Il Lazio meridionale e la Repubblica Veneta (Parte seconda)

Abstract

Con riferimento ai precedenti studi su Gaetano Tizzone da Pofi e la rappresentazione a Venezia della sua perduta commedia Germusia (1527), in questo intervento l’autore prosegue l’indagine sulle relazioni culturali ed intellettuali che occorsero tra quella zona del Lazio meridionale grosso modo identificabile con l’odierna provincia di Frosinone e Padova, Venezia e altri centri della Repubblica Veneta.

Isabella Andreini e i Buoncompagni del ducato di Sora

Ugo Boncompagni (Papa Gregorio XIII)

Nel 1841 il bolognese Gaetano Giordani diede alle stampe una inedita Lettera di Ugo Boncompagni. La missiva, che il Boncompagni indirizzò al giurista umbro Fabio Arca (residente in Baviera), racconta delle feste per l’incoronazione di Carlo V ad imperatore nel 1530 a Bologna. La descrizione fornisce un ragguaglio sia della cerimonia vera e propria, presieduta dal papa Clemente VII, che dei festeggiamenti a corte, ai quali convenne la nobiltà di tutta Europa. La cerimonia, sfarzosa ma rigidamente codificata e dalle forme altamente simboliche e l’apparato grandioso delle feste (con sfilate, giostre, tornei equestri, musiche e danze) hanno una sicura valenza spettacolare.

Il Giordani, in una nota alla Lettera, annuncia di aver pronto anche un altro scritto, relativo ai «trionfali ingressi nella città di Bologna del sommo Pontefice, e dello eletto Imperatore: si descriveranno le cerimonie fattesi all’incoronamento di questo, la pomposa cavalcata loro, col corteggio de’ Duchi, Principi e Signori, i quali intervennero a rendere vieppiù magnifica e splendida quella celebratissima solennità; le altre feste che si fecero, e li diversi lavori di belle arti eseguiti in tale circostanza». Quel secondo volume, ben più ricco di dettagli, venne edito l’anno seguente.

Ugo Boncompagni era nato a Bologna nel 1502; aveva studiato giurisprudenza sotto la guida di rinomati giureconsulti, avviandosi ad una luminosa carriera in ambito ecclesiastico. Carriera che gli permise di avere tra i suoi discepoli il futuro cardinale Carlo Borromeo e anche un giovanissimo Alessandro Farnese, passato poi alla storia con l’appellativo di “Gran Cardinale”. Chiamato a Roma fu insignito di varie cariche: Pio IV nel 1565 lo fece cardinale; il 13 maggio 1572 il Conclave lo creò papa, con il nome di Gregorio XIII.

Sicuramente fu uomo colto; accordò la sua protezione a tanti artisti e letterati (ma non agli attori, che anzi nel 1572 scacciò dai territori papali, permettendo recite alle sole Accademie e Confraternite); promosse la riforma del calendario, che infatti è detto “gregoriano”; ma, come vedremo, non trascurò gli “affetti familiari”.

Vita e carriera di Isabella Andreini, attrice e poetessa

Isabella Andreini

Negli anni del pontificato di Gregorio XIII, si svolse anche la vita (e la carriera) di Isabella Andreini. Costei fu una celeberrima attrice teatrale della Commedia dell’Arte, moglie dell’altrettanto famoso Francesco Andreini (che aveva sposato nel 1578). Isabella era nata a Padova nel 1562 dalla famiglia veneziana dei Canali, e fin da bambina si era mostrata particolarmente interessata alla recitazione teatrale. Insieme al consorte recitò nella compagnia bolognese dei “Comici Gelosi”, giungendo ad un’elevatissima professionalità, tanto da poter recitare davanti alle corti di mezza Europa.

All’interno del gruppo, in un’epoca in cui ciascun attore o attrice si specializzava in un ruolo (le cosiddette “maschere” della Commedia dell’Arte), Isabella fu sostanzialmente l’inventrice del personaggio dell’Innamorata, protagonista di tanti canovacci. Avvenente e bella, ebbe tra i suoi estimatori i sovrani Vincenzo I di Mantova, Carlo Emanuele I di Savoia e finanche Enrico IV. Fu lodata e osannata dal Tasso e da Giambattista Marino (che le dedicarono alcuni sonetti), e da Gabriello Chiabrera (che la definì «saggia tra ‘l suon, saggia tra i canti»).

La Andreini non fu soltanto attrice, ma anche scrittrice: compose un dramma pastorale, La Mirtilla, ad imitazione dell’Aminta di Tasso, lettere e frammenti vari, e soprattutto un gran numero di poesie, che pubblicò a più riprese (e con straordinaria fortuna) agli inizi del Seicento.

Questa grande attrice morì per le complicazioni di una gravidanza nel 1604, mentre ritornava da una trionfale tournée parigina. Benché, nonostante il favore popolare (e anche presso le corti) di cui godevano gli attori, su di essi gravava la scomunica, Isabella Andreini ebbe il privilegio di essere sepolta nella chiesa di Santa Croce a Lione (oggi purtroppo distrutta).

Tempo prima, il 12 settembre 1579, mentre i “Comici Gelosi” erano impegnati in una serie di rappresentazioni tra Ferrara, Milano e la corte d’Austria, il pontefice Gregorio XIII acquistò il ducato di Sora e le relative dipendenze per 100.000 scudi d’oro da Francesco Maria della Rovere, per farne dono al suo figlio naturale Giacomo Buoncompagni, avuto quand’era ancora un semplice chierico.

Giacomo Buoncompagni, duca di Sora

Il duca Alessandro Farnese ritratto da Otto van Veen nel 1585

Giacomo era nato a Bologna nel 1548, ed era stato indirizzato agli studi, frequentando l’Università di Padova. Grazie al malcelato (ma tutto sommato prudente) nepotismo di Gregorio XIII, divenne un personaggio di primo piano nel mondo politico del tempo.

Benché inviso e talora apertamente osteggiato a Roma, si rivelò un acutissimo amministratore del suo patrimonio e delle finanze di famiglia. Infatti, numerosi documenti dell’archivio Boncompagni mostrano come si occupasse attivamente della compera e della vendita degli uffici di Curia e del commercio di terreni, intessendo proficui rapporti con banchieri di mezzo stivale. A Sora acquistò una cartiera nel 1583 e creò una società dedita all’arte della lana.

Accordò protezione a numerosi letterati (tra cui Torquato Tasso e Aldo Manuzio), che gli dedicarono numerose opere a stampa (e anche manoscritti, che oggi sono nell’archivio, traslato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana). Tra gli altri accordò protezione al celebre musicista Pierluigi da Palestrina, che infatti gli intestò il primo libro dei madrigali ed il secondo libro dei mottetti.

Poesie della Andreini per il duca e la duchessa di Sora

Giacomo ottenne l’investitura a duca di Sora il 23 dicembre del 1579 da Filippo II ed è proprio dopo l’investitura che Isabella Andreini scrisse per lui un sonetto (il LXVIII del suo canzoniere).

Di vago Fiumicel le placid’onde
(Benche inesperta) io pur solcar saprei,
Ma del vasto Oceàn l’acque profonde
A gran pena col guardo i’ sosterrei.
Così le Muse al desir mio seconde
Forse ad impresa humile haver potrei;
A questa nò, che ’l suo valor confonde
Per soverchia grandezza i sensi miei.
S’io vincessi così d’ogn’altro il canto,
Come tù vinci Heroe d’ogn’altro i pregi,
Ardita spiegherei quel, c’hor non oso.
Quei, che più illustre hà de la cetra il vanto.
Regga l’incarco pur de’ tuoi gran fregi
De la Sposa di Dio Campion famoso.

La stessa Andreini dedicò un altro componimento anche alla di lui moglie («assai gratiosa, et sopra tutto di molta satisfatione del signor Giacomo, et per conseguenza di Sua Santità la qual ogni volta più si compiace di queste nozze»), la duchessa Costanza Sforza (il LXIX), che il duca Boncompagni aveva sposato nel 1576.

Nostro terreno Ciel la fronte lieta
Di voi gran Donna è fatta, al cui sereno
Lieto si specchia, e riconosce à pieno
Sue meraviglie eterne ogni Pianeta.
La pudica Honestà sue voglie acqueta
Entro quel casto alabastrino seno;
Quivi Amor pone à se medesmo il freno,
E ciò, ch’à voi non piace egli à se vieta;
Ond’altri impara a riverirvi prima
(O meraviglia) che per fama noto
Di vostr’alte virtù gli sia ’l valore.
Chi vi conosce poi qual Dea vi stima;
E mossa tutta da pensier devoto
Costanza Sforza ad adorarvi il core.

Nel feudo sorano, dopo il 1612 (anno della morte del marito), la munificenza di Costanza trovò modo di esprimersi nell’edificazione del locale complesso gesuitico, con collegio e chiesa (intitolata al Santo Spirito). A Roma invece contribuì agli arredi sacri per la basilica di Santa Maria Maggiore, all’interno della quale la famiglia Sforza aveva una scenografica cappella, su disegno di Michelangelo.

Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma

Le ragioni delle dediche della Andreini ai coniugi Boncompagni vanno cercate nel fatto che i due Giacomo e Costanza si distinsero per il particolare impegno nel campo delle arti e della cultura. E ad una persona di ingegno e di lodevole apertura mentale, quale sicuramente dovette essere la geniale attrice e letterata padovana, questo tratto della politica culturale dei duchi di Sora non poteva certo passare inosservato.

Vincenzo Ruggiero Perrino