Sommario
Abstract
“L’Italia è il più bel paese del mondo” si sente spesso ripetere da politici, da giornalisti, alla televisione o su carta stampata, ma se noi osserviamo con occhio critico ciò che il territorio ci presenta, vediamo sì cose bellissime, straordinarie, ma anche veri e propri obbrobri che sono venuti a realizzarsi negli ultimi sessanta / settanta anni soprattutto lungo le nostre valli a causa di una cementificazione selvaggia incentivata dall’industrializzazione che non ha risparmiato nessun angolo, nessuna porzione o quasi del territorio. Troppo spesso inoltre si è preferito abbandonare e lasciare al degrado l’abitazione di famiglia per trasferirsi in una nuova di recente costruzione con notevole consumo di suolo. Questo si è verificato in modo eclatante al nord dove, ripeto, una industrializzazione senza precedenti ha fatto da catalizzatore per gli insediamenti, oltre ad avere occupato essa stessa spazi a volte vitali.
Il territorio fino agli anni ‘50
Credo che una rivista come Padova Sorprende debba interessarsi non soltanto del bello che si presenta nel nostro territorio ma anche degli aspetti negativi che è impossibile non vedere. Se parliamo della edificazione degli ultimi 60/70 anni del secolo scorso non possiamo non renderci conto di quali disastri siano stati fatti in un ambiente che avrebbe avuto bisogno di ben altra attenzione. Il paesaggio di una volta si presentava molto verde, con i paesi e le contrade sparsi ad una determinata distanza l’uno dall’altro e nel mezzo la distesa dei campi coltivati a grano, a granoturco, o a altri cereali o con un assetto prativo che dava la tonalità all’ambiente. I villaggi erano strutturati in un determinato modo, al centro c’erano il municipio, se capoluoghi di comune, la chiesa con il campanile, le scuole mentre un posto importante spettava alla piazza dove i paesani si ritrovavano nelle più disparate circostanze. Attorno, lungo assi viari ben delineati si distribuivano le abitazioni, le più importanti e le più umili, spesso con una degradazione man mano che si andava verso la periferia, con qualche villa che poteva sorgere nei punti più rilevanti. I contadini avevano le case con relativi rustici nella fascia periferica oppure direttamente nei loro poderi se ne possedevano o, come mezzadri o fittavoli nei fondi di grossi proprietari che nella vita avevano anche altri interessi e attività.

Una casa rurale isolata con rustico (Green-Acres)
Le case, pur umili, avevano una fisionomia ben precisa, si presentavano ben equilibrate nei rapporti tra le diverse dimensioni, talvolta erano allineate lungo un asse viario importante dove ognuna si inseriva in modo armonico con le altre secondo stilemi da tempo assimilati; tra una fila di case ed un’altra spesso si presentava uno spazio vuoto che aveva una chiara funzione compensativa: non tutto il territorio doveva essere edificato. Anche quelle che si presentavano isolate stilisticamente non erano mai in contrasto con l’architettura spontanea del luogo.

Vecchie case contadine strettamente unite l’una all’altra
quasi a formare un blocco unico disposte lungo una strada (casa.it)

Centro di Cornedo vicentino di inizio Novecento: in primo piano una strada
lungo la quale si allineano una serie di abitazioni di tipo popolare una attaccata all’altra.
Si intravedono anche la chiesa con il campanile e il vecchio municipio (Paesi della Bella Italia)

L’attuale centro di Cornedo Vicentino (Shutterstock)
Qua e là, come si diceva, si intravedevano qualche villa, qualche palazzo che in qualche modo si rifacevano alla lezione del Palladio e di altri famosi architetti, o si inseriva qualche casa di tipo padronale architettonicamente ben più accurata e di ben altre dimensioni ma non rompeva l’armonia d’insieme, anzi era motivo di arricchimento seguendo anch’essa una determinata impostazione stilistica.

La cinquecentesca villa Trissino a Cornedo Vicentino,
risente l’influenza dello stile del Da Bologna (Wikipedia)

La settecentesca villa Trettenero a Cornedo Vicentino.
È chiara l’influenza palladiana (Cultura Veneto)

Esempio di casa di tipo padronale (id idealista)
Le stesse contrade sparse per lo più lungo le pendici delle colline presentavano una uniformità architettonica che nell’insieme dava l’idea di una progettazione unica anche quando i singoli elementi erano edificati in momenti diversi. Questa la situazione fino agli anni 50 del secolo scorso.

Contrada Piazza a Valdiporro (valdiporro.it)
Gli anni ’60 e ’70
Verso la fine della sesta decade e ancor più negli anni 60 e 70 del Novecento cominciò a prendere piede un modello che, con alterne vicende è giunto fino a noi, sia che si presentasse in forma isolata, sia inserito in agglomerati già storicamente insediati, e questo modello finì per esercitare una influenza decisiva senza rispetto né verso per il modello edificatorio che si era venuto consolidando nel corso dei secoli né per l’ambiente verso il quale l’arte edificatoria che l’aveva preceduto aveva mantenuto invece grande rispetto e considerazione.

Esempio di casa anni 60/70 (Acme Architettura)
Le nuove costruzioni non presentavano più quegli equilibri tra le parti, tra pieni e vuoti, tra altezza e larghezza, delle precedenti, le aperture delle vetrate erano diventate più larghe che alte e non erano incorniciate come spesso le preesistenti da stipiti di pietra vicentina, se non a volte da sottili lastre per di più di travertino piuttosto sporgenti. I serramenti che in quelle che erano state costruite prima erano costituiti da scuri di legno nelle nuove erano formati da avvolgibili quasi sempre di plastica. Inoltre, a volte erano dotate di poggioli assolutamente antiestetici e invasivi che potevano prendere tutta una facciata. I colori che nelle costruzioni che le avevano precedute erano ben armonizzati e quasi mai sgargianti in sintonia con l’ambiente, qui invece si presentavano piuttosto forti e appariscenti. E pazienza se le costruzioni fossero state destinate ad aree specifiche di nuova edificazione, purtroppo esse si presentavano, e si presentano tuttora un po’ dappertutto, nei centri come nelle periferie, lungo le vie di collegamento tra i vari centri abitati, ai piedi delle colline, sulle pendici o sulla sommità delle stesse, a ridosso di corsi d’acqua, in forma isolata o all’interno di raggruppamenti già ben strutturati come le vecchie contrade creando un contrasto stridente ed una manifesta confusione estetica, quando addirittura non si appoggiavano a costruzioni esistenti anche di un certo pregio. Il peggio, a volte, avveniva nelle ristrutturazioni dove si volevano adattare le vecchie case ai nuovi modelli che si andavano diffondendo; per non dire degli annessi rustici sorti di recente trasformati in un secondo momento in abitazioni.

Edificio recente con più appartamenti (Klammer)

Villette a schiera con grandi terrazzi (Id idealista)
Con la nuova architettura residenziale poi che vorrebbe essere attenta all’aspetto climatico attraverso una coibentazione ben studiata fin nei minimi particolari negli ultimissimi anni si sono imposte costruzioni formate con pannelli prefabbricati di diversi materiali; alcuni di questi edifici si rifanno al modello impostosi nel secondo dopoguerra, quelli poco rispettosi della tradizione costruttiva tradizionale ma che comunque un’idea di casa in qualche modo la conservavano ancora, ora invece si stanno diffondendo strutture abitative prefabbricate che non presentano nessun richiamo all’idea di abitazione come storicamente si era andata consolidando presso di noi, sono degli scatoloni in formato gigante, degli enormi cassoni appoggiati al suolo e in parte aggettanti in palese contrasto con tutto ciò che sta attorno.

Esempio di casa di ultima generazione (Swiss Life)

Altro esempio di casa prefabbricata (Modular Home)
Un discorso meriterebbero le ville a firma di progettisti di un certo nome; probabilmente perché ormai abituati alla loro presenza alcune si percepiscono abbastanza bene inserite nel contesto, specie se insistenti su vie di nuova realizzazione, altre invece, pur ostentando una sicura personalità, poste in forma isolata in zone collinari solitamente prative o in vicinanza di altre costruzioni stonano con la realtà che le circonda, avrebbero forse maggior ragione d’essere e più consistenza progettuale propositiva se situate in periferia di città o in uno spazio appropriato.

Esempio di villetta moderna (Pinterest)
Veniamo all’aspetto urbanistico e alla distribuzione sul territorio. Per completezza allarghiamo il discorso urbanistico alle evidenze sul paesaggio. Se, come si diceva, un tempo il paesaggio si presentava per lo più come una distesa di verde e di coltivo con qua e là la presenza dei paesi, alcuni più grandi, altri meno e, dove le abitazioni si concentravano maggiormente, delle città, ora tutto è cambiato, a partire dalle valli dove spesso i fondovalle sono una teoria continua di costruzioni lungo la via principale che collega i centri maggiori senza nessuna cesura tra un edificio e l’altro se non quel piccolo spazio che serve per muoversi, con una commistione d’uso imbarazzante, si va da semplici abitazioni, a edifici ad uso commerciale, a quelli ad uso produttivo, a quelli ad uso ricreativo a quelli adibiti a bar, uffici, servizi vari, senza dire che gli stessi edifici destinati ad uso assimilabile si presentano in veste architettonica molto diversa l’uno dall’altro. I capannoni inseriti qua e là nel reticolo edificatorio rappresentano la quintessenza del disordine che regna in queste situazioni.
Non si salvano neanche le arterie secondarie, la striscia che lambisce le pendici dei colli e, più di rado, le stesse pendici, pur riconoscendo che recentemente molti comuni hanno messo a disposizione per l’edilizia produttiva aree specifiche, ma quanto fatto in anni passati non si può cancellare. E la cosa che più rattrista è costatare che non sempre le strutture hanno trovato il modo di essere utilizzate, con spreco di terreno, di investimenti, di immagine. Anche i dintorni delle città a loro volta presentano aspetti similari, i centri sono circondati da una larga fascia di nuova espansione che ripropone tutta le problematiche che abbiamo costatato per i centri minori e lungo i fondovalle.

Progetto per la bretella Arzignano Chiampo
con affiancate in entrambi i lati costruzioni a diversa destinazione (In Arzignano)

Edificazione mista, soprattutto capannoni, nelle vicinanze di Treviso (Treviso Today)
Il problema è così vasto che ci vorrebbe ben altra trattazione, qui ci basta avere evidenziato per sommi capi una situazione non facile da definire, e se non è possibile fare qualche cosa di risolutivo per quanto già avvenuto, almeno ci si interroghi sulla possibilità di individuare degli strumenti che permettano di incidere su quello che potrà avvenire in futuro, per non dover vedere svilito nella contaminazione in modo irreparabile e insopportabile un patrimonio di sapienza costruttiva a volte semplice, a volte più sofisticato, ma sempre molto curato che i nostri predecessori ci hanno lasciato in eredità. Ciò non significa volere mettersi contro il progresso o non volere prendere atto delle esigenze di molte persone che nell’industria o in altri settori produttivi o nei servizi hanno la volontà di cercare uno sbocco al loro bisogno di lavoro per potere vivere con dignità, ma tentare almeno di trovare una convivenza seria tra le due esigenze, da una parte quella di preservare un patrimonio costruttivo e di riflesso umano importante che potrebbe dire qualche cosa di significativo e di istruttivo anche all’uomo d’oggi, dall’altra quella di cercare di fare in modo che tutti possano vivere decorosamente del proprio lavoro o della propria attività.
Federico Cabianca

