Poeti, patrioti e goliardi nella Padova risorgimentale

Abstract

La facoltà di legge di Padova ha accolto come studenti alcuni dei più importanti poeti-patrioti del Risorgimento italiano.
Pochi sanno che Nicolò Tommaseo, Arnaldo Fusinato, Giovanni Prati, Aleardo Aleardi, Ippolito Nievo e Antonio Fogazzaro hanno tutti studiato presso la facoltà di legge dell’Università di Padova, pure laureandosi, con la sola eccezione di Giovanni Prati che non completò gli studi e non conseguì la laurea. Quella facoltà ha dunque rappresentato un centro culturale di rilievo e al tempo stesso un punto di aggregazione delle idee risorgimentali di quei giovani che avrebbero combattuto per la liberazione d’Italia. Ma era tutto il mondo studentesco in fermento, con alcuni dei più autorevoli docenti, come il poeta, filosofo vicentino e sacerdote Giacomo Zanella, che fu tenuto sotto stretto controllo dagli agenti austriaci anche da rettore dell’Università.


The law faculty of Padua has welcomed as students some of the most important poets-patriots of the Italian Risorgimento. Only few know that Nicolò Tommaseo, Arnaldo Fusinato, Giovanni Prati, Aleardo Aleardi, Ippolito Nievo and Antonio Fogazzaro have all studied at the faculty of law of the University of Padova, also graduating, with the single exception of Giovanni Prati who did not complete the studies and he did not achieve the bachelor. That faculty has therefore represented a significant cultural center and at the same time a point of aggregation of the Risorgimental ideas of those young people who would have then fought for the liberation of Italy. But it was the whole student world in turmoil, with some of the most authoritative professors, such as the poet, philosopher and priest from Vicenza Giacomo Zanella, who was kept under strict control by Austrian agents even as rector of the University.

Diamo alcuni cenni generali che riprenderemo nei prossimi numeri della Collana con approfondimenti relativi ai singoli personaggi/poeti.
Aleardo Aleardi fu due volte imprigionato, nella fortezza di Mantova e nel castello di Josephstadt in Boemia. Il periodo di studente a Padova fu per Aleardi il più spensierato come ci comunica in Canto politico scritto in memoria della contessa Marianna Giusti quando ricorda la “ ‘baraonda tanto gioconda’ della mia buona Padova”. Dopo la liberazione fu deputato del Regno di Sardegna e poi senatore del Regno d’Italia.

I poeti

Ippolito Nievo, provenendo dalla facoltà di legge di Pavia, si iscrisse alla facoltà di legge a Padova dopo che, chiusa per le agitazioni liberali, fu riaperta dal governo austriaco; fu garibaldino e partecipò alla spedizione dei Mille fino al naufragio del piroscafo Ercole in navigazione da Palermo a Napoli. A Padova, dove nacque, e visse a più riprese, tra un vagabondaggio e l’altro, concepì il suo capolavoro Le confessioni di un italiano, uscito postumo con il titolo Le confessioni di un ottuagenario.

Anche Niccolò Tommaseo, originario della Dalmazia, si laureò in legge a Padova, fu imprigionato per attività anti austriache e, dopo la caduta della Repubblica di San Marco, dove ebbe cariche importanti, secondo solo a Daniele Manin, fu esiliato a Corfù. Fu infine nominato Senatore del Regno d’Italia.

Giovanni Prati ebbe a subire l’esilio da parte degli Asburgo per il convinto patriottismo unito alla fede monarchica, poi, con la costituzione del Regno d’Italia fu storiografo della Corona e deputato, prima a Torino, quindi a Firenze, poi a Roma, seguendo i vari spostamenti della capitale, infine divenne senatore. Poeta tardo-romantico, ricercò la musicalità del verso, in forme melodiche, con cui esprimere il suo patriottismo, l’affetto per gli umili, l’amore.

Antonio Fogazzaro talmente noto come scrittore al punto che questa notorietà ha oscurato la sua attività di poeta. Il poemetto Miranda e i versi di Valsolda furono molto amati dal pubblico, non dai critici, che li considerarono velleitari (De Sanctis), inconsistenti (Gallarati Scotti) e dilettanteschi, cioè privi di poesia. Fu senatore del Regno d’Italia.

Arnaldo Fusinato, il più inquieto tra questo manipolo di poeti, partecipò alla difesa di Vicenza durante la prima guerra d’indipendenza, poi alla difesa di Venezia. Come molti giovani di buona famiglia, da studente ‘buontempone’ partecipò ad alcune goliardate, che descrisse nell’esilarante poemetto Lo studente di Padova: “Tutti sanno che il nome di Studente/ vuol dire: Un tale che non studia niente”.

Riportiamo più sotto alcuni versi della disperatissima Ode a Venezia scritta nel 1849 dopo la caduta, ad opera degli austriaci, della ricostituita Repubblica di San Marco, cui Daniele Manin e i molti patrioti tra cui il Fusinato avevano opposto una strenua resistenza. Fusinato rifiutò due volte la candidatura a deputato e infine, trovandosi in ristrettezze, fu assunto come direttore dell’ufficio di revisione dei verbali presso il Senato a Roma.

Ricordiamo per inciso che anche Giacomo Casanova, uomo di vasta cultura umanistica a dispetto della fama di impenitente dongiovanni, nel precedente secolo ha frequentato a Padova la stessa facoltà fino al conseguimento della laurea.

Uno dei punti d’incontro della gioventù studentesca e dei patrioti nel periodo più caldo della attività anti austriaca fu il famosissimo Caffé Pedrocchi, inaugurato nel 1831, uno dei simboli, ancora oggi, della città e sede la più appropriata del Museo del Risorgimento. Dal Caffé Pedrocchi prese il nome il giornale omonimo, divenendo presto il giornale degli indipendestisti, un “foglio settimanale” pubblicato ogni domenica a Padova dal 1846 al 1848, cui collaborarono tra gli altri Aleardi, Prati e Nievo.

Ode a Venezia, di Arnaldo Fusinato


È fosco l’aere, il cielo è muto,
ed io sul tacito veronseduto,
in solitaria malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia!
Fra i rotti nugoli dell’occidente
il raggio perdesi del sol morente,
e mesto sibila per l’aria bruna
l’ultimo gemito della laguna.
Passa una gondola della città.
“Ehi, dalla gondola, qual novità ?”
“Il morbo infuria, il pan ci manca,
sul ponte sventola bandiera bianca!”
No, no, non splendere su tanti guai,
sole d’Italia, non splender mai;
e sulla veneta spenta fortuna
si eterni il gemito della laguna.
Venezia! l’ultima ora è venuta;
illustre martire, tu sei perduta…
Il morbo infuria, il pan ti manca,
sul ponte sventola bandiera bianca!
Ma non le ignivome palle roventi,
né i mille fulmini su te stridenti,
troncaro ai liberi tuoi di’ lo stame…
Viva Venezia!
Muore di fame!
Sulle tue pagine scolpisci, o Storia,
l’altrui nequizie e la sua gloria,
e grida ai posteri tre volte infame
chi vuol Venezia morta di fame!
Viva Venezia!
L’ira nemica la sua risuscita
virtude antica;
ma il morbo infuria, ma il pan le manca…
Sul ponte sventola bandiera bianca!
Ed ora infrangasi qui sulla pietra,
finché è ancor libera,
questa mia cetra.
A te, Venezia,
l’ultimo canto,
l’ultimo bacio,
l’ultimo pianto!
Ramingo ed esule in suol straniero,
vivrai, Venezia, nel mio pensiero;
vivrai nel tempio qui del mio core,
come l’imagine del primo amore.
Ma il vento sibila,
ma l’onda è scura,
ma tutta in tenebre
è la natura:
le corde stridono,
la voce manca…
Sul ponte sventola
bandiera bianca!

Alessandro Cabianca

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