Sommario
Premessa
Gli studiosi ritengono che l’iscrizione che decora l’ingresso dell’Osservatorio astronomico sia opera di Giuseppe Toaldo. Essa è composta in latino: il latino elegante appreso alla scuola di lettere classiche del Seminario vescovile di Padova dove il Toaldo era entrato come alunno nel 1733.

Si tratta di un distico che rievoca l’origine “carceraria” del sito e che saluta con orgoglio la nuova destinazione scientifica assunta dalla mole cittadina nella seconda metà del Settecento:
Quae quondam infernas turris ducebat ad umbras
nunc Venetum auspiciis pandit ad astra viam.
L’epigramma

L’epigramma (La torre, che un tempo era la soglia dell’Inferno, ora, sotto il governo veneziano, indica la strada verso le stelle) allude al contrasto fra le orrende prigioni che cinque secoli prima avevano visto languire gli avversari di Ezzelino da Romano e la virtuosa trasformazione del torrione in struttura universitaria votata all’esplorazione del firmamento.
L’abate Toaldo fu colui che, oltre a comporre (verosimilmente) i due ottimi versi ora presi in considerazione, sovrintese pure alla fabbrica dell’Osservatorio essendo egli il professore titolare di Astronomia e meteore nell’Ateneo. Il progetto, che prevedeva l’innalzamento e la modifica dell’antica torre del castello, richiese dieci anni di lavoro per la sua completa realizzazione (1767-1777).
La lapide divenne presto oggetto di viva ammirazione da parte di viaggiatori occasionali o di abituali frequentatori della Specola. Uno dei primi, ad esempio, fu il filologo e orientalista svedese Jacob Jonas Björnståhl che venne a Padova nel 1772 ed ebbe cura di trascrivere questa coppia di versi in una lettera al connazionale Carl Kristoffer Gjörwell senior, bibliotecario di corte a Stoccolma.
Un secondo viaggiatore di rilievo fu il gesuita e letterato spagnolo Juan Andrés che nel 1789 fece tappa in città con le idee molto chiare su cosa vedere e su quali personaggi fosse vantaggioso incontrare. Anche all’ospite iberico, che ebbe comodo di intrattenersi con l’anziano abate Toaldo in un paio di circostanze, non sfuggì la pregnanza del motto latino preposto ad accogliere i visitatori della Specola, e ne ricopiò il testo nelle famose Cartas familiares.
Forse più curiosa e singolare è l’attenzione riservata al distico, alcuni anni dopo, da parte di Giacomo Leopardi. Come è noto, il poeta di Recanati non mise mai piede da queste parti. Con buona probabilità fu la lettura delle Lettere a Lesbia Cidonia di Saverio Bettinelli a rivelargli l’esistenza dell’iscrizione toaldiana. Leopardi, fra l’altro, aveva in casa una copia del Voyage en Italie dell’astronomo Jérôme de La Lande. Costui, venuto a Padova nel 1765, si era preoccupato anch’egli di trascrivere il frammento in questione nel suo Voyage, edito per la prima volta nel 1769.

Era comunque il 1812 quando Giacomo Leopardi, impegnato in esercizi non commisurati alla sua giovane età, si dilettava a tradurre in rima l’epigramma patavino nella forma seguente:
Quella che un dì la strada all’ombre apria,
Sotto gli Adriaci auspicii
Or facile alle stelle apre la via.
Niente male se pensiamo che, all’epoca, Leopardi aveva sì e no quattordici anni.
Ma anche il filosofo Roberto Ardigò, che insegnò filosofia a Padova dal 1881 al 1909 e che amava passeggiare nella zona della Specola, si dilettò a proporne una personale versione che ci è nota da una lettera inviata al filologo e glottologo Emilio Teza:
All’ombre inferne apria la torre il varco;
Or, che l’aprisse al ciel, piacque a San Marco.
Bibliografia

Leopardi e la cultura veneta. Edizioni, autografi, fortuna, a cura di Giorgio Ronconi, Padova, tipografia La Garangola, 1998;
Giuseppe Toaldo e il suo tempo. Atti del Convegno, Padova, 10-13 novembre 1997, a cura di Luisa Pigatto, Cittadella, Bertoncello artigrafiche, 2000;
Roberto Ardigò, Lettere edite e inedite, II, a cura di Wilhelm Büttemeyer, Frankfurt a. M., Peter Lang, 2000;
Juan Andrés, Lettere familiari, a cura di Maurizio Fabbri, III, Rimini, Panozzo editore, 2010;
Elisa Bianco, Serenissimo Nord. Venezia nelle lettere di Jacob Jonas Björnståhl, “Studi veneziani”, 73 (2016).
Paolo Maggiolo
