Giulio e Barbara Strozzi

Abstract:

Tra Venezia e Padova vivono nel 1600 due dei più importanti madrigalisti veneti, Giulio Strozzi (Venezia, 1583-1652) e Barbara Strozzi (Venezia, 1619 – Padova, 1677), tra i migliori rappresentanti di quella venezianità gaudente e salottiera, grande per storia e cultura, letteraria e musicale, come per miserie e pregiudizi.

Two of the most important Venetian madrigalists lived between Venice and Padua in the 1600; they were Giulio Strozzi (Venice, 1583-1652) and Barbara Strozzi (Venice, 1619 – Padua, 1677), one of the best representatives of that hedonistic and courtly Venetian identity, great for his history. and culture, both literary and musical, as for miseries and prejudices.

Giulio

Giulio Strozzi. Librettista e poeta, noto anche con lo pseudonimo di Luigi Zorzisto, figlio di Roberto Strozzi, parente del condottiero Piero Strozzi, vive tra Roma, Urbino e Padova prima di trasferirsi a Venezia. Pubblica poesie, testi teatrali e libretti d’opera. Numerosi i testi per musica: La finta pazza Licori (1627) e Proserpina rapita (1630) per Claudio Monteverdi, La finta pazza (1641) per Sacrati, La Delia o sia la Sera sposa del Sole (1639) per Manelli, Il Romolo e ’l Remo (1645) e Veremonda (1652) per Francesco Cavalli. Scrive due poemi epici: La Venetia edificata (1621), Il Barbarigo, overo L’amico sollevato (1626), una tragicommedia Erotilla (1615) e Il Natal di Amore, un testo teatrale barocco, insieme di commedia, tragedia e dramma pastorale in versi con personaggi ed elementi del mito classico di cui esiste una recente riedizione (2010) a cura di Marco Arnaudo.

Giulio Strozzi si diletta a scrivere versi per il canto. In Madrigali per Barbara, recentemente riediti; vanno sottolineate la leggerezza con cui esalta le nudità di Venere (Le tre Grazie a Venere) e la naturalezza con cui consiglia agli amanti di lasciarsi trascinare nel vortice amoroso, il tutto pensato e scritto in funzione della resa musicale affidata alla figlia adottiva, o forse figlia naturale, poi adottata, e ottima compositrice, Barbara.

Barbara

Barbara Strozzi, detta La virtuosissima cantatrice. Compositrice e soprano italiana, esponente della musica barocca, è allieva del padre, di Marcantonio Cesti e di Francesco Cavalli”. Seguace della Seconda prattica di Claudio Monteverdi compone per due strumenti e basso continuo; si conoscono otto volumi delle sue composizioni tra cui Il primo libro di madrigali, testi di Giulio Strozzi, dove pone particolare attenzione alla voce di soprano Arie, Cantate, Ariette, Duetti. Notevole il ritratto qui riprodotto del pittore, ex frate, Bernardo Strozzi detto il Cappuccino (omonimo ma non parente); dal ritratto si potrebbe dedurre una posa da cortigiana della Strozzi, ‘professione’ suggerita ai detrattori dalla sua spregiudicatezza, dalle frequentazioni mondane, dalle innumerevoli insinuazioni e gelosie. La sua morte avvenne a Padova, dimenticata e povera.

Consiglio amoroso

di Giulio Strozzi

O soffrire o fuggire o tacer sempre,
ma con lieto sembiante,
l’offeso deve e mal gradito amante.
Pianti, lamenti, dimostranze acerbe
non faranno cangiar costumi o tempre
a tiranne superbe, onde conviene
in tante amare pene
o soffrirle o fuggirle o tacer sempre.
Ma di che ci dogliam ch’un’incostante
ci sprezzi e ci abbandoni? Ah, frena l’ire;
plácati, incauto amante; ah, soffri e taci;
e se vuoi donna instabile punire
puniscila coi doni,
castigala coi baci.

Le sofferenze d’amore che ritroviamo nel petrarchismo si trasformano nei versi dello Strozzi nella leggerezza di un gioco amoroso, quasi gioco di società, dove la concezione dell’amore non è più struggimento ma ironico, rassegnato disincanto.
E tutta in lode della sua amatissima Barbara, della di lei bellezza e delle doti canore, è quest’altra poesia, sempre scritta per l’abilità compositiva e interpretativa di lei. Se sia stato amore paterno o altra forma d’amore, sta di fatto che lo Strozzi si occupò della educazione, in special modo musicale, di questa sua figliola adottiva e lei ricambiò le attenzioni del genitore mettendo in musica i suoi versi e cantandoli nei salotti veneziani.

Canto di Bella Bocca

Che dolce udire una leggiadra bocca
tutta lieta cantar versi d’amore!
Vaga, vezzosa voce
con passaggio veloce
t’alletta, ti circonda, anzi ti tocca
e dentro va quasi a baciarti il core,
mentre musico labro
spiega d’amore i pregi.
Altro non dice
quel canoro felice
che le gioie che senti;
altro non dice
che i diletti che provi;
altro non dice
che i tuoi piaceri nuovi,
i tuoi vecchi contenti

Dillo, o mio core,
ch’è dolce udire una leggiadra bocca
tutta lieta cantar versi d’amore!
Quell’aura armonizzata
da una gorga canora
ti ravviva e ristora,
ti fa l’alma beata.
Folle sei se non godi e non cominci,
come giù ristretto in un caduco velo,
Tirsi, a gustar le melodie del Cielo.

Alessandro Cabianca

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