Elena Duse, una cugina di Eleonora Duse

Premessa

Imparentata con la celebre attrice Eleonora (fra le due donne esisteva un divario anagrafico di soli vent’anni), Elena Duse studiò all’Università di Padova dove si laureò in Scienze naturali col massimo dei voti nel 1903. Eleonora ed Elena discendevano entrambe da quel Luigi Duse (1792-1854) che era stato interprete goldoniano di una certa fama e che a Padova aveva fatto erigere un teatro in piazzetta Garzeria, battezzato in seguito Teatro Garibaldi.

In quegli anni il fatto che una donna arrivasse a conseguire una laurea era considerato un avvenimento eccezionale, e lo era ancor più se il corso di studi apparteneva a un indirizzo scientifico. Si pensi che l’Università di Padova aveva laureato le prime “scienziate” solo otto anni prima. Nel 1895 avevano completato il corso di studi in Matematica la bresciana Cornelia Pressi, che nel 1910 fonderà la sezione Mathesis di Roma, e la padovana Ersilia Bisson, madre del filologo Lorenzo Minio Paluello. Sempre nel 1895, benché in Scienze naturali, si era laureata la mantovana Amalia Moretti Foggia, che svolgerà in seguito attività giornalistica per la Domenica del Corriere facendosi conoscere con gli pseudonimi di Dottor Amal e di Petronilla.

Per alcuni anni ancora, dopo il ’95, le lauree scientifiche conseguite dalle rappresentanti del gentil sesso si susseguiranno in modo sporadico. Da ricordare in proposito, fino al 1903, i diplomi rilasciati a Ida Maestro (Matematica), a Emma Pugliesi (Scienze naturali), alle sorelle Antonietta e Sparta Romaro (Scienze naturali), a Luisa Rubini (Matematica), a Lia Monis (Farmacia), ad Emilia Genetti (Matematica), a Maria Teresa Giudici (Matematica) e a Lisa Geiringer (Scienze naturali).

All’alba del ventesimo secolo sottoporsi al giudizio di una decina di professori – tutti uomini – riuniti in commissione, costituiva un atto di coraggio da parte di una giovane esaminanda. E dunque, l’emozione di vedere la Duse uscire vittoriosa dalla prova finale, nel pomeriggio del 30 giugno del 1903[1], ben giustifica i calorosi festeggiamenti che le furono riservati dopo la proclamazione avvenuta nel palazzo del Bo, alla presenza del rettore Raffaello Nasini. Non è un caso se al termine della cerimonia la nobildonna Anna Revedin Bolasco, intervenuta ad appuntare sul petto dell’amica una medaglia d’oro con impressa la data memorabile, fu udita pronunciare le seguenti parole: «Medaglia al valore civile». Tutto ciò per rimarcare l’importanza di questo piccolo passo in avanti sulla strada dell’emancipazione femminile: emancipazione che faceva leva soprattutto sulla cultura e sull’istruzione.

Da una indagine ufficiale del Ministero della Pubblica Istruzione, pubblicata nel 1902, risultava infatti che in tutta Italia, fra il 1877[2] e il 1900, il numero complessivo delle laureate, in qualsivoglia disciplina, assommava a 224 unità. Fra costoro le diplomate ‘padovane’ erano solo 28[3]. Nella maggior parte dei casi si trattava di laureate in Lettere, perché all’epoca le carriere scientifiche, assieme a quella legale, erano una sorta di monopolio maschile[4].

Elena Duse

Elena Duse

Elena Duse, nata a Castello di Godego il 15 aprile del 1879, era figlia di Aristide, originario di Chioggia dove era venuto al mondo nel 1843. Aristide Duse aveva indossato giovanissimo l’uniforme dei garibaldini della Brigata Sacchi. Venne ferito nel 1860 ai Ponti della Valle, nella battaglia del Volturno. Due ulteriori ferite, causate da altrettante palle di fucile, egli riportò sei anni più tardi combattendo nel primo reggimento garibaldino[5]. Al 1866, e precisamente al periodo dell’ultima convalescenza, risale l’incontro del volontario con la futura sposa, la veneziana Luigia Allegrini, all’epoca diciottenne.

Sulla figura di Aristide Duse, a proposito della quale le fonti a stampa sono piuttosto avare di notizie, si dilunga un po’ la figlia Elena in un memoriale inedito conservato nell’archivio della famiglia Paoletti. Esso è intitolato Sole di mezzanotte. Ricordando la vita passata, sprazzi di questa e pensieri[6]. Vi si legge che Aristide Duse, prima di sposarsi, si era laureato in medicina a Padova. Aveva quindi lavorato come medico condotto nelle cittadine venete di Torreglia, Bottrighe (Adria) ed Este.

Di incrollabile fede socialista, egli si fece ovunque apprezzare per rettitudine e doti professionali, facendosi oltretutto benvolere per l’umanità e la generosità che seppe rivolgere alle classi più umili. Elena Duse, nei citati Ricordi, racconta persino di sommosse popolari inscenate ad Este per evitare che il genitore venisse destituito del ruolo di medico primario del paese, in quanto malvisto dal ceto clericale e conservatore[7].

Sul piano strettamente sanitario Aristide Duse era in verità stimato da colleghi e da uomini di scienza. Il clinico Achille De Giovanni, in particolare, lo portava ad esempio. Dovendo affrontare sul campo le patologie più comuni e insidiose, il dottor Duse si applicò allo studio della difterite, la pericolosa infezione che mieteva un gran numero di vittime tra i pazienti in tenera età. Egli avrebbe anche potuto pubblicare i risultati delle proprie osservazioni, ma glielo impedì la scorrettezza di un collega che oggi viene ricordato come ‘insigne chirurgo’ nel testo di una lapide presente in una grande città italiana.

I figli di Aristide crebbero fortunatamente sani, onesti, operosi. Preoccupazione principale del capofamiglia fu che tutti studiassero e fossero liberi di seguire le proprie inclinazioni.

Elena, dopo gli studi superiori sostenuti nel Ginnasio di Este e al Liceo Tito Livio di Padova, si iscrisse nel 1899 al corso di laurea in Scienze naturali presso la Facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali di questa Università. All’epoca vi insegnavano personalità come Giovanni Canestrini (Zoologia, anatomia e fisiologia comparate), Giovanni Omboni (Geologia), Pierandrea Saccardo (Botanica), Giuseppe Vicentini (Fisica), Raffaello Nasini (Chimica generale) e Giuseppe Lorenzoni (Astronomia).

Elena Duse assistette alla sua prima lezione al Bo nel gennaio del 1900. «Mi presentai – scrive l’autrice del memoriale – nell’aula di zoologia gremita di studenti di tre facoltà. Il prof. Canestrini, assai vecchio, sostenitore della teoria darwiniana, teneva in quel mattino la sua prima lezione dell’anno. Prima che egli entrasse apparvi io, scendendo di corsa […] la scaletta che divideva in due semicerchi l’anfiteatro scolastico, e presi il mio posto in basso, di fronte alla cattedra. Cantavano gli studenti una canzonetta poco pulita all’udito di una ragazza di quel tempo. Al mio ingresso fu imposto il silenzio da chi mi vide per primo, ed io potei scendere senza arrossire». È probabile sia stata questa la prima e unica volta in cui la giovane matricola ebbe occasione di udire in aula la voce di Canestrini, il biologo evoluzionista che insegnava a Padova dal 1869.

Il Bo, foto d’epoca

Elena Duse al Bo

Quel Canestrini che agli occhi della studentessa appariva assai vecchio, era in realtà del ’35 ed era afflitto da una grave malattia. Morì poche settimane più tardi, il 14 febbraio del ‘900, all’età di sessantaquattro anni[8]. A sostituirlo in cattedra fu chiamato da Messina il livornese Eugenio Ficalbi che aprì le lezioni il 13 marzo 1901 e che a Padova impartì la disciplina per un quinquennio. Proprio a Ficalbi si rivolse inizialmente Elena Duse per farsi assegnare una tesi in biologia, una scelta dalla quale preferì poi discostarsi optando per uno studio in cristallografia sotto la guida di Edoardo Billows (1871-1943), assistente nonché nipote di Ruggero Panebianco, ordinario di Mineralogia.

Gli spazi riservati al Gabinetto di Mineralogia e Geologia erano ubicati già da cinque anni al secondo piano del palazzo universitario, dove prima si trovava la Scuola di applicazione per ingegneri[9]. Il laboratorio di Cristallografia – racconta Elena Duse – si trovava in una “stanza” più discosta che si raggiungeva attraversando un’aula immersa nell’oscurità e «arabescata di ragnatele».

«Mi sentivo insofferente – ricorda l’autrice del Diario – di starmene ore rinchiusa e appartata. Avevo anch’io i miei vent’anni, e il sole, l’aria pura, i viali pieni di magica ombra non sfuggivano ai miei sensi, alla mia sognante immaginazione. Ricordo che talvolta facevo irruzione nella sala di Fisica. Andavo fuori orario, sicura che vi trovavo solo i due assistenti, miei cari amici. Giovani sui trent’anni, uno vivacissimo come me, il prof. Gnesotto[10] che più tardi occupò il posto di titolare della cattedra di Fisica. Basso di statura, anzi minuscolo, tutto pepe e vasta cultura […]. L’altro assistente, Contarini[11], che si dedicò poi all’astronomia, era più calmo, direi quasi un mistico».

In un giorno di pioggia Elena Duse si trovava nel laboratorio di Cristallografia impegnata a trattare le polveri che costituivano materia per i suoi esperimenti. Una volta immerse le polveri in un grande vaso colmo di etere, la tirocinante si accingeva a studiare al goniometro determinati cristalli precedentemente ottenuti.

«Fuoco e materia infiammabile accanto  – ammette la giovane – un incendio sicuro. La mia incoscienza del momento mi oscurò la ragione. Ma non doveva succedere catastrofe. Entra d’impeto l’assistente Billows, spegne il gas, spalanca la finestra e mi trascina fuori». Billows praticamente le salvò la vita evitando oltretutto che scoppiasse un pauroso incendio all’interno di un edificio che tanta parte ha nella storia di Padova.

Palazzo del Bo, Loggia

Un secondo episodio, sopraggiunto anch’esso a turbare la flemma e l’austerità della vita accademica di inizio secolo, ebbe luogo nel maggio del 1903. La popolazione studentesca era in quei giorni in fermento per le notizie che provenivano da Innsbruck. Era noto che gli allievi di nazionalità italiana, che frequentavano l’ateneo del Tirolo, subivano offese e soprusi da parte della popolazione tedesca. Ma il giorno 16, in particolare, quando il trentino Giovanni Lorenzoni ascese la cattedra per tenere la prolusione al corso di Economia politica, si verificarono straordinari disordini, con minacce e prepotenze ai danni dei nostri connazionali.

In segno di solidarietà con i ‘fratelli’ di Innsbruck, gli studenti padovani organizzarono una serie di agitazioni di matrice irredentista che si estesero anche ad altre città italiane. A Padova il cortile del Bo divenne il centro della protesta mentre al teatro Garibaldi sventolarono le bandiere di Trento e Trieste. Inoltre, comizi e adunate di vario genere si susseguirono in tutto il centro storico, in particolare attorno ai monumenti di Mazzini e Garibaldi. Alle proteste e ai proclami degli studenti si alternarono i discorsi patriottici di noti professori come Giuseppe Vicentini, Lando Landucci, Achille De Giovanni, Giulio Alessio e Giovanni Bordiga[12]. Fu persino riunita una squadra di ciclisti universitari che, a scopo dimostrativo, raggiunse la città di Trento dove la comitiva fu accolta con manifestazioni di giubilo dalla gente del posto.

Ruggero Panebianco

Erano settimane cruciali per Elena Duse, impegnata a completare la tesi di laurea alla cui discussione mancava poco più di un mese. Concentrata nelle indagini di laboratorio, ella vide un giorno entrare nella stanza il professor Panebianco che le si rivolse preoccupato: «Lei farà bene ad andarsene di qui, non spira buon vento». Alla risposta della studentessa, che asseriva di sentirsi al sicuro in quell’angolo solitario del Bo, Panebianco si permise una battuta di spirito nonostante l’emergenza fosse poco propizia alla distensione: «Si ricordi però […] che se la condurranno in prigione, io non verrò a liberarla… a meno che non venga il mio aiuto. Forse egli darà anche la scalata alla cella».

«Un’ora dopo – prosegue il racconto della laureanda – la campana della torre dell’Università mandava nell’aria rintocchi così forti e prolungati da ridestarmi con questo insolito richiamo; mi risolvetti di andarmene. Nel mentre, entrò uno studente di ingegneria: Rossi. Lo avevo conosciuto nel Carnevale, una notte, al caffè Pedrocchi, nella tradizionale battaglia di fiori e dolci. Mi dice che giù, fra Pedrocchi e Canton del Gallo, una folla indemoniata di dimostranti è alle prese con la polizia. Al Pedrocchi facevano saltare vetrate, specchi, poltrone, e giù nell’atrio dell’Università stavano asserragliati centinaia di studenti, sprangato il portone, decisi a resistere. Mi esortò a seguirlo che mi avrebbe fatto sortire per una porticina che conduceva al Ponte Altinà dove tutto era calmo e deserto. Non mi opposi. Sentii pulsare il mio cuore di italiana e avrei voluto anch’io espormi […]».

Elena Duse dottoressa

Laureandi

Dopo il traguardo della laurea[13], Elena Duse si dedicò alla immediata stesura di un breve contributo basato sul lavoro di tesi. Grazie al sostegno di Ruggero Panebianco, il saggio apparve nell’annata corrente della “Rivista di mineralogia e cristallografia italiana”[14].

Nel 1905 la giovane dottoressa sposò il botanico Renato Pampanini (1875-1949) che insegnò nelle università di Firenze e di Cagliari. Dal matrimonio nacquero quattro figli: Alba, Clara, Elio e Marta. Il cambio di vita portò la Duse lontano da Padova, mentre il padre Aristide concluse i suoi giorni in questa città il 16 maggio del 1916[15].

Il vecchio garibaldino risiedeva in una villetta di via Tiziano Aspetti dove si era ritirato campando modestamente dopo che le non buone condizioni di salute lo avevano costretto ad abbandonare anzitempo il servizio. Non gli era stata neppure concessa la pensione perché non aveva esercitato la professione nella medesima condotta per quarant’anni consecutivi.

La figlia Elena, dopo una lunga esistenza di cui si hanno sparse notizie fra le pagine del memoriale autografo, morì a Roma, ultracentenaria, il 18 ottobre 1981. È oggi sepolta nel cimitero di Vittorio Veneto.

Paolo Maggiolo

Note:

* Ringrazio vivamente la famiglia Paoletti per avere acconsentito alla pubblicazione di alcuni stralci dal Diario inedito di Eleonora Duse, Sole di mezzanotte.

[1] Il breve elenco di coloro che si sarebbero laureati in Scienze naturali il 30 giugno è pubblicato il giorno stesso dal quotidiano “Il Veneto”, p. [2]. Fra i nomi dei convocati alla sessione di laurea compaiono Lisa Geiringer e Ramiro Fabiani. Quest’ultimo sarà professore di Paleontologia nelle università di Padova, Palermo e Milano.

[2] A consentire alle donne di immatricolarsi negli atenei fu il Regolamento generale degli studi universitari del Regno pubblicato nella “Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia” del 27 ottobre 1876.

[3] Vittore Ravà, Le laureate in Italia. Notizie statistiche, “Bollettino Ufficiale del Ministero della Pubblica Istruzione”, 2 aprile 1902, pp. 634-641.

[4] Cfr. Valeria Maggiolo, Donne e università. Laureate in lettere e filosofia a Padova tra Otto e Novecento, “Bollettino del Museo civico di Padova”, n. s. 1 (2023), p. 123-142.

[5] La morte di un garibaldino, “Il Gazzettino” (cronaca di Padova), 17 maggio 1916, p. [2].

[6] Oltre a riconoscere la generosità della famiglia Paoletti che ha permesso di consultare lo scritto di Elena Duse, desidero ringraziare la prof.ssa Maria Teresa De Lotto che ha segnalato l’esistenza di questo inedito.

[7] Analoga notizia la si trova anche in un trafiletto del quotidiano “Il Comune: giornale di Padova” del 6 febbraio 1893, ove si riferisce circa la riconferma di Aristide Duse quale medico condotto di Este, deliberata da quel consiglio comunale in data 4 febbraio 1893: provvedimento che ribaltava il precedente voto contrario espresso dal medesimo consiglio nella seduta del 31 gennaio.

[8] Una delle ultime apparizioni in pubblico – se non addirittura l’ultima – di Giovanni Canestrini fu il 2 febbraio 1900 ai funerali dell’agronomo Antonio Keller, già direttore della Scuola di Applicazione per Ingegneri. Giovanni Canestrini, fra l’altro, il 28 gennaio era stato eletto in consiglio comunale con 1888 voti.

[9] La Scuola di applicazione per ingegneri si era trasferita in quegli anni a palazzo Cavalli, dove poi si insediò l’Istituto di Geologia. Il Gabinetto di Mineralogia rimase al Bo fino agli inizi degli anni Venti, quando traslocò in alcuni locali di via Jappelli in attesa di occupare la nuova sede di corso Garibaldi. La sede successiva di Ingegneria fu invece in via Loredan.

[10] Tullio Gnesotto (1871-1950), padovano, insegnò Fisica a Padova, a Camerino e a Ferrara. Si occupò di fenomeni magnetici e di studi di sismologia, di termologia e di elasticità. In quei primi anni del Novecento era primo assistente di Giuseppe Vicentini.

[11] Mosè Contarini, cittadellese, era secondo assistente presso l’Istituto di Fisica e collaboratore del “Bollettino sismografico” pubblicato dall’Istituto.

[12] Sono state consultate in proposito le cronache dei giornali “La Libertà” e “Il Veneto” della seconda metà del mese di maggio 1903.

[13] Nel manoscritto di Elena Duse, Il sole di mezzanotte, si dice che Edoardo Billows donò alla studentessa, in occasione della laurea, “un libretto di poesie tedesche di Heine con la sua dedica e firma”. L’esemplare fu ereditato da Clara, figlia di Elena.

[14] Studio cristallografico sulle sostanze Paranitrobenzoatometilico e Parabromobenzoatometilico, “Rivista di mineralogia e cristallografia italiana”, 30 (1903).

[15] Cfr. La morte di un garibaldino, “Il Gazzettino”, 17 maggio 1916, p. [2].

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