Ada Giannini, l’ausiliaria dei tedeschi nell’eccidio di Santa Giustina in Colle (Pd)

Abstract

Era una donna, la mattina del 27 aprile 1945, a guidare la spedizione punitiva delle SS e delle brigate nere provenienti da Castelfranco Veneto e da Camposampiero, sfociata poi nel massacro in cui persero barbaramente la vita, lungo il muro di cinta della chiesa di Santa Giustina in Colle, una ventina di uomini inermi, compreso il parroco don Giuseppe Lago e il giovane cappellano don Giuseppe Giacomelli.

Santa Giustina in Colle – VedutaChiesa di Santa Giustina Vergine e Martire

 La cuciniera dei tedeschi

Luigi Bragadin

Un testimone di fondamentale importanza per la ricostruzione dei fatti di quella giornata, sopravvissuto alla rappresaglia tedesca, in un capitolo dei suoi “Dia­ri” inediti – quello, appunto, che s’intitola “La tragedia di Santa Giustina in Colle del 27 aprile 1945, descritta dallo scampato Luigi Bragadin” – ad un certo punto accenna: “Verso le ore 10, transitò un camion con alcuni soldati tedeschi ed una ragazza italiana, che certamente fungeva da cuciniera […]”. E lo storico Pierantonio Gios, nel­la sua opera “La cronistoria del parroco don Giuseppe Lago”, nel descrivere l’entrata in scena di questa donna che, alzando alte grida, si dirigeva minacciosa verso gli ostaggi, già ammassati contro la parete esterna dell’abside, spiega: “Era la ragazza italiana che, arrestata la mattina dai partigiani, aveva deciso di vendicarsi”.

 Anche Gino Marcato, altro testimone oculare scampato all’eccidio per miracolo, nella sua relazione spedita alla biblioteca comunale il 27 marzo 1995, su invito dell’allora sindaco Francesco Ballan, fa notare la presenza di questo sinistro personaggio. “Ad un tratto, – scrive – vedo arrivare una donna che, puntando il dito contro i miei tre compagni di sventura, li fa portare lungo il muretto per l’esecuzione”. Ancora più esplicito sarà il commento di Egidio Ceccato, il quale, a pagina 253 del suo libro “Resistenza e normalizzazione nell’Alta Padovana”, e precisamente al capitolo intitolato “Una donna vendicativa”, così esordirà: “La memoria popolare ha ben conservato, fra gli attori di quei terribili eventi, l’immagine di una fantomatica donna bionda, presenza demoniaca a fianco dei tedeschi, attribuendole un preciso ruolo nell’istigazione della rappresaglia”.

Il fatto inquietante si sapeva, ma venne maggiormente a galla dai verbali degli interrogatori eseguiti dagli ufficiali alleati nell’immediatezza degli avvenimenti. Il quotidiano “Il Mattino di Padova” del 22 aprile 1995 (cinquantesimo anniversario del massacro), riportava, a tale proposito, un interessante articolo di Giuliano Doro, il quale spiegava che detti verbali, scritti in inglese, furono conservati per circa mezzo secolo negli archivi della procura generale di Roma e che solo di recente, ad apertura di un’inchiesta disposta dalla procura militare di Padova, di cui era titolare il pubblico ministero Sergio Dini, erano stati tradotti e, dal loro esame, s’era riusciti ad intravedere qualche spiraglio di verità. Ma, poiché i fascicoli dei menzionati interrogatori contenevano anche i nomi dei quattro ufficiali germanici ritenuti responsabili della strage, il magistrato pensò d’affidare all’“Interpol” il compito d’accertare l’esistenza in vita di questi graduati. Dopo circa un anno di ricerche, però, non essendo la polizia approdata ad alcunché, l’inchiesta venne archiviata.

Nella famosa relazione che Graziano Verzotto, comandante della terza brigata “Damiano Chiesa”, stese sull’attività militare svolta dai partigiani negli ultimi giorni di lotta contro i nazi-fascisti – relazione da noi reperita nell’archivio comunale di Santa Giustina in Colle – vengono fornite indicazioni su due dei quattro ufficiali germanici ritenuti responsabili dell’eccidio. Ad un certo punto, infatti, vi si legge: “Vagliando il caso e cercando i motivi della strage, pensiamo che: 1) la spedizione sia stata guidata da un tedesco che era in paese da sei mesi, nemico dei sacerdoti e dei patrioti, allontanatosi dieci giorni prima della crisi e tornato poi con le SS. Ecco i dati che abbiamo di lui: alto, biondo, di nome […], da Herfurt; 2) altro autore e sobillatore sia stato il capitano tedesco, comandante il caposaldo da noi attaccato il giorno precedente, venuto in paese anche lui con le SS. Ci mancano altri dati positivi”. Ma nel diario della “Damiano Chiesa”, a firma del comandante la compagnia Stefano Perin – documento sostanzialmente uguale (salvo qualche leggera variante) a quello sottoscritto dal Verzotto –,  curiosamente il particolare dei graduati tedeschi, presunti responsabili della strage, viene completamente ignorato.

Albert Konrad Kesserling

Non passarono sotto silenzio, tuttavia, né finirono archiviate le informazioni raccolte intorno alla donna che, in quel tragico frangente, “scelse” le vittime per il carnefice, il quale, tra un’esecuzione e l’altra, si fumava la sigaretta. Da tempo se ne conoscono l’identità e la sorte. Si chiamava Ada Giannini. Nata a Porcari, in provincia di Lucca, il 14 aprile 1915, risiedeva ufficialmente a Pontedera (Pisa). Per quasi due anni, dalla data dell’eccidio, riuscì a far perdere le tracce di sé, sfuggendo alla giustizia [nel frattempo, furono incarcerate per errore due donne, Armida Bocini ed Albina Superchi, che le somigliavano, poi prosciolte], finché, il 16 gennaio 1947, fu catturata (“in modo abbastanza rocambolesco”, precisa il Ceccato) presso l’Osteria Bianca di Ponte d’Elsa, dove prestava servizio come cameriera, ed associata alle carceri giudiziarie dai carabinieri di Bastia d’Empoli.

Fu chiamata a rispondere, nel processo conclusosi in corte d’assise a Padova il 3 marzo 1947, di quattro gravissimi reati: anzitutto, collaborazionismo con i tedeschi invasori; poi, concorso in omicidio, per aver causato la morte di 21 uomini, uccisi per rappresaglia su sua indicazione; quindi, concorso in rapina aggravata, per aver depredato, insieme con altre persone, oggetti e preziosi in danno degli abitanti di Santa Giustina in Colle; infine, vilipendio di cadavere, per aver preso a calci, con sputi ed ingiurie, la salma dell’arciprete e degli altri ostaggi trucidati.

La collaborazionista al processo

 Questa donna senza cuore, oltre ad indicare ai soldati tedeschi i componenti della formazione partigiana che avevano provocato l’insurrezione – giacché, essendo rimasta qualche ora in paese prima dell’arrivo dei rinforzi germanici, aveva avuto il tempo di cono­cerne diversi – pare non abbia esitato a puntare il dito anche contro altri giovani estranei alla resistenza organizzata. Interrogata al processo, dapprima respinse ogni addebito, dichiarando di non essere mai sta­ta a Santa Giustina e tentando di dimostrare che, alla base dell’accusa, c’era un e­quivoco, in quanto la persona responsabile dei crimini non era lei, bensì una donna che le rassomigliava; poi, di fronte alle deposizioni inequivocabili di un folto numero di testimoni, ammise che, quand’anche fosse stata lei, certo doveva aver agito in un momento di follia, dato che sulla sua famiglia pesava una tara in tal senso: una sua nonna, infatti, era deceduta in manicomio e suo padre s’era tolto la vita. La linea di difesa della Giannini, dunque, vacillò fin dall’inizio, tanto che, ad un certo punto, incalzata dalle domande, l’impu­tata s’accorse di non avere vie di scampo.

I giudici la condannarono, ma senza riconoscerle l’aggravante della premeditazione, ritenendo che essa, dopo essere stata ferita quando i partigiani attaccarono il camion dei tedeschi sul quale si trovava, avesse reagito d’impulso, in un impeto di rabbia, “senza considerare l’onere dei suoi atti criminosi” e senza valutarne le tragiche conseguenze. A buon conto, fu condannata a 24 anni di reclusione per il reato di collaborazio­ne con il nemico e ad altri 27 anni per quello di concorso in omicidio, nonché a sei anni di carcere e a 20.000 lire di multa (allora una somma cospicua) per rapina aggravata, oltre a tre anni per il reato di vilipendio di cadavere. Il tutto fu cumulato in una condanna all’ergastolo, più la multa di cui sopra e la confisca di un terzo dei suoi beni. Tuttavia, poiché in quel periodo era in atto l’amnistia “Togliatti”, l’intera pena le fu subito commutata in trent’anni di prigione: alla fine, ne scontò soltanto dieci.

Espiata la condanna e tornata in libertà, la Giannini – che peraltro non era bionda, come si supponeva prima del suo arresto – condusse vita ritirata per lungo tempo, finché, il 7 ottobre 1983, si maritò in Piemonte con V […] G […]. Ma, di lì a qualche anno, e precisamente il 24 marzo 1987, morì a Carignano, in provincia di Torino. Per tutta la vita, la donna si dichiarò innocente ed estranea ai fatti sopra descritti. È interessante quanto ha dichiarato, a tal proposito, l’avvocato Giancarlo Galileo Beghin nel suo libro “Il campanile brucia”. Profondo conoscitore dei fatti, dopo aver ammesso che il processo alla Giannini fu estremamente frettoloso, generico, superficiale ed impreciso, commenta: “Oggi un dibattimento così non sarebbe neppure concepibile ed incorrerebbe nell’annullamento certo della Suprema Corte […]. Purtroppo, in quel periodo storico le ragioni politiche prevalevano sulle esigenze della giustizia, tanto che la libertà e la galera, la vita e la morte, dipendevano non da un giudice imparziale, ma da una parte in causa […]”. E conclude con amarezza: “Personalmente, avendo letto attentamente gli atti del processo, non ho dubbi sulla colpevolezza della donna che stava coi tedeschi il 27 aprile 1945, ma ne conservo invece molti sulla identità della Giannini”.

S. Giustina in Colle lapidi dedicate alle vittime dell’eccidio del 27 aprile 1945

                                                                                               Enzo Ramazzina

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