Sommario
Abstract
L’autore di questo articolo partendo dalla presenza nella Biblioteca Universitaria di Padova della prima raccolta completa delle opere teatrali di Shakespeare del 1623, il First folio, conduce una indagine sulla figura di Giovanni Florio, massimo esponente del rinascimento italiano in Inghilterra, e sul suo apporto nello sviluppo della lingua inglese e sulla supervisione alla pubblicazione delle opere teatrali di Shakespeare sei anni dopo la sua morte, il First folio, appunto.

Il Bo, in una immagine d’epoca
La Padova di Shakespeare
Padova è una città che sorprende sempre. Una città che Shakespeare definiva “la culla delle arti” e che, ancora oggi, conserva la sua aura di capitale della cultura europea. La sua Università, una delle più antiche e prestigiose del continente, fondata ufficialmente nel 1222, e stata frequentata da studenti e docenti di ogni fede e orientamento politico, provenienti da ogni angolo d’Europa, anche negli anni più tormentati delle guerre di religione. Tra i nomi più illustri figurano Giovanni Pico della Mirandola, Galileo Galilei, Niccolò Copernico, William Harvey, Helena Cornaro Piscopia – la prima donna laureata al mondo – Carlo Goldoni e Giacomo Casanova.
“La bella Padova”, è città libera, cosmopolita e tollerante, ricca di tesori inestimabili, ma non sempre conosciuti. Nella sua antichissima biblioteca — la più antica fondazione universitaria d’Europa — è custodito un tesoro unico: un esemplare originale del First Folio, la prima raccolta completa delle opere teatrali di Shakespeare del 1623.
Delle circa mille copie stampate dai librai londinesi Edward Blount e William Isaac Jaggard, quando Shakespeare era già scomparso da sei anni, questo volume è considerato uno dei libri più preziosi a stampa del mondo. Un titolo che ha raggiunto la quotazione record di 10 milioni di dollari ad un’asta di Christie’s, tenuta a New York nel 2020. L’esemplare patavino, che presenta annotazioni a margine vergate per l’uso teatrale, è l’unica copia esistente in Europa – dei 40 esemplari pervenuti integri fino ai nostri giorni – che non appartenga a una collezione privata.
Fu ritrovato solo nel 1895, dimenticato in una cassa conservata al Liviano – nella Sala dei Giganti – dopo l’incameramento dei beni delle corporazioni religiose soppresse in età napoleonica. Secondo le ricostruzioni, sarebbe appartenuto alla famiglia Hodgson, consoli d’Inghilterra presso la Repubblica di Venezia per tre generazioni.

Il First Folio
Shakespeare e Padova
Il legame tra Shakespeare e Padova, tuttavia, non si esaurisce con questo prezioso reperto, ma è attestato dalla penna stessa dell’autore nella celeberrima commedia de La Bisbetica Domata, una delle più divertenti Italian Plays del Bardo. Ci rimanda ad una città connessa da vie d’acqua, percorsa da canali e rogge che alimentavano mulini, torni e magli. Una città ricca e prosperosa, dove ancor oggi possiamo rintracciare, nella cerchia delle sue mura, la casa della Bisbetica e la chiesetta di San Luca, dove fu celebrato il matrimonio con Petruccio.
Ben 17 dei 36 drammi contenuti nel First Folio sono ambientati in Italia e degli oltre 800 personaggi shakespeariani, sono 268 gli italiani. Le commedie e le tragedie di Shakespeare traboccano di riferimenti così precisi da permetterci ancora oggi di riconoscere, dopo quattro secoli, i luoghi dove sono ambientate.
Come poteva un autore inglese del tardo Cinquecento, che – secondo la tradizione – non aveva mai viaggiato e non conosceva l’italiano, mostrare una tale familiarità con la nostra lingua e le nostre città? Non si tratta solo di geografia, ma di traduzioni letterali di autori italiani, di proverbi, usi, leggi, dialetti e dettagli della vita quotidiana, mai registrati in alcun libro inglese dell’epoca.
Una semplice osservazione che, con la insolita mancanza di prove biografiche che attestino un’attività letteraria, ha sconvolto tutte le certezze acquisite sui libri di scuola. In circa due secoli, si sono succedute quasi ottanta attribuzioni alternative del corpus shakespeariano, fino ad ipotizzare anche delle collaborazioni tra autori diversi. Cosa piuttosto usuale anche nelle produzioni odierne, ma che, in ogni caso, non possono prescindere dalla figura imponente di Giovanni Florio, uno scrittore elisabettiano di origini italiane, considerato il massimo esponente del rinascimento italiano in Inghilterra.

La biblioteca universitaria di Padova
Giovanni Florio

Poliglotta, lessicografo, amico intimo di Giordano Bruno, traduttore di Montaigne, precettore della casa reale, Gentiluomo di Camera di re Giacomo I e segretario privato della regina Anna, autore del primo grande dizionario italiano‑inglese della storia, con 75.000 lemmi italiani – più di quanti ne registrerà l’Accademia della Crusca vent’anni dopo – sembra incarnare tutte le caratteristiche attribuite forzatamente all’attore di Stratford Upon Avon. Ogni qualvolta si cerca Shakespeare, come un convitato di pietra, spunta sempre John Florio
Chiunque voglia comprendere la lingua del Bardo e le sue straordinarie invenzioni lessicali e grammaticali, deve consultare per forza il suo dizionario A World of Words. John Florio trasformò un idioma rozzo e limitato, com’era l’inglese del Cinquecento, in una lingua letteraria raffinata, degna della grande tradizione europea. Possiamo affermare, senza tema di smentita, che la rivoluzione shakespeariana della lingua e del teatro è da attribuirsi principalmente a Florio, come fusione transculturale, operata su autori come Dante, Petrarca, Boccaccio, Tasso, Ariosto, Aretino, Bembo, Boiardo, Machiavelli, Lasca, Guarini, Grotto, Guazzo, Cinthio e Bandello.
Non è difficile comprendere i motivi per cui non poteva firmare le sue opere. Non era un cittadino inglese e in un paese particolarmente xenofobo, com’era l’Inghilterra del XVI secolo, non avrebbe avuto modo di farsi rappresentare. La sua posizione a Corte, non gli avrebbe mai consentito, per motivi di decoro, di apparire in un ambiente ambiguo e immorale com’era il teatro di quel tempo. Come molti letterati dell’aristocrazia inglese – come Lord Essex o il Conte di Oxford – avrebbe dovuto scegliere l’anonimato, un nom de plume o un prestanome.
Il contemporaneo Robert Greene definisce il nostro “Johannes Factotum”, “un cuore di tigre avvolto nella pelle di un attore”. Thomas Nashe scrive che l’eternità di Florio “riposa nella bocca di un attore”. E chi era mai quell’attore? William Shaghsper, naturalmente, il campagnolo compiacente di Stratford.
Tutti gli studiosi concordano sul fatto che l’opera shakespeariana sia profondamente influenzata da due dei più grandi filosofi dell’epoca: Giordano Bruno e Michel de Montaigne, ma chi – tra tutti gli inglesi del tempo – aveva stretti legami con entrambi?
Solo Giovanni Florio, amico intimo di Bruno, con cui visse per tre anni sotto lo stesso tetto all’Ambasciata di Francia, – mentre il filosofo concepiva sei delle sue opere più importanti – e Montaigne, di cui Florio fu il principale traduttore inglese. Gli infiniti mondi dell’italiano, le introspezioni del francese e il patrimonio letterario del nostro Rinascimento, filtrati dalla cultura e la poetica dell’apolide Florio, si riverberano potentemente nel sogno barocco di Shakespeare.
La sensibilità e i valori che emanano dalle opere – l’audace intreccio di comico e tragico, di trame e sottotrame, di lirismo e rigore formale – rivelano la formazione umanistica di un grande autore, antesignano del pensiero illuminista.

Il sommario del First Folio
La pubblicazione del First folio supervisionata dal Florio
Nel 1623, sette anni dopo la morte dell’attore di Stratford, venne pubblicato il First Folio, la raccolta delle 36 opere attribuite a Shakespeare, tra cui 20 mai pubblicate o rappresentate prima.
Chi ne supervisionò la pubblicazione?
John Florio, naturalmente. Il celebre studioso inglese Saul Frampton ha affermato che Florio realizzò una completa revisione e riscrittura delle opere per quell’edizione.
Chi finanziò l’operazione?
Lord Philip Herbert, quarto conte di Pembroke — allievo di Florio, e figlio della sua cara amica Lady Mary Sidney, sorella di Philip, il poeta che introdusse Florio a Corte. Una famiglia che promosse le prime norme sul diritto d’autore.
Del resto, Florio non avrebbe mai dedicato tanti anni di lavoro per celebrare un autore sconosciuto. Stava raccogliendo l’opera di una vita: la sua.
Ugo Rampazzo



