alle fontane dei vari paesi, e passava sotto l’acqua l’immancabile cappello di paglia, per rimetterselo in testa fradicio (con le inevitabili risatine dei ragazzini locali); una volta ci fece tornare indietro di cento chilometri perché aveva dimenticato da qualche parte l’amata paglietta. D’altra parte Beethoven, per sbollire la testa e rinfrescare le idee, la cacciava spesso nella tinozza dell’acqua fredda; e fu così, che a furia di otiti, divenne sordo.

   Ma non si può comprendere mio padre senza accostargli la fedele compagna della sua vita: l’amatissima moglie Tosca, per tutti Silvana, suo secondo nome.

   Galeotte furono le lezioni di latino che papà, fittavolo insieme a parte della sua famiglia all’ultimo piano della villa di mio nonno materno a Roma, in viale Regina Margherita, impartiva a mia madre, terza di dieci figli. Nonostante i venticinque anni di differenza, mamma rimase rapita dall’ingegno, dalla cultura e dal fascino oratorio di papà. La loro fu una unione di grande amore, grazie anche alla stabilità e alla disciplina che mamma riuscì a portare nella vita di papà, durata fino alla morte di lui, in seguito a lunga agonia. Io ero appena diciannovenne, e tutto sommato, per via dell’impegno scolastico che mi assorbiva tutta la giornata, non ero riuscita a godere che raramente, delle sue magnifiche lezioni accademiche.

   Vorrei ricordare altresì la sua vitalità prorompente: instancabile nel lavoro, iperattivo e sempre alla ricerca della Verità, che insegnava ad inseguire ai suoi studenti, con teorie e deduzioni concatenate, salvo poi smontare le tesi per ricominciare la ricerca in altre maniere. Pochi riuscivano a stargli dietro, men che meno i suoi collaboratori di Istituto, che confessarono a volte di sentirsi distrutti e svuotati dopo alcune ora passate assieme, nel tentativo di seguirlo ed inseguirlo. Perfino mamma, con tutti i suoi venticinque anni in meno, arrivava a stento a fine giornata.

   E’ per me doveroso dare qui il giusto riconoscimento a mia madre, che per tutta la loro unione fu la musa ispiratrice, la consigliera, l’arguta critica e l’ordinatrice dei suoi appunti; e che per il suo intuito particolare, diede sempre a mio padre preziosi suggerimenti., tenendosi umilmente nell’ombra.

   Papà era attaccatissimo a mamma, tanto che le dedicò la sua opera più emblematica: Forma ed Evento, “Silvanae uxori”. Lui era così innamorato della moglie che ogni tanto parlava di lei anche durante le lezioni, quando, con fare rapito, diceva ai suoi studenti:” Voi non potete sapere quanto sono belle le donne abruzzesi che abitano a Roma”. E mamma, abruzzese di origine, era veramente bellissima: grandi occhi verdi, magnetici, capelli corvini, fisionomia etrusca. Devo anche riconoscere che mio padre, grandissimo genio poliedrico, non avrebbe potuto incanalare ordinatamente le sue numerose doti senza il concreto punto di riferimento che fu mia madre.

   Purtroppo, con la morte di lei pochi mesi fa, si è persa la testimonianza più importante e diretta dell’ingegno di papà, con gli aneddoti preziosi che ne qualificavano la personalità.

   Tra i ricordi di mamma ce n’erano alcuni che riguardavano le lezioni di papà. Durante quelle nei licei Tasso e Mamiani di Roma (prima di salire in cattedra a Padova) egli amava portare

i suoi alunni direttamente a far lezione ai Fori Imperiali, conversando in Greco e in Latino; e durante quelle universitarie qui a Padova, che spaziavano dalla letteratura greca alla filosofia, alla filologia, alla storia delle religioni, musica, arte, affollatissime di ragazzi provenienti dalle più svariate facoltà, passando tra i banchi e ponendo domande, spesso si rivolgeva allo studente più intuitivo così:” Tu ti laureerai con me”. E fu così che molti, stregati, per seguirne le affascinanti lezioni, perché mio padre era un oratore con un carisma eccezionale, cambiarono indirizzo di studi.

   Successe anche a uno studente di Medicina, Enzo Degani, che, trascinato da un amico a sentire una lezione di Carlo Diano, e interrogato da lui, si sentì rispondere: tu ti laureerai con me; fu così che decise di passare a Lettere diventando poi un insigne professore all’Università di Bologna.

   Gli ultimi mesi della vita di mio padre, malato e sofferente, frotte di ragazzi, liceali e universitari suonavano il campanello di casa in gruppo, e si accovacciavano intorno alla sua poltrona: “Maestro ci parli di qualunque cosa, purché ci parli”.

   Papà si spense il 12/12/1974, all’età di settantadue anni, all’ospedale di Padova, dopo tre mesi di tremenda agonia, e tre anni di malattia, assistito ventiquattr’ore su ventiquattro dalla sua adorata Silvana, della quale pronunciò a metà il suo nome spirando.

   Gli ultimi tempi, quando sentiva le forze scemare e ormai la vista era perduta, dettava a mia madre pensieri e poesie, uscite postume, anche per non sentire i dolori, come andava dicendo.

   In fondo visse e morì da Stoico, e vorrei dire anche da vero cristiano.

   “Arso stecchito
squarciato dal fulmine
nudo
mette ancora una gemma:
pallida come una preghiera
domanda al cielo di poter fiorire”

e ancora:

“Chiunque mi parli di Cristo
è buon messaggero:
non odo quello che dice:
ad ogni parola odo: Cristo!”

(da Limite Azzurro, 1974)

 

“E di gemme, caro papà, ne hai messe in tanti cuori”.

Ora finalmente, con la morte anche di mamma, si è chiuso quel cerchio della chiusa Forma che ancora era rimasto aperto.

Maria Grazia Diano

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