La peste sui Colli Euganei

Abstract

 Nel corso dei secoli le epidemie furono frequenti e recidivanti, favorite dalle carestie, dalle guerre e dalla mancanza d’igiene: in poche parole, dalla miseria. La credenza popolare le subiva, credendole castighi di Dio e, per scongiurarle, ricorreva ai riti propiziatori più vari. L’autore del presente articolo spiega che, nel 1630-’31, la famosa pestilenza descritta dal Manzoni imperverserà anche nel Padovano, falciando più di un terzo della popolazione dei Colli Euganei.

Premessa

Nel 1630-’31, lunghe processioni propiziatorie raggiungono il santuario mariano di Monteortone per scongiurare il pericolo dell’epidemia.

Monteortone, il Santuario

La testimonianza dello storico Tomasino

            Il 1630 e il 1631 sono gli anni terribili della peste bubbonica, di manzoniana memoria. La gente si rifugia sui colli, o si trasferisce nelle borgate e nelle ville più lontane e nascoste della città con l’illusione di scampare al contagio, ma l’infezione si propaga inesorabilmente, decimando, secondo alcuni storici, circa il 35% della popolazione. Anche monsignor Giacomo Filippo Tomasino (vescovo di Cittanova ed autore, tra l’altro, del libro sulla storia del santuario di Monteortone), nel 1631/’32 fugge da Padova, ritirandosi a Cortelà, oggi località del comune di Vo’ (PD), dove la campagna, largamente coltivata a vite, abbonda di vegetazione lussureggiante e di un’aria più pura. Qui, nella solitudine e nell’ozio, si dedicherà agli studi storici e letterari e, soprattutto, a rivedere, ad integrare e a “limare” alcuni suoi scritti in attesa d’essere affidati alle stampe.

            Ma, in tale “forzato” soggiorno, un suo carissimo amico, certo Paolo Cremonese, pure lui soprannominato “Tomasino”, è colpito dal morbo, insieme con la moglie Lucietta e la di lui madre. Soccorsi alla bell’e meglio dal suddetto monsignore, purtroppo Paolo e l’anziana mamma non sfuggiranno al devastante esito letale della malattia, mentre la consorte, superati i temibili sintomi preliminari, troverà la grazia della guarigione. Anche il nostro storiografo sarà preservato dal contagio per l’intervento misericordioso della Madonna della Salute, come egli stesso più tardi dichiarerà.

 La peste: una realtà spaventosa

            La peste, intanto, dilaga nelle sue tre forme cliniche altamente nefaste: bubbonica, polmonare e setticemica. La più temibile è la prima, quando la malattia inizia bruscamente con brividi, nausea, malessere, cefalea, febbre alta, sete imponente, con possibile delirio. In seguito, compare l’infiammazione delle ghiandole linfatiche prossime al punto d’ingresso del germe, mentre la pelle sovrastante diventa livida, calda e lucida. L’adenite, detta anche “bubbone”, si verifica prevalentemente alle ascelle, all’inguine e al collo, e può involversi o aprirsi all’esterno. Il decorso del morbo dura, al massimo, un paio di settimane: la morte sopravviene, nel 50% dei casi, per setticemia, o per l’instaurarsi della perniciosa forma polmonare.

            È in questa circostanza che le pareti del tempio di Monteortone, mirabilmente decorate da affreschi rinascimentali, vengono coperte di calce viva: un’operazione che denota, da parte del popolo, una certa ignoranza in materia di prevenzione e di controllo dell’epidemia, perché oggi si sa che il contagio avviene sia per mezzo dei bacilli abbondantemente contenuti nei bubboni, sia per mezzo della pulce dell’uomo e della cimice, oppure attraverso le vie respiratorie. I batteri della peste, dunque, non si attaccano ai muri e, nell’ipotesi vi aderissero, non potrebbero sopravvivere, né avrebbero la capacità di proliferare per mettere in pericolo le difese immunitarie della gente.

            Nel frattempo il priore del convento agostiniano, attiguo al santuario di Monteortone, dopo essersi consultato con i confratelli ed averne condiviso il parere, incarica il rinomato pittore Bernardino Prudenti (1588-1640) di realizzare, a mo’ di “ex voto”, un grande telero, da collocarsi nel retro-facciata della chiesa, all’interno della porta d’ingresso, praticamente in fianco all’attuale bussola in legno (che, ovviamente, all’epoca non esisteva, essendo stata realizzata nel 1943): il dipinto, raffigurante appunto il “Voto dei frati di Monteortone per la preservazione dalla peste del 1630/’31”, resterà visibile in questo luogo per circa 180 anni, trascorsi i quali, sfortunatamente, subirà la sorte della maggior parte delle opere artistiche del santuario: sparirà nel 1806, o nel 1810, in seguito alle note razzie delle truppe napoleoniche. Non siamo certi, però, che la tela sia stata commissionata direttamente e per volontà degli agostiniani: non avendo trovata alcuna documentazione in merito, potrebbe essersi trattato, infatti, del dono spontaneo di un mecenate o, comunque, di un fedele affezionato al convento.

            In primavera, cominciano le processioni salmodianti della gente scalza che, dalle località vicine, si reca con gli stendardi al santuario della Madonna della Salute per implorare la liberazione dal morbo. Anche gli abitanti di Abano, S. Pietro in Montagnon (l’odierna Montegrotto), Galzignano, Torreglia, Tramonte, Praglia e Montemerlo chiedono alla Madre di Dio d’essere preservati dal contagio e fanno voto di andarla a visitare ogni anno, processionalmente, nei giorni immediatamente successivi alla Pasqua. Secondo la tradizione, pare che nessuno dei partecipanti al corteo sia stato infettato dall’epidemia.

            Sempre a detta del Tomasino, appese alle pareti delle navate e intorno alle colonne del santuario, fin quasi in cima, fanno mostra di sé gli “ex voto” delle persone graziate o miracolate. Quanto all’aspetto di questi oggetti votivi, si tratta, in genere, di disegni o dipinti su tavolette lignee o d’argilla, oppure di statuine scolpite (a volte di stucco, o di pregiato materiale e di costosa fattura), recanti in calce una didascalia, o una breve dicitura, per illustrare appunto la scena di un fatto doloroso, o tragico, a cui segue la rappresentazione di un intervento straordinario proveniente dal Cielo, che a volte sembra esorbitare dall’ordine naturale delle cose. Scorrono, per lo più, immagini che oggi definiremmo rappresentate in stile “naïf”, ma che non di rado denotano la matita o il pennello di autori dotati di una certa propensione artistica.

            Nel libro “A fulgure et tempestate… Aspetti di vita e mentalità di un villaggio dei Colli Euganei” (Francisci Editore, Abano Treme 1999), Sergio Giorato spiega che nel 1630 “sfilavano verso il santuario le parrocchie con canti e preghiere e gli iscritti alle pie associazioni negli abiti di rito” e che “lungo la strada un cordone di folla s’inginocchiava al passaggio [delle processioni]”, aggiungendo che “misti alla folla, gruppi di giovani attendevano con impazienza per mettere in atto l’unica innocente strategia della seduzione: guardarsi e farsi vedere”.

Monteortone, l’interno della Basilica

“Ex voto” asportati dalle truppe napoleoniche

            Ma ecco i racconti di alcuni “ex voto” visibili in santuario in questo infausto periodo e purtroppo spariti nel 1806, in seguito all’entrata nel Veneto delle truppe napoleoniche[1].

            È l’8 marzo 1625, quando Giacomo Filipato, colpito dal male, fa il voto alla Madonna, che lo rimette in piedi perfettamente guarito. E grande è considerata la grazia concessa al signor Tiso Camposampiero, stimato ed autorevole gentiluomo di Padova (da non confondersi con l’omonimo feudatario che ospitò S. Antonio nel 1231), il quale, trovandosi nella sua casa di Torreglia (PD), vede morire di peste la propria sorella e quattro domestici. Preso dallo sconforto, si getta in ginocchio e raccomanda alla Beata Vergine la propria salute e quella della moglie: l’intervento divino non si fa attendere.

            Paolino Casotto, da Padova, è padre di cinque figli, tutti colpiti dal morbo. Disperato, invoca la protezione della Madonna e nessuno di essi soccomberà all’epidemia (il fatto è del 1631, ma egli scioglierà il voto nel 1639). Nella Città del Santo, anche una certa Caterina è contagiata dal terribile bacillo, ma, dopo aver pregato la Regina del Cielo, viene miracolosamente risanata. Il 27 maggio 1631, Pietro Chiario, pressoché devastato dall’infezione, implora la Vergine Maria e, in pochi giorni, si ritrova guarito, anzi rinvigorito.

            Nella sua villa di Padova, il dottor Paolo Tomasino, fratello del nostro storiografo, registra con profondo dolore la malattia e la morte di una sua dipendente (una lavorante? una domestica?) e, per timore d’essere contagiato, si rifugia con i propri figli a Tramonte, località distante pochi chilometri dai frati agostiniani. Chiede aiuto alla Madre di Dio, alla quale è profondamente devoto, e, non appena ritiene d’aver schivato il pericolo, si reca a sciogliere il voto nella chiesa di Monteortone, dove fa celebrare alcune messe solenni con il canto del “Te Deum”.

Monteortone, Assunzione di Maria in cielo (Jacopo da Montagnana)

            Il 13 giugno 1631, festa di S. Antonio di Padova, partono da Torreglia (PD), paese dei Colli Euganei particolarmente colpito dall’epidemia, uomini e donne scalzi per raggiungere il santuario della Madonna della Salute. Padre Giovanni, curato del luogo, dichiarerà che nessuno dei partecipanti al corteo fu intaccato dall’infezione: al contrario, molti di quelli che non si accodarono alla processione, o che si permisero di snobbare o dileggiare il rito propiziatorio, ci rimisero la pelle.

            Lo storico conclude con questo commento: Niun può credere gli infiniti voti di cera, e candele, e elemofine, che in quel tempo della pefte di Padoua furono offerti alla Chiefa di quefta B. Vergine, e quante grazie piouerono foura i diuoti fuoi, e di quefto ne fia fegno la faluezza, e fanità, che goderono tutti quefti Reuerendi Padri, e fuoi feruenti (“Nessuno può rendersi conto degli infiniti voti di cera, candele ed elemosine che in quel tempo della peste furono offerti alla chiesa di questa Beata Vergine e di quante grazie scesero sopra i suoi devoti. E di ciò ne sia testimonianza la salvezza e la salute che goderono tutti questi reverendi padri e i loro coadiutori”).

            Aggiunge, infine, che anche gli affittuari addetti alla gestione della vicina osteria (probabilmente dove ora sorge la Casa del Pellegrino), pur essendo preposti a dare ricetto ai numerosi pellegrini spesso affetti da malattie contagiose – non ultima, appunto, la peste –, godettero sempre di buona salute. E questo fu motivo di grande meraviglia.

[1]Nel 1806, in occasione della seconda cacciata degli agostiniani dal vicino convento, e nel 1810, in seguito alla legge che sanciva la soppressione di tutte le congregazioni religiose, la soldataglia delle truppe napoleoniche ebbe a stipare su tre carri tutti gli “ex voto”, gli oggetti preziosi, i dipinti, le statuine e i paramenti delle cerimonie religiose, nonché le tre campane e persino l’organo secentesco, lasciando la chiesa completamente sguarnita e nel più desolante degli abbandoni.

Enzo Ramazzina

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