Dante e la Sardegna nei lavori del maestro Lucianetti

Premessa

Al Circolo sardo “Eleonora d’Arborea” di Padova abbiamo assistito a un duplice evento: Ornella Cazzador con sapiente conduzione ha portato gli ascoltatori all’interno del viaggio di Dante citando passi scelti della Divina Commedia con specifico riferimento a personaggi e a luoghi della Sardegna evocati dal sommo poeta attraverso il lavoro condotto sulla Divina Commedia in tanti anni dal Maestro Lucianetti.

Il viaggio di Dante nella Commedia

Quello che è stato proposto, presso la sede del Circolo sardo, il 29 marzo 2025, è stato un percorso che si configura come “viaggio”, nel “viaggio” di Dante nella Commedia, attraverso l’utilizzo di due linguaggi. Quello della parola del Poeta, segnatamente all’interno delle sue conoscenze della Sardegna del suo tempo, e quello artistico del Maestro Lucianetti che ha rappresentato visivamente, attraverso il segno, personaggi e luoghi del grande Poema, interpretando, a suo modo, le suggestioni dantesche. Due arti a confronto, a fronte di un unico, grande artefatto culturale: quello disegnato dalla potente fantasia di Dante. Nella sua immensa opera, egli ci accompagna in un viaggio che ha compiuto nello spazio della sua mente connettendo e cielo e terra.

 A sua volta, l’idea di viaggio consente ancora una duplice lettura, reale e ideale: da una parte, la lettura ci fa penetrare in un mondo reale e inserito nel tempo, addentrandoci nell’esperienza di vita del grande Poeta, sempre interessato alla conoscenza de li vizi umani e del valore, e, dall’altra, ci consente di approssimarci alla sfera dello spirito, al mondo impalpabile, vissuto nell’anima. Terre e persone furono sempre al centro dei suoi interessi, insieme a vite e vicende, e, parallelamente, lo furono anche i temi legati alla sfera religiosa, di peccato e di salvezza. Il suo viaggio nell’al di là si dà come riflessione sull’umanità, il male e il bene, il peccato e la redenzione. Egli ha affiancato alle problematiche umane, all’interesse, laico, per la storia, un’idea religiosa possente, che desse senso alla parabola del genere umano, in cammino verso il suo culmine, che è ricongiungimento con Dio, premio per i buoni, mentre l’allontanamento da Dio è castigo per coloro che hanno disdegnato la retta via, per scegliere il male. Dante, visitando l’al di là (A te convien tenere altro viaggio…, gli dice Virgilio) può vedere, di persona, il regno infernale, salire la montagna del Purgatorio e, infine, accedere ai cieli celesti dove i beati possono contemplare Dio per sempre. Nella profonda luce del Paradiso la mia mente fu percossa /da un fulgore: egli vede la luce suprema di Dio e assiste alla visione dei due misteri della religione.  A quel punto, A l’alta fantasia qui mancò possa…; nessuna parola può tradurre ciò che egli vide. E la sua poesia diventa metapoesia. Opera dunque, multiforme e molteplice, che si estende nell’eterno e nel temporale, nella verità e nella fantasia, nel finito e nell’infinito, nello spazio e nella profondità, nel dato fisico e nell’ immateriale dei corpi e dello spirito.

Lucianetti e l’interpretazione del viaggio di Dante

Questa realtà, immateriale e, al tempo stesso, afferrabile e reale che si offre alla trasfigurazione artistica, l’ha saputa ben rappresentare il Maestro Lucianetti, col suo segno calligrafico, che coglie la grandezza dei regni eterni, in squarci di visione. Come ha testimoniato la moglie, signora Paola Salmaso Lucianetti, presente all’incontro, il Maestro è andato lungamente ad abbeverarsi alla sorgente della Divina Commedia, compulsando le opere, per es., del Doré, che hanno reso “visibile” una materia così ricca e suggestiva, che non cessa ancor oggi di stupirci e di parlarci. (Per documentarsi su Lucianetti, si vedano ad es., la miscellanea Dante in arte. La Commedia oltre la materia; oppure Traghettatori e traghettati. Un viaggio nell’universo dantesco). In un’immagine-manifesto, i tre regni sono ad es., rappresentati dal pittore come piramidi vorticose e simboliche: l’inferno col vertice puntato al centro della terra (secondo la cosmogonia dantesca), il Purgatorio col paradiso terrestre, mentre sui cerchi paradisiaci attraversati dalla “luce spiritual” poggia la figura di Beatrice, guardando la quale, Dante assurge a contemplare l’infinità della luce di Dio.

Lucianetti, Il mondo di Dante (Particolare)*

 I corsi dei fiumi che attraversano l’al di là con i loro nocchieri (Caron dimonio, ma anche i mostri, Flegias o l’ angelo…) portano Dante e Virgilio da un luogo all’altro, da un regno all’altro; i due protagonisti sono visti insieme sulla cima del Purgatorio, dove Virgilio scompare per lasciare il passo a Beatrice, la donna che conduce a Dio. I tre mondi rappresentati da Lucianetti sono descritti in minuti dettagli, affollati e carichi, con le architetture simboliche, gli scoscendimenti del terreno come ce li descrive Dante, mentre il colore azzurrino dello sfondo, delle acque e del cielo, ci porta ad un ambiente simbolico, mistico e ultraterreno. La luce del Paradiso è invece violetta, rarefatta e spirituale, intervallata da tocchi di un oro giallo che è il colore della divinità, per eccellenza.

Dante e la Sardegna

Lucianetti, Inferno (2011)*

L’altro filone esplicativo all’interno della Divina Commedia, oggetto dell’incontro, è andato specificamente a parlare di Sardegna, per vedere quale ruolo ha giocato questa presenza storico- geografica nell’opera dantesca. La prima domanda, a tal proposito, è: quali informazioni possedeva Dante sulla Sardegna? La seconda è: Dante fu mai fisicamente in Sardegna?

I riferimenti del Poeta ci dicono che Dante aveva conoscenza dell’isola, e che essa era nel suo orizzonte conoscitivo: ad es., «le chiese romanico pisane come la Santissima Trinità di Saccargia rappresentano l’orizzonte mentale del Sommo Poeta» (Ossola).

 Aveva notizie che gli arrivavano di prima (o seconda mano), riguardanti i fatti che accadevano e che ci riportano a quale poteva essere la condizione di quella terra nel XIII – XIII secolo. Lo storico Ossola dice che Dante aveva “coscienza insulare”, dunque la sua percezione dell’isola al di là delle coste toscane era reale e certa. Del resto, i viaggi tra la Toscana e la Sardegna erano frequenti e duravano due giorni di traversata, in un tratto di mare relativamente tranquillo. Con tutta probabilità, gli arrivarono i racconti delle genti sarde, dei personaggi del suo tempo, di governi e governanti, visto che i rapporti delle città di Pisa e di Genova con la Sardegna del suo tempo erano assai stretti, e fonte di relazioni molto movimentate. E in qualche modo la Sardegna s’intreccia alla sua vita, di esule, dal momento che incontra nell’al di là personaggi legati al mondo sardo che lo soccorsero nella vita reale.

Sul fatto se Dante sia mai stato in Sardegna, ciò resta, a tutt’oggi, fonte di mistero. Si alternano due correnti di studio, interpretando i cenni lasciatici dal poeta stesso, e si dividono tra coloro che ritengono del tutto improbabile che Dante sia mai stato in Sardegna e coloro che lo ritengono una possibilità. A conferma di una sua conoscenza diretta stanno le amicizie di Dante con membri delle famiglie dei Giudicati sardi (i Visconti) o i Malaspina, che egli conosceva bene e colloca in Purgatorio, e i riferimenti ai due sardi i cui fatti mostra di conoscere, e che colloca in Inferno.

Circa l’ipotesi che non sia mai stato in Sardegna, gli scettici ritengono, a riprova della loro posizione, che Dante abbia riportato notizie non veritiere, tuttavia esse appaiono coerenti con i radicati luoghi comuni circolanti al suo tempo. Talora infatti, egli manifesta conoscenze imperfette e limiti nella localizzazione geografica del tempo, e sembra che alcuni tra i suoi sentimenti e le sue convinzioni siano frutto di pregiudizi ereditati, comuni a quel tempo. I limiti della sua conoscenza cartografica sono presenti per es. nella collocazione della Sardegna (Canto XXVI, Inferno: L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna / fin nel Morrocco e l’isola de’ sardi / e l’altre che quel mare intorno bagna), per cui l’isola sarebbe più spostata verso la Spagna, più vicina al Marocco. Circa i pregiudizi nei confronti dei Sardi, egli afferma nel De vulgari eloquentia: Sardii… non Latii sunt, /sed Latiis adsociandi videntur, e, ancora, sine proprio vulgare esse videntur. Altri pregiudizi, da lui ripresi, vengono dal fatto che la Sardegna era considerata (fin dall’antichità) una terra malarica e insalubre (Inferno, XXIX 46-51).

I quattro Giudicati della Sardegna

La Sardegna del tempo di Dante era divisa nei quattro Giudicati (di Gallura, di Cagliari, di Torres/ Logudoro; Arborea) e, non a caso, il poeta definisce Nino Visconti col sardismo: Giudice. Molte sono le testimonianze arrivateci fino ad oggi dei castelli e dei palazzi del tempo, come la casa sassarese di Michele Zanca, il regolo di Torres, dove c’era il suo favoleggiato tesoro; La Casa di Nino Visconti a Tempio Pausania, testimone silenziosa di storie dimenticate e leggende; il Castello dei Malaspina ad Osilo, feudatari imperiali con proprietà in Sardegna; Il Castello dei genovesi Doria a Castelsardo… La Sardegna aveva stretti rapporti con il continente: risaltano i rapporti con Pisa: dal 1258 Pisa aveva tra i suoi possedimenti il giudicato di Cagliari, e si era alleata in particolare con il conte Ugolino della Gherardesca, che aveva grandi possedimenti nelle miniere a Villa di Chiesa (oggi, Iglesias), mentre I Doria sin dal XII secolo avevano molti interessi nei Giudicati di Torres, Logudoro, Arborea e Gallura. Risulta dunque normale e credibile che Dante conoscesse dei sardi e si sarà fatta una sua idea delle cose dell’isola.

Stemma del Giudicato di Torres in una decorazione scultorea
della Basilica dei Santi Gavino, Proto e Gianuario a Porto Torres.

Michele Zanche e frate Gomita di Gallura

Le due figure centrali di sardi sono Michele Zanche a frate Gomita di Gallura. Dante li appaia nel XXII canto dell’Inferno, e di essi registra una curiosa abitudine sarda: a dir di Sardigna le lingue lor non si sentono stanche (Inf. XXII). A tutt’oggi non si sa molto di loro, o si hanno documentazioni contrastanti, tuttavia, si sapeva il ruolo da loro assunto in Sardegna, di cui Dante era a conoscenza.

Dante definisce frate Gomita “vasel d’ogni froda”, infatti era truffatore solenne dei medesimi tempi, e messolo nella quinta bolgia dell’inferno, cantò di lui… I due si trovano nella bolgia dei baratieri, che giacciono immersi nella pece bollente, sorvegliati dai Malebranche, demoni alati armati di bastoni uncinati, coi quali afferrano e straziano chi tenti di emergere in superficie. A parlare di loro è Ciampolo da Navarra. Lo duca mio li s’accostò allato; /domandollo ond’ei fosse, e quei rispose: / «I’ fui del regno di Navarra nato. / … Lo duca dunque:» Or di’: delli altri rii / conosci tu alcun che sia latino / sotto la pece?» E quelli: «I’ mi partii / poco è, da un che fu di là vicino».

Frate Gomita fu vicario di Nino Visconti che resse il giudicato di Gallura, ereditato dal padre Giovanni. Nino Visconti lasciò frate Gomita a governare; questi commise abbondanti malversazioni fin quando non lasciò evadere dei prigionieri dietro riscatto, crimine per il quale venne impiccato.

Michele Zanche, invece, gravitava nell’area imperiale: era siniscalco di Enzo Hoenstaufen di Svevia, re di Sardegna, e dopo aver avuto la confidenza del suo signore, ne abusò grandemente, facendo frodi e imbrogli. Branca Doria sposò la figlia sedicenne, Caterina, di Michele Zanche, ma per togliere di mezzo il suocero, in quanto intendeva usurparne la carica, Branca elaborò un progetto diabolico contro di lui: Branca Doria, avendo diritto l’occhio alla signoria di Logudoro, invitò a mangiare seco… questo suo suocero et ivi finalmente li fè tagliare per pezzi lui e tutta la sua compagnia. (Anonimo fiorentino). Zanche morì dunque di morte violenta per mano di Branca Doria.

Ser Branca Doria

Lucianetti, Purgatorio e Paradiso (2013)*

Questo fatto è richiamato da Dante nel XXXIII canto dell’Inferno, dove stanno i traditori degli ospiti, nella terza zona del nono cerchio, nella Tolomea. Il canto XXXIII è quello sia del conte Ugolino (di cui Nino Visconti era il nipote), sia di Branca Doria, il genero di Michele Zanche. Costui diventa fonte di una storia del tutto particolare, perché particolare è la sua condizione di “vivo” /ma anche “morto”. Cotal vantaggio ha questa Tolomea,/ che spesse volte l’anima ci cade/innanzi ch’Atropos mossa le dea. E questo è proprio il caso di ser Branca Doria: Tu ‘l dei saper, se tu vien pur mo giuso:/ elli è ser Branca, e son più anni /poscia passati ch’el fu sì racchiuso. Allo stupore di Dante, che invece afferma di avere visto vivo Branca Doria, lo spirito rivela che nel suo corpo, sulla terra, abita un demonio, ma l’anima è già all’inferno. In questo senso Branca Doria costituisce un unicum: il corpo vive, governato da un diavolo. Questi lasciò il diavolo in sua vece /nel corpo suo ed un suo prossimano /che ‘l tradimento insieme con lui fece, ma l’anima sta là dove bolle la tenace pece. Si trova dunque nella ghiaccia del Cocito: Ché col peggiore spirto di Romagna / trovai di voi un tal, che per sua opra/ in anima in Cocito già si bagna // e in corpo par vivo ancor di sopra, esclama Dante, alla conclusione del canto.  Il peggior spirito di Romagna è frate Alberigo, che chiede a Dante di liberarlo dalla maschera di ghiaccio che ha sul viso, in quanto gli si gelano anche le lacrime. Ma Dante non lo farà e cortesia fu lui esser villano.

Nino Visconti

Gli incontri in Purgatorio, invece, si intrecciano più saldamente con la vita di Dante. Nella valletta dei principi negligenti trova il giudice Nin gentil (Ver me si fece, e io ver’ lui mi feci / giudice Nin gentil…) e Corrado Malaspina, potente famiglia in Lunigiana, con interessi in Sardegna. Qui conferisce con i due personaggi, facenti parte di famiglie che stimava e aveva incontrato nella sua vera vita. I Visconti avevano retto il giudicato di Gallura, promuovendo un’intensa attività di fortificazioni in tutta la Gallura, nei borghi di Civita, Posada e Orosei, in un arco di tempo che, secondo alcuni, finisce nel 1288; secondo altri, nel 1296, quando muore Nino Visconti. Definendo Nino Visconti – gentil Dante allude a una società cavalleresca e cortese, di cui egli era nobile rappresentante. Nino Visconti si raccomanda alle preghiere della cara figlia Giovanna, e rievoca il celere matrimonio della sua vedova: non credo che la sua madre più m’ami. Ciò nonostante, non le darà maggior gloria il nuovo matrimonio: Non le farà sì bella sepultura /la vipera che Melanesi accampa,/ com’avria fatto il gallo di Gallura.

 

 Corrado Malaspina

Lucianetti, Purgatorio, Canto XXX, Beatrice (1994)*

Di Corrado Malaspina, figlio del marchese di Villafranca, in val di Magra, signori della Lunigiana, da cui Dante, in realtà, ricevette ospitalità a Mulazzo, Dante ricorda la profezia: Ed elli: Or va; che ‘l sol non si ricorca / sette volte nel letto che ‘l Montone… Nel giro di sette anni, Dante avrebbe conosciuto la grande accoglienza da parte di questa famiglia nella sua triste esperienza di esule.

E sarà il ladro Vanni Fucci bestia, a fargli un’altra profezia, che coinvolge i Malaspina. Moroello Malaspina vapor di val di Magra/ ch’è di torbidi nuvoli involuto; e con tempesta impetüosa e agra, sarà colui che, battendo Lucca, infliggerà gravi perdite ai guelfi bianchi, perdite che ricadranno sui compagni di partito fiorentini, tra cui militava Dante stesso: sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.

Ecco dunque, come il destino personale del poeta è legato agli incontri di Dante, cacciato e umiliato dalla sua città, ramingo per le corti, dopo la disfatta del campo in cui aveva creduto e operato. Questo “viaggio”, dunque, ha permesso di cogliere la compattezza e l’unicità dell’arte dantesca, volta a intrecciare a stretti nodi realtà mondana e ultraterrena, vita del tempo e vita personale, profezia e visione, passione e sentimento. Su tutto veglia la «giustizia infallibile di Dio». (Sapegno)

Ornella Cazzador

*Immagini da: https://www.francescolucianetti.it/universo-dantesco.html

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