Sandro Penna, poeta dell’eros

Premessa

 Una delle 110 trasmissioni condotte da Alessandro Cabianca dal 1990 al 2010 a Radio cooperativa di Padova il 29 X 2003, 

 Sandro Penna

Sandro Penna, poeta conosciutissimo, è un caso letterario tra i più importanti del ‘900 italiano ed è stato anche valutato con estrema positività da molti altri poeti; da Saba in particolare, che lo considerava più che un amico, e da Eugenio Montale, che ne ha parlato decisamente bene. Queste sottolineature sono necessarie e si deve partire da qui per fare un minimo di discorso su questo poeta, dal momento che la vita di Sandro Penna è stata senz’altro difficile per non dire disordinata, una vita con una serie di problemi a partire da quelli economici, quindi condotta in povertà. E anche una vita contro corrente, segnata da notevoli contrasti e da notevoli conflitti interiori a causa soprattutto della omosessualità che comportò difficoltà di inserimento nella società e nell’ambiente di lavoro. Aveva un diploma di ragioniere e aveva anche cercato di lavorare come contabile, ma c’è riuscito per poco e poi ha vissuto con lavori saltuari, con un rapporto con gli altri difficile; quindi il suo è stato un vivere solitario; i suoi biografi definiscono la sua una vita randagia e addirittura miserevole.

Questo non ha impedito a Sandro Penna di occuparsi profondamente di poesia magari una poesia che avvicinava o seguiva i suoi problemi personali ed esistenziali ma che gli permetteva di uscire dal disagio, a volte dalla disperazione per portarlo in un ambito di vivibilità se non di serenità. Segnalo ancora, per Sandro Penna, una serie di malattie reali o psicosomatiche che lo colpiva continuamente, dalle bronchiti alle tonsilliti, alle laringiti, agli svenimenti, insomma una situazione di disagio anche fisico che poi si traduceva in un vivere malato. Sandro Penna è nato a Perugia nel 1906 e si è trasferito abbastanza presto a Roma, divenuta la sua seconda patria, dove ha vissuto collaborando, saltuariamente e non organicamente, con alcune delle più importanti riviste letterarie del periodo da “Letteratura” a “Frontespizio” a “Corrente”, sempre appoggiato da Saba, indirettamente anche da Montale e, soprattutto, appoggiato e riconosciuto da Pierpaolo Pasolini che ha scritto una serie di saggi introduttivi alla poesia di Sandro Penna, che sono stati anche saggi chiarificatori. Perché la poesia di Sandro Penna ad una prima lettura può sembrare facile, scorrevole, quasi con un dettato quotidiano, con l’uso di vocaboli mai ricercati, di costruzioni anche sintattiche piuttosto dirette, semplici; un parlare di sé, dei suoi incontri, parlare della realtà del vivere quindi, in superficie, una scrittura realistica, ma, non fraintendiamo, non è il realismo letterario classico, che ha esempi illustri sia tra i narratori che tra i poeti. Si tratta di un realismo riferito al suo piccolo mondo perché tutto gravita intorno, appunto, a questo io malato che cerca di rapportarsi con gli altri e a volte ci riesce, a volte non ci riesce, e trova un’unica chiave di lettura per sé e per il mondo che è la chiave dell’Eros, presente in molti dei suoi testi poetici.

Sandro Penna con Pier Paolo Pasolini

Da Poesie del 1973

La vita è ricordarsi di un risveglio

 La vita è… ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all’alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell’aria pungente.

Ma ricordarsi la liberazione
improvvisa è più dolce: a me vicino
un marinaio giovane: l’azzurro
e il bianco della sua divisa, e fuori
un mare tutto fresco di colore.
 

Si coglie subito questa facilità di scrittura di Sandro Penna nel definire il proprio mondo poetico, tanto che uno dei critici più importanti della poesia del ‘900 italiano Pier Vincenzo Mengaldo, definisce questa poesia un eccesso di limpidezza e una totale risoluzione delle intenzioni nei risultati. Questo, paradossalmente, rende difficile andare a fondo di questa poesia che si presenta come poesia astorica quindi completamente incentrata sul sé, cioè sul desiderio d’amore, che poi per Sandro Penna è desiderio omoerotico, un tema, sempre cito da Pier Vincenzo Mengaldo, che domina con ossessiva leggerezza la poesia di Penna e che si potrebbe dire il suo unico tema. Lui stesso si è dichiarato poeta esclusivo d’amore anche quando apparentemente si svia o si nasconde in altro. Si può parlare di scrittura monotematica, o quasi, anche quando è presente un certo paesaggio intorno; ma è il paesaggio dei desiderati e, in questo caso, sono i marinaretti che Penna vede sfilare davanti a sé.

Ero per la città 

Ero per la città, fra le viuzze
dell’amato sobborgo. E m’imbattevo
in cari visi sconosciuti… E poi,
nella portineria dov’ero andato
a cercare una camera, ho trovato…
Ho trovato una cosa gentile.

La madre mi parlava dell’affitto.
io ero ad altra riva. Il mio alloggio
era ormai in paradiso. Il paradiso
altissimo e confuso, che ci porta
a bere la cicuta…
Ma torniamo
alla portineria, a quei sinceri
modi dell’una, a quel vivo rossore…

Ma supremo fra tutto era l’odore
casto e gentile della povertà.
 

 

Il mare è tutto azzurro

 Il mare è tutto azzurro.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.

 

Interno

Dal portiere non c’era nessuno.
C’era la luce sui poveri letti
disfatti. E sopra un tavolaccio
dormiva un ragazzaccio
bellissimo.
Uscì dalle sue braccia
annuvolate, esitando, un gattino.

 

Io vivere vorrei addormentato

Io vivere vorrei addormentato
entro il dolce rumore della vita.

Le poesie di Sandro Penna sono poesie del ricordo dove l’imperfetto è perfetto, come se avesse bisogno di intercalare fra sé e il soggetto, per renderlo visibile, un diaframma memoriale, un occhio che contempla il reale.

Aggiungo un commento di Umberto Saba a proposito della povertà di Sandro Penna; egli dice: “Non ho mai conosciuto una persona che sopporta la povertà (l’odore casto e gentile della povertà), con più leggerezza, senza farla pesare né a sé né agli altri”. Ed è il tratto distintivo, quasi un concetto di vita per Sandro Penna che, anche parlando di cose gravi, di cose per lui dolorose o depressive, comunque ne parla con estrema leggerezza. Anche per l’aspetto delle somatizzazioni il poeta stesso dice “sono l’essere più infermo e più sano del mondo” e questo ossimoro mi pare che da sé indichi quello che è il percorso da lui scelto come uomo prima ancora che come poeta. Poi la sua è poesia del desiderio, si basa interamente sul principio del piacere. Teniamo presente l’epoca in cui Sandro Penna scriveva queste situazioni, queste sue poesie d’amore omosessuale. Teniamolo presente perché, non solo in Italia ma anche in Inghilterra, per esempio, c’erano stati dei processi contro poeti o scrittori omosessuali poi finiti alla gogna e questa paura aleggiava sempre nella vita di Sandro Penna, anche se questo difficilmente traspare dai suoi scritti dove insegue l’ambiguità dell’eros in tutte le sue forme e crea una figurazione di “idolo carnale”: cioè il suo oggetto d’amore è qualcosa di più di un oggetto amoroso, è una forma idealizzata e al tempo stesso decontestualizzata, in questo senso una forma astorica.

Sandro Penna ha avuto influssi sulla nuova scuola romana di poesia da Bellezza in poi e Pasolini, come detto, è stato il critico più simpatetico di Penna e della sua poesia.

Dario Bellezza è senz’altro tributario in buona parte alla poesia di Sandro Penna ma anche tra Saba e Penna ci sono stati degli interscambi. Qualcosa Sandro Penna prendeva da Saba, qualcosa Saba da Sandro Penna, e riconoscevano loro per primi questo aspetto di influssi reciproci che circuitavano come cortocircuiti tra una poesia e l’altra. Come ultima considerazione direi che la poesia di Sandro Penna è rimasta all’infinito una poesia adolescenziale, intendendo per adolescenziale l’aspetto positivo, non l’aspetto dell’immaturità, ma, al contrario, l’aspetto della costruzione di un’autocoscienza nella completa libertà, che è anche libertà di espressione; in questo senso Sandro Penna è un antesignano di molta letteratura. In quei tempi De Pisis veniva internato dalla polizia fascista in un campo di concentramento per disordini morali, quindi disvelare questo amore verso i marinaretti non era certo così semplice o facile per il poeta come si potrebbe immaginare oggi. Questo aspetto della disapprovazione morale e, a quel tempo, anche della disapprovazione sociale, era assolutamente forte, poiché la disapprovazione morale che diventava anche problema sociale era un rischio per la libertà individuale. Andiamo a qualche altra lettura proprio per completare l’ascolto (ricordo che siamo alla radio) delle poesie di Sandro Penna.

XXVIII   (Da: Una strana gioia di vivere)

E l’ora in cui si baciano i marmocchi
assonnati sui caldi ginocchi.
Ma io, per lunghe strade, coi miei occhi
inutilmente. io, mostro da niente.

Da: Giovanili e ritrovate

I tuoi calmi spettacoli. La vita.
L’amore che li lega. Sole sul colle.
E più tardi la luna. Aiuto, aiuto!

Queste poesie così brevi, così sintetiche, non ci devono ingannare circa la “semplicità” di Sandro Penna. Più di qualche critico ha dovuto rimangiarsi le prime affermazioni intorno alla poesia di Penna. Veniva creduto un poeta naif, cioè un poeta semplice, poi la critica ha scoperto, approfondendo, che alle spalle della semplicità di Penna c’è la descrizione di tutto un mondo attraverso di sé e che, attraverso il continuo riferimento da sé agli altri, compaiono, anche se appena accennate, come di riflesso, tutte le realtà che il poeta riesce a cogliere; così il significato di ogni testo si propaga, è una continua eco di qualcos’altro con sempre come punto di partenza, e poi anche come punto di arrivo, l’eros, questo amore sterminato per i ragazzi, che era anche amore per se stesso ed era quanto il poeta poteva esprimere e tradurre in voglia di vivere e in desiderio di vita.

La battaglia    (da Stranezze, del 1976)

Tua madre è morta
mi diceva un coro sommesso
memorabile, sereno
morta, mi ripetevo
e un lieve riso di tempi immemorabili
sereno, tingeva l’acre angoscia della luce
e quello che fu nei tempi oscuri
il grande amico è forse morto?
Oh! Quello, dicevano i più cauti,
in due tagliato da un solo colpo
mai non lo vedemmo
altrimenti piegato
ed io baciavo piangendo
i resti di quel panno amico
che ricoperto aveva sotto il sole
una cosa del mondo mai toccata.

Sempre da Stranezze:

Non c’è più quella grazia fulminante
Ma il soffio di qualcosa che verrà.

Per fare infine un cenno anche al modo di scrittura, alla tecnica di Sandro Penna, questa apparente semplicità risulta molto diretta, molto facile anche da leggere, ma alle spalle di questa apparente semplicità c’è una costruzione piuttosto sapiente, anche elegante, ed è questa eleganza che dà chiarezza al verso, chiarezza anche all’ascolto. Gli schemi sintattici sono piuttosto interattivi, basati su una ripetitività di fondo e su una elaborazione speculare, nel senso che molti versi si ricompongono a due a due mostrando un fondamentale narcisismo perfino nella forma: il poeta che parla e poi si ascolta parlare e poi si ripete per dare maggior forza al primo ascolto e questo fa parte della psicologia di questo poeta che è una psicologia fortemente narcisistica; a volte c’è anche la rima, che però tende ad essere nascosta. Ci sono spesso rime identiche o varianti, cioè le forme derivative, le forme equivoche, le rime all’interno del verso, ma mai così esplicitate da rafforzare il discorso, molto più spesso sono rime che creano uno scivolamento del pensiero, un passaggio da una prima a una seconda fase, come dire che la rima non è l’aspetto essenziale della sua ricerca poetica.

Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.

Con questi versi si apre la raccolta Punti del 1938 che va fino al 1949. Presentare la propria sessualità come fonte di bellezza ed eccezionalità è per la borghesia postulato scandaloso e intollerabile e Sandro Penna, che non è scandaloso come lo è, successivamente, un Ottieri, se ne deve difendere. È per lui una omosessualità giustificata, la poesia d’amore, carnale, fisica, omoerotica è la benvenuta a patto che sia congiunta ad una certa grazia, che significa mancanza di volgarità, di settarismo, di facile adattamento e, in ogni caso, mai protetta dalla concessione della tolleranza, che è una noiosa virtù, e anche falsa, tra l’altro. Andiamo con un’altra poesia, sempre da

Punti.

Ho puntato la brama in ogni luogo.
Sotto la pioggia ho perduto il mio seme.
Ora si gonfia il fiume e in me fiorisce
– straripa il fiume – un desiderio nuovo.

C’è qui una nobilitazione della vita nel punto in cui l’eros domina ogni situazione. Questo è Sandro Penna, poeta del desiderio, poeta sì centrato sull’Io, ma che non dimentica chi gli sta intorno e lo inserisce nel contesto del proprio mondo rendendolo quindi in qualche modo funzionale all’Io.

Sempre da Punti:

M’hanno abbattuto
A te solo, fanciullo saprei dire
che nulla, nulla importa
Maledico un riflesso di luce
che mi segue, mi segue nell’acqua morta

Da Poesie inedite (1938 – 1955):

Fuggono i giorni lieti
lieti di bella età.
Non fuggono i divieti
alla felicità.

Questo testo sembra aprire scorci che fino a questo momento non avevamo incontrato nella poesia di Sandro Penna e ci permette di dire che in questa poesia, così apparentemente “semplice”, come ribadito più volte, resta ancora molto di sottinteso, da scoprire; il poeta non teme di dichiarare una mancanza di felicità, con spontaneità, con uno sguardo nostalgico al passato: significa ammettere che la felicità è un miraggio, con implicita rassegnazione.

 

Alessandro Cabianca

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