Giambattista Vico

Abstract

1) Per il terzo centenario della pubblicazione della Scienza Nuova del 1725: una riflessione sulla conoscibilità e il senso della storia

2) Vico, Venezia e la cultura veneta: la pubblicazione della Autobiografia e la mancata ristampa della Scienza Nuova del 1725

Per il terzo centenario della pubblicazione della Scienza Nuova del 1725: una riflessione sulla conoscibilità e il senso della storia

La prima edizione della Scienza Nuova di Giambattista Vico vide la luce a Napoli, presso la stamperia di Felice Mosca, nel 1725: nel 2025 ricorre il terzo centenario (1). Con ogni probabilità la ricorrenza – come è giusto che sia – non passerà inosservata. Coerentemente con il lavoro di Vico, straordinario per erudizione, profondità di cultura e pensiero, potrebbe essere l’occasione, preziosa, per una riflessione su temi e domande di straordinaria importanza: in questo tornante della storia per non pochi aspetti angosciante. La domanda, inquietante ma giustificata, che è al fondo delle nostre coscienze, riguarda la possibilità di un futuro per l’umanità, e reca con sé il problema della conoscibilità e del senso della storia: temi quest’ultimi ab imis vichiani, da lui indagati per almeno un trentennio e sviluppati, in uno sforzo titanico di riflessione e progressiva definizione linguistica concettuale e valoriale, nelle tre edizioni – 1725, 1730 e 1744 – del suo capolavoro (2).

Giambattista Vico

                    “… SENZA UN DIO PROVEDENTE non sarebbe nel Mondo altro stato, che errore, bestialità, bruttezze, violenza, fierezza, marciume, e sangue; e forse, e senza forse, per la gran selva della Terra orrida, e muta oggi non sarebbe Genere Umano” (Conchiusione dell’Opera, p. 269, PRINCIPJ DI UNA SCIENZA NUOVA INTORNO ALLA NATURA DELLE NAZIONI, IN Nap. Per Felice Mosca. MDCCXXV).

                    “Le cose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano” (Degnità VIII, PRINCIPJ DI SCIENZA NUOVA DI GIAMBATTISTA VICO D’INTORNO ALLA COMUNE NATURA DELLE NAZIONI, IN NAPOLI MDCCXLIV. NELLA STAMPERIA MUZIANA).

Frontespizio della copia conservata presso Biblioteca Comunale “G. Comisso” Treviso, inventario 3052, collocazione BCTV, R II, 32, G.

Dello stesso esemplare, la pagina con dedica al cardinale Leandro Di Porcia (al secolo Egidio) fratello del conte Giovan Artico: Biblioteca Comunale “G. Comisso” inventario 3052, collocazione BCTV, R II, 32, G.

     Il contributo – innegabile - di Vico allo sviluppo del pensiero filosofico riguarda la conoscibilità della vicenda umana collettiva (le nazioni, nel significato vichiano, le civiltà e le epoche storiche: loro origini, sviluppo e crisi in una visione ideale-eterna, cioè negli aspetti comuni e costanti) e la definizione dei principi di una scienza, non astrattamente razionalista, adeguata all’oggetto e, per ciò stesso, basata sullo studio di ciò che più caratterizza i fatti dell’uomo: la lingua, l’arte, il diritto, la mitologia e le religioni (3). A testimoniare la centralità della lingua, nella nuova scienza, oltre l’importanza della filologia e dell’etimologia, bisogna considerare la funzione assegnata alla poesia come espressione e costruzione di umanità, in quella fase delle civiltà in cui prevalgono la fantasia e l’immaginazione. Il tutto sempre in una dimensione di famiglia umana e societas, cioè di civiltà, e “catholica”, cioè universale non solo in senso religioso: con tutte le implicazioni correlative per una concezione del “moderno” non necessariamente incentrata sulla prevalenza dell’individuo. Il realismo di Vico, pur basandosi su una visione dell’uomo “così com’è”, si distingue nettamente e intenzionalmente da quello classico di Trasimaco e da quello moderno di Machiavelli e Hobbes, e fa costante riferimento al rapporto dell’uomo con la natura e la geografia, alla produzione per vivere e alla riproduzione della vita (vedi l’importanza assegnata, in relazione al sorgere della civiltà, alla genitorialità certa), alla necessità di regolare i rapporti tra gli uomini attraverso delle leggi e forme di stato che favoriscano la convivenza civile e pacifica. Sul piano del metodo si può considerare la nuova scienza vichiana costituzionalmente filosofica, basata su un’antropologia tendenzialmente comparativa, che si alimenta di diverse discipline e folgoranti sintesi tra diversi saperi. Il tutto in una lingua che, all’interno di una definita tradizione retorica, trova, da una parte, nell’allegoria e nell’ampio respiro del periodare, l’espressione della complessità del ragionare e argomentare (complessità che non raramente mette in difficoltà il lettore e che richiede, spesso, una seconda o una terza lettura in molti passi); e, dall’altra, disvela nella similitudine, nell’analogia e nella metafora, frequentemente basate su un lessico e immagini naturali, lo scoccare repentino della scintilla intuitiva. Superate, però, le indubbie asperità del testo: si aprono sorprendenti scenari di senso (4).   

     Un altro “nodo” del pensiero, che Vico scioglie sebbene in maniera necessariamente problematica, riguarda il senso della storia. Già nell’edizione del 1725 si afferma il ruolo della Provvedenza che, però, non annulla l’importanza del libero arbitrio. Vico è consapevole della precarietà della vicenda umana e del fatto che il corso della storia va dalla ferinità alla civiltà, con l’incombente rischio del ritorno alla bestialità, eppure, contemporaneamente, crede e confida nella presenza nella storia di una “tensione verso” che, però, può essere non riconosciuta e non accolta dall’uomo. Non siamo di fronte a una teleologia ineluttabile, o, per dirla con parole del nostro tempo, a un servosistema automatico, come se l’uomo fosse ininfluente. Quindi la storia, che pure è conoscibile e, grazie alla Provvedenza, tendente al bene, per Vico, è travaglio costante, pertanto è e rimane dramma. E la nuova scienza vichiana, che indaga questo dramma, oltre a sfuggire alla “boria delle nazioni e dei dotti”, deve recare “indivisibilmente seco lo Studio della Pietà” perché non si può essere saggi senza essere pii (Conchiusione, edizione 1744).

La "Conchiusione" dell'opera pagg. 268-269 Biblioteca Comunale di Trento (G 4 m 447).

Vico, Venezia e la cultura veneta: la pubblicazione dell’Autobiografia e la mancata ristampa della Scienza Nuova del 1725

     La conoscenza di Vico a Venezia e nel Veneto e i suoi rapporti con uomini di cultura veneti, sono stati oggetto di un importante congresso internazionale svoltosi dal 21 al 25 agosto 1978 all’Isola di San Giorgio, appunto, a Venezia, per iniziativa della Fondazione Giorgio Cini, allora diretta da Vittore Branca (5). Il convegno celebrava il 250° anniversario della pubblicazione a Venezia dell’Autobiografia vichiana, nel primo tomo della “Raccolta di opuscoli scientifici e filologici” redatti dall’abate Angelo Calogerà, con la prefazione del conte Giovan Artico di Porcia, ideatore fin dal 1720 del “Progetto” rivolto ai letterati d’Italia affinché scrivessero le loro vite. Il progetto, dopo un iniziale consenso da parte di diversi possibili autori, tra i quali lo stesso Muratori, fu guardato da molti di essi con crescente scetticismo, probabilmente alimentato dal timore di scontrarsi con la Chiesa. Lo stesso Muratori a un certo punto si ritirò, pur avendo inviato la sua Vita, comunicando a Giovan Artico il divieto di pubblicarla. 

Il rinnovamento in atto nella cultura veneta nel primo Settecento (6), con importanti aperture al pensiero di Bacone e Grozio, e le sollecitazioni provenienti da paesi riformati come l’Inghilterra e l’Olanda, favorirono una ricezione positiva della Scienza Nuova del 1725, fino a considerare Vico come una delle voci più significative della penisola e meritevole, quindi, di rientrare tra quelle personalità la cui vita, raccontata da loro stessi in terza persona, potesse rappresentare un esempio per gli uomini di cultura di tutta la penisola, contro le inutili “metafisiche argutezze della Scolastica” (7). Importanti letterati veneti (oltre al Conte di Porcia, tra gli altri, l’abate Antonio Conti e il padre Carlo Lodoli) videro nella Scienza Nuova, la possibilità di svolgere un discorso scientifico, partendo dal significato riconosciuto da Vico alla poesia, nel campo della storia e dei fatti umani, con una netta differenziazione e distacco dal cartesianesimo. Con ogni probabilità i “principj” vichiani rappresentavano per gli interlocutori veneti una novità, che contemperava le spinte al rinnovamento culturale con la tradizione umanistica e letteraria di Venezia in particolare.

     Alla Vita di Giambattista Vico. Scritta da sé medesimo (nel 1725 e pubblicata, appunto, a Venezia nel 1728 presso l’editore Cristoforo Zane), doveva far seguito presso lo stesso editore, su sollecitazione degli amici veneti, la ristampa dei PRINCIPJ DI UNA SCIENZA NUOVA INTORNO ALLA NATURA DELLE NAZIONI, con le correzioni e le integrazioni nel frattempo elaborate dall’autore. Quando, però, nel 1728, dopo un carteggio di diversi mesi e ormai a metà della stampa, Vico si sentì offeso dall’editore, interruppe la collaborazione e richiese indietro tutto il suo materiale (8). Come sappiamo: continuò a lavorare al suo capolavoro, di cui solo due anni dopo pubblicò a Napoli la seconda edizione. Comunque, nonostante la drastica interruzione del lavoro di stampa, sicuramente Vico recepì dagli ambienti veneti non pochi stimoli e sollecitazioni ad approfondire aspetti della nuova scienza su cui rifletteva già da non pochi anni e che avrebbe negli anni successivi continuato ad elaborare.

Pagina dell'esemplare della "Scienza Nuova" conservato nella Biblioteca Comunale di Trento (G 4 m 447, pag. 59) come esemplificazione delle correzioni apportate con ogni probabilità dallo stesso Vico.

Frontespizio copia della Biblioteca Comunale di Trento (G 4 m 447).

L’interesse per l’opera del filosofo napoletano a Venezia si era manifestato diversi anni prima delle vicende relative alla mancata ristampa della Scienza Nuova. La capitale della Serenissima era tra le realtà più importanti della penisola per l’editoria e il mercato librario, oltre ad essere uno dei centri più attivi nella rete delle accademie, insieme a Padova e alle città dell’entroterra veneto: disponibile, pertanto, ad accogliere le nuove voci che si affacciavano nelle lettere italiane. In questo quadro si colloca il “Giornale de’ Letterati”, rivista fondata da Antonio Vallisnieri, Scipione Maffei e Apostolo Zeno (9) che, con il suo programma di difesa del valore della cultura italiana, espresse, efficacemente e con successo in tutta la penisola, un’esigenza largamente avvertita negli ambienti colti. E proprio agli inizi del 1710, nei primi numeri, fu presentato “in un articolo dedicato a Vico un ampio “estratto” del De nostri temporis studiorum ratione”, e subito dopo fu data la notizia dell’imminente pubblicazione del De antiquissima italorum sapientia.

Antonio Vallisnieri (1661 - 1730)

Nonostante qualche riserva espressa nell’articolo di presentazione dell’”estratto” del De ratione, ad esempio come se la materia fosse stata solo “accennata” da Vico, già nel tomo successivo vennero riconosciuti l’originalità e il significato dell’opera. A questi articoli seguì “un’ampia e impegnativa discussione sulla metafisica vichiana”. L’interesse del “Giornale de’ Letterati” per Vico, dunque, aveva portato all’attenzione dei lettori le opere precedenti la Scienza Nuova del 1725. L’attenzione non venne meno nei decenni successivi e l’influenza del suo pensiero, a partire dalle circostanze sopra richiamate, si sviluppò per tutto il Settecento: quasi in controtendenza con quanto si verificò a Napoli, dove, oltre la ristretta cerchia degli estimatori, l’interesse per Vico rimase molto sottotraccia; come nel resto della penisola, dove saranno gli esuli della Repubblica napoletana del 1799 a favorirne la conoscenza, in particolare Vincenzo Cuoco a Milano (10). Per quanto riguarda la Serenissima, oltre agli uomini di cultura veneti già citati, ricordiamo le consonanze di Melchiorre Cesarotti con la riflessione di Vico sulla lingua e sulla poesia (11), e l’influenza che lo scrittore e linguista padovano esercitò su Foscolo, favorendo la conoscenza e il meditato apprezzamento del pensiero del filosofo napoletano da parte dell’autore di Dei Sepolcri (12).

Nicola Cetrano

Vita di Giambattista Vico

Vico nacque a Napoli nel 1668 da “onesti parenti, i quali lasciarono assai buona fama di sé” (Autobiografia), cioè da una famiglia di modeste condizioni economiche ma molto dignitosa. Il padre era un libraio, proprietario di una piccola bottega in Via S. Biagio dei Librai. L’adolescente Giambattista iniziò gli studi “formali” presso i gesuiti, cambiando successivamente diverse scuole e maestri. Accanto agli studi formali, alquanto discontinui e vari, lettore curioso e instancabile, condusse letture e studi in varie direzioni, prevalentemente di diritto, filosofia e storia, con particolare attenzione ai classici latini e italiani e confronto critico con le coeve tendenze innovative del pensiero filosofico e scientifico.  Nel 1694 risultava laureato in diritto civile e canonico.

Dal 1686 al 1695 fu impegnato come precettore dei figli del marchese Domenico Rocca nel Cilento, con periodi di permanenza a Vatolla, giovandosi della ricca biblioteca del marchese. Nel 1698 vinse la poco retribuita cattedra di retorica presso l’Università di Napoli, vedendo successivamente delusa la sua aspirazione a una cattedra di diritto molto meglio retribuita.

Ebbe una famiglia numerosa e visse costantemente in ristrettezze a volte penose (“tristissime” per dirla con Croce), dovendo di conseguenza affannarsi in lezioni private e scritti d’occasione o celebrativi. Morì a Napoli nel 1744, poco prima della pubblicazione della terza edizione della Scienza Nuova, a cui aveva lavorato per circa un ventennio.

Le sue opere ebbero un’alterna fortuna: apprezzate in vita da pochi in grado di capirne l’ampiezza e al tempo stesso la profondità, furono successivamente riscoperte e meglio comprese in momenti diversi. Attualmente gli studi vichiani registrano una fase di grande interesse e apprezzamento, sotto diversi punti di vista, in Italia e all’estero.

Note

(1) L’esemplare, a cui si fa riferimento in questo scritto, è conservato presso la Biblioteca Comunale di Trento e risulta non censito fra i 35 testimoni considerati per l’edizione critica: G. VICO, LA SCIENZA NUOVA 1725, a cura di Enrico Nuzzo, Roma, 2023. Si tratta, purtroppo, di un volume a cui è stata tagliata, da qualche maniaco o più probabilmente mariuolo (c’è tutto un mercato degli autografi), la pagina di guardia che, a memoria di chi scrive, recava una dedica. L’amputazione impedisce di ricostruire il percorso del volume: è arrivato a Trento già nel 1725 o, comunque, all’epoca del Principato Vescovile, o successivamente? L’occasione spinge a richiamare l’attenzione dei responsabili delle biblioteche o delle istituzioni culturali - a maggior ragione se pubbliche - che hanno fondi antichi, sulla necessità di strutturare il servizio in modalità tali da impedire, per quanto possibile, il verificarsi di questi vandalismi o, più probabilmente, furti.

(2) Per una lettura in pratica successione o in parallelo delle tre edizioni, vedi: G. VICO, LA SCIENZA NUOVA LE TRE EDIZIONI DEL 1725, 1730 E 1744, a cura di Manuela Sanna e Vincenzo Vitiello, Milano, 2012. Vedi anche: G. VICO, Opere, a cura di Andrea Battistini, tomi I-II, Milano, 1990; i due tomi, in uno spazio relativamente contenuto, presentano le principali opere di Vico e le edizioni del 1725 e 1744 della Scienza Nuova; inoltre offrono una puntuale Cronologia della sua vita e un pregevole apparato di “Commenti e note”.

(3) Tra le opere di Vico precedenti la Scienza Nuova del 1725 e molto importanti per la sua genesi, ricordiamo: De nostri temporis studiorum ratione, De Antiquissima Italorum Sapientia e il Diritto universale. Per una comprensione migliore di alcuni motivi fondamentali del capolavoro vichiano e del modo in cui fu accolto, è imprescindibile Vici Vindiciae, stampato sempre presso Felice Mosca, nel 1729. Per un quadro delle edizioni critiche delle opere di Vico: G. VICO, LA SCIENZA NUOVA 1725, a cura di Enrico Nuzzo, citato sopra, p. 235.

(4) Sulla scrittura di Vico, vedi le belle pagine di B. CROCE, La filosofia di G.B. Vico, (1911, 1922, 1946), Bari,1980, in Appendice “Intorno alla vita e al carattere di G.B. Vico”, pp. 265-266. Vedi anche: B. MIGLIORINI, Storia della lingua italiana, Firenze, 1983, p. 510.

(5) Vedi: AA. VV., Vico e Venezia, a cura di Cesare De Michelis e Gilberto Pizzamiglio, Firenze, 1982.

(6) nello stesso volume: ENRICO DE MAS, Vico e la cultura veneta, pp. 1-26.

(7) ivi, p.4.

(8) Cfr. ivi, VINCENZO PLACELLA, La mancata edizione veneziana della Scienza Nuova, 143-182.

(9) ivi, MARIO AGRIMI, Presenza di Vico nella cultura veneziana del primo Settecento, p. 46 e

seguenti.

(10) Dopo un periodo di scarso interesse nel secondo Ottocento e nei primi anni del Novecento, sarà Benedetto Croce con La filosofia di G.B. Vico (1911, 1922, 1946), citato, a ravvivare l’interesse per il filosofo partenopeo. Per quanto riguarda la ricezione dell‘opera e del pensiero di Vico, non solo in Italia, vedi: ancora B. CROCE, La filosofia di G.B. Vico, Bari,1980, nell’Appendice “La fortuna del Vico”, pp 282-294; e G. VICO, LA SCIENZA NUOVA LE TRE EDIZIONI DEL 1725, 1730 E 1744, citato, “Storia della fortuna di G.B. Vico”, di MANUELA SANNA, pp. 1267-1281. All’interno del tema della ricezione del pensiero e dell’opera di Vico al di fuori dell’Italia, bisogna considerare la indubbia difficoltà della traduzione in altra lingua in particolare della Scienza Nuova. Grazie anche al superamento almeno parziale di questo ostacolo, da alcuni decenni si è registrato un interesse crescente in molti paesi, non solo in ambiti e per temi specifici (ad esempio: la linguistica, l’antropologia, la filosofia della storia e del diritto; oppure la mitologia, la questione omerica, la religione). Si può ragionevolmente affermare che, nonostante le alterne vicende della sua fortuna, l’autore della Scienza Nuova attualmente ha acquistato o riacquistato il posto che sicuramente gli compete non solo nella storia della filosofia. 

(11) Cfr. AA. VV., Vico e Venezia, citato, GIOVANNI SANTINIELLO, Vico e Padova nel secondo       Settecento, pp. 77-89.   

(12)  Cfr. ivi, GLAUCO CAMBON, Vico e Foscolo, 337-349.

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