Sommario
Abstract
In vista delle festività del Natale, tra il serio e il faceto, Stefano de Vido ci introduce nella leggenda di Babbo Natale ricollegandola alle molte identità di un personaggio simbolo per tutti i bambini del mondo la cui tradizione attraversa molte culture.
Babbo Natale è un emigrante Turco

Fuor di provocazione, pur pregna di attualità, le caratteristiche di Babbo Natale derivano principalmente da sincretismo tra qualche divinità anatolica arcaica e San Nicola vescovo di Myra, città situata nella selvatica regione della Licia.
Tra le varie buone azioni del santo vi fu quella di protettore dei bambini, secondo uno dei grandi precetti di Gesù. Le sue spoglie vennero trasportate dopo qualche secolo a Bari, di cui è patrono, per evitarne la trafugazione da parte degli infedeli.
Forse, in un clima di transizione tra matriarcato e patriarcato, la “migrazione” di Babbo Natale verso Nord-Ovest fu determinata anche dalla supremazia della Grande Dea Madre, la quale – soprattutto sotto forma di Diana degli Efesini – diede filo da torcere persino a San Paolo e al Cristianesimo che si stava diffondendo.
Seguendo un percorso a spirale, Babbo Natale raggiunse dapprima la zona baltica, dove assunse alcuni ruoli propri del dio Odino, e ri-discese poi verso le nostre contrade.
Ma la sua origine orientale è tradita dal cosiddetto berretto frigio, fatto di pelle di capretto, che egli porta in testa e che ce lo rende così somigliante ai sette nani e ai simpatici Puffi blu: tale copri-capo indicava libertà, la libertà di scorrazzare nei cieli come le nuvole.
Non di meno, il colore originario del suo vestito era il verde ( ! ): una vocazione ecologica ante-litteram.
Probabilmente trattavasi infatti di una divinità preposta alla vegetazione e al ciclo vita-morte della natura, alla stregua di Dioniso, Attis, Adone, Dumuzi, Osiride, diffusa lungo tutta la fascia del mediterraneo orientale dalla Grecia alla Siria, dalla Mesopotamia all’ Egitto.

Anche Babbo Natale, similmente alla conterranea Cibele, ha il proprio carro: le renne, animali dalla simbologia notturna come tutti i cervidi, rimpiazzano i leoni del carro della dea delle messi, che in Grecia e a Roma assunse le sembianze di Demetra e Cerere rispettivamente.
Attis era il paredro subalterno di Cibele e fu evirato per storie di gelosia. Non si può escludere che Babbo Natale sia fuggito da quei luoghi giusto appena in tempo da evitare l’ orribile mutilazione. Ma proprio dal sangue sparso in questo mito si generò l’ albero del mandorlo, il cui frutto ( la mandorla, almendra in Spagnolo) in anatolico si chiamava amygdala: pare fosse il modo locale per dire Grande Madre. Amigdala è anche il termine attuale per indicare la parte emotivamente più reattiva nel nostro cervello.
Tanto contorte eppur significative sono le vie del passato!
Insomma, Babbo Natale rappresenta un residuo di paganità associato alla materialità delle nostre festività decembrine e all’ esteriorità del mondo d’ oggi, così come Dioniso – proveniente dalle medesime regioni – con la sua maschera tragica e i suoi aspetti di capro è divenuto invece il diavolo e sopravvive ormai nei meandri della nostra psiche.
Infine, a completare la figura di Babbo Natale, qualche vaga influenza cristiana nella barba tipica del grande vecchio (Iddio) e nel nome di babbo (Padre).
Non più di un secolo fa, per esigenze pubblicitarie e consumistiche, il vestito di Babbo Natale ha acquisito l’attuale colore rosso, pare per conto della Coca-cola ( ! ) o di qualche altra casa distributrice di bevande similare. Anch’egli ha bisogno di sponsor commerciali e per motivi di competitività pare abbia recentemente avuto un contatto con i procuratori della Ferrari, al fine di rottamare le renne in favore di più veloci cavallini, col vincolo però di conservare il colore.
Nello stesso spettro di Babbo Natale e San Nicolò da Bari ricadono personaggi come Santa Claus (abbreviazione di Nicolaus), San Martino, Santa Lucia e la Befana: tutti collocabili nel periodo tardo autunno-inverno, cioè in prossimità del corrispondente solstizio. Ognuno di essi ha una propria modalità di recare doni, nella maggior parte dei casi di nascosto e passando attraverso la fuliggine di un camino e ponendoli in calze o stivali, commisuratamente ai comportamenti virtuosi o meno dei bambini. Per la precisione Babbo Natale lascia i propri doni sotto l’albero di Natale. Tale albero da un lato richiama alla mente gli ancestrali alberi biblici (e non solo) della vita e della conoscenza del bene e del male, ma dall’altro segue la tradizione di quelle piante ai cui rami venivano appesi originariamente oggetti sacri, col fine di propiziarsi le divinità. Nel caso del mistero della morte, tali oggetti potevano consistere anche in piccole immagini dei defunti. Non poche religioni antiche prevedevano il trapasso e la collocazione finale dei defunti in cielo dove a ognuno di essi corrispondeva una stella. Da qui – pare – le palline luminose dell’albero.
Ora che gli alberi sono spesso finti e che le palline sono iper-tecnologicizzate, speriamo che il nostro Babbo Natale non venga sostituito con una macchinetta distributrice rossa a pulsanti.
Stefano De Vido

