Ricordo dell’amico Enrico Grandesso

Premessa

Sabato 10 aprile, improvvisamente, è venuto a mancare l’amico Enrico Grandesso. Giovedì 16, nella parrocchiale di Arsego, si è svolto il funerale in una chiesa piena, oltre che dei famigliari, degli amici e dei colleghi, di numerosi alunni degli Istituti scolastici, del Trentino (il “Fontana” di Rovereto) e del padovano (il “Ruzza” di Padova e il “Rolando” di Piazzola sul Brenta), in cui ha insegnato negli ultimi tre anni scolastici.

Enrico Grandesso

Enrico – fine studioso di letteratura, scrittore, giornalista e apprezzato docente di lettere – era innanzi tutto una persona mite e gentile, animata da una profonda e fertile inquietudine, e caratterizzata da una sincerità non raramente disarmante. Negli ultimi anni, dopo circa un ventennio di insegnamento in scuole secondarie di secondo grado in Trentino, era tornato nel padovano per stare vicino alla mamma novantenne.

Prima di conoscerlo di persona, lo avevo incrociato molti anni fa, come studioso di Clemente Rebora, sulla pagina scritta del fondamentale volume per gli studi reboriani, Clemente Rebora nella cultura italiana ed europea, a cura di G. Beschin, G. De Santi e, appunto, E. Grandesso, (Atti del Convegno tenutosi a Rovereto dal 3 al 5 ottobre 1991, Editori Riuniti, Roma 1993). Nel giro di poco tempo, dopo l’incontro nell’ambito dell’ “Ottobre & Cultura” del “Fontana” di Rovereto del 2022, per una di quelle alchimie degli animi di cui – con ogni probabilità – non riusciremo mai a darci completa spiegazione, e nonostante le non poche diversità di percorso di vita e di caratteristiche personali, tra noi si era instaurata e sviluppata una viva amicizia, nutrita di reciproca comprensione, condivisione culturale, iniziative comuni, realizzate o in corso di ideazione e futura realizzazione: e si può essere sicuri che con lui, instancabile e vulcanico promotore di progetti, molto di quanto ideato, si sarebbe realizzato.

Negli ultimi due anni, difficilmente passava mattina che non ci augurassimo la buona giornata, in realtà quasi sempre mi precedeva lui con simpatiche vignette beneauguranti di Snoopy, personaggio con cui molto probabilmente non poco si identificava: e non saprei dire a quale repertorio attingesse per averne nell’arco di così tanti mesi sempre di diverse… Adesso che ripercorro Whatsapp o YouTube e vedo nuove immagini di Enrico che sorride: mi rendo meglio conto di quanto fosse mite e gentile e, al tempo stesso, fragile e vulnerabile. E di quale straordinario dono sia stata e sia per me la sua amicizia.

     C’era qualcosa di magmatico e febbrile nel suo modo di essere, qualcosa che non si poteva facilmente acquietare e che lo spingeva su vie non scontate di ricerca: nello studio, nelle letture, nella didattica e nella scrittura. Non a caso era un comparativista. Nelle relazioni aveva un radicale bisogno di amicizia, basata sulla semplicità e sulla fiducia, e non riusciva a convivere facilmente con quelle retoriche molto frequenti – e non raramente ipocrite – nei negozi umani. Tutto ciò, se da una parte lo rendeva particolarmente acuto e brillante nell’analisi critica e nella capacità di cogliere collegamenti sotterranei anche tra discipline ed espressioni artistiche apparentemente molto distanti, o tra testi molto diversi, dall’altra, lo rendeva, nella cosiddetta vita pratica, non particolarmente a suo agio nel districarsi nei rapporti di potere o di convenienza. Ma erano proprio queste sue caratteristiche che ne facevano una persona autentica per sincerità e cultura: profondamente legato alla sua terra e alle sue origini e, contemporaneamente, proiettato in una dimensione tutt’altro che provinciale.

Rebora, Eliot e “Gli altri vedono il clown”

     Proprio in questi giorni ho ripreso in mano il suo saggio nel volume relativo agli atti del Convegno roveretano su Rebora: tra tanti studiosi di letteratura – allora e ancora oggi – di conclamata fama e valore, e saggi, molti dei quali illuminanti,  soprattutto se si pensa agli stadi di allora sull’autore dei Frammenti lirici, spicca quello del giovane Enrico Grandesso per la sua capacità di cogliere i collegamenti profondi tra la poesia di Rebora e le tendenze in atto nella poesia europea più o meno coeva, in particolare con quella di T.S. Eliot. Di entrambi scandaglia “il verso inquieto e innovatore”: la ricerca linguistica innovativa e non raramente espressionistica, e la loro crisi “privata, esistenziale e filosofica”, sfociata nella scelta cristiana, nel contesto di una civiltà che minacciava – e minaccia – di implodere (nel volume sopra citato, vedi il saggio di E. Grandesso, Nel foco che li affina: Clemente Rebora e T.S. Eliot, alle pp. 307-311). Mentre rileggevo il suo saggio di tanti anni fa, ho pensato ai suoi recenti racconti Gli altri vedono il clown, come a momenti di un percorso unitario di studi e di vita. Ebbene: mi è parsa di tutta evidenza la sensibilità critica di Enrico, la sua capacità di leggere in modo non banale il nostro tempo, la sua visione realistica e non portata ad illudersi sulle supposte e non più credibili – se mai lo sono state – “magnifiche sorti e progressive”. Ma ho letto anche la sua volontà di resistere a un fatalismo che nega ai giovani la sola possibilità di una ripartenza: infatti nei suoi ultimi racconti sono proprio i giovani che incarnano la speranza di un recupero di umanità. Non a caso i suoi alunni in chiesa piangevano il professore che li aveva capiti e che aveva dato loro fiducia…

    Nel portafoglio ho ancora la foto di Enrico, quella distribuita al suo funerale, è di molti anni fa: appare con un sorriso mite e al tempo stesso enigmatico. Da molto tempo ho il sospetto che nello sguardo e nel volto di ognuno di noi ci sia come una cifra profonda, che riassume la nostra persona e, in qualche maniera, qualcosa che ha a che vedere con il nostro destino… Non so… Comunque, caro Enrico, la tua foto la terrò ancora per un po’, libera e bene in vista in mezzo al portafoglio, per sentirti qui con me ogni volta che lo apro… ancora per un po’ di tempo, dopo la metterò tra le cose mie più care perché, come dice mia moglie, così la posso perdere…

In ogni caso, carissimo Enrico, grazie, per la lunga scia di amicizia che hai lasciato dietro di te.

Nicola Cetrano

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