La chiesa abbaziale a Villanova di San Bonifacio

Abstract

Lungo la regionale 11, l’antica via Postumia, che collega Vicenza a Verona, a circa metà strada tra le due città, nella località Villanova di San Bonifacio si presenta una bella chiesa che si richiama allo stile romanico risalente nella sua edificazione originale a poco dopo il Mille. È la gloriosa abbazia di San Pietro, una delle più importanti della regione per la sua storia e per le opere che custodisce. La  chiesa è anche la parrocchiale del paese, una frazione del comune di San Bonifacio, nella diocesi di Vicenza, ma in  provincia di Verona.

San Pietro a Villanova di San Bonifacio: facciata, lato nord e campanile (Wikipedia)

Facciata ed esterno

Con l’intitolazione a san Pietro l’edificio sacro sorge a Villanova, comune di San Bonifacio. Disposta con l’abside rivolta verso est come era costume di quel periodo (siamo poco dopo il Mille) e la facciata rivolta ad ovest, si presenta in forma piuttosto massiccia, con i muri costruiti in pietra squadrata quasi dappertutto, eccetto che nella parte superiore della facciata dove si alternano fasce in pietra e fasce in mattoni rossi, come spesso avviene nel romanico veronese. In questa zona un bel rosone di epoca quattrocentesca, pur cieco all’interno, la alleggerisce, mentre sotto si apre una finestra posta tra il rosone stesso e la porta di accesso a cui si accede dopo una breve scalinata. Ai lati di questa finestra in posizione un po’ ribassata rispetto ad essa si aprono altre due finestre in modo simmetrico che danno luce alle navate laterali i cui limiti sulla facciata sono individuabili dalla presenza di due lesine a forma triangolare che la tripartiscono in verticale e suggeriscono appunto i limiti della tre navate. Un bell’ornamento formato da archetti pensili coronano la parte superiore. La ricostruzione di quasi tutto il complesso ecclesiastico è avvenuta dopo il terremoto di Verona del 1117; osservando le diverse parti dell’edificio  si possono distinguere i vari interventi succedutisi nel tempo.

Esterno delle absidi

L’interno

Come si diceva, la chiesa si divide in tre navate, una centrale e due laterali attualmente terminanti a volta, divise da un alternarsi di colonne e pilastri. In genere i capitelli che dividono le navate sono di epoca romanica, mentre uno del lato meridionale è del secondo scolo d. C., quindi del periodo romano. Numerosi e di un certo pregio sono gli altari, i dipinti, gli affreschi che arricchiscono l’interno della chiesa, tra tutti si possono citare la scalinata che conduce al presbiterio e otto angeli dei fratelli Marinali della fine del XVII secolo, la pala con san Bernardo Tolomei fondatore degli Olivetani attribuita a  Giovanni Murari di Verona, una Pietà di scuola tedesca del 1430, la pala raffigurante il martirio di sant’Agata posta sull’omonimo altare, sempre del XV secolo. Di rilievo sono gli affreschi, diciotto in tutto, rappresentanti la vita di san Benedetto, i miracoli compiuti in vita, la morte e i funerali del Santo: sono degli inizi del Quattrocento su commissione di uno dei più importanti abati di quel periodo, Guglielmo da Modena. L’opera probabilmente di maggior valore si trova nel presbiterio ed è santa Francesca Romana del Guercino, affiancata da due dipinti del veronese Falcieri. Nell’abside si trova la grande ancona del Quattrocento attribuita ad Antonio da Mestre che rappresenta in basso i santi Paola, Pietro, Andrea, Nicola; nel mezzo la Pesca miracolosa, la Tempesta sedata, la Crocifissione, il processo ed il martirio di sant’Agata; in alto Cristo in mandorla con ai lati i simboli dei quattro evangelisti inseriti nei pinnacoli. Pregevole è anche il coro ligneo del Seicento. Nel catino absidale si può ammirare un grande affresco attribuito a Giovanni Murari di Verona che rappresenta san Benedetto in gloria contornato da alcuni santi dell’ordine olivetano. Altri affreschi e dipinti di rilievo si trovano nelle absidi o lungo i muri delle navate laterali.

L’interno

Storia: dall’anno mille al cinquecento

Pietro Bembo (Tiziano Vecellio)

Sorta dopo il Mille, presumibilmente nella seconda metà del secolo XI, è stata rinnovata dopo il terremoto di Verona del 1117. Complessa è la sua storia.  In origine fu in mano ai Benedettini neri, poi ai Cluniacensi. Il primo abate di cui si abbia notizia è Uberto Sambonifacio già nella prima metà del XII secolo: i Sambonifacio furono molto munifici con l’abbazia che dotarono di diversi beni e di proprietà terriere che costituirono la base per l’ascesa della sua importanza nella vita della comunità permettendo di estendere la sua influenza anche su altri territori. Il vescovo di Vicenza, in accordo con quello di Verona, le conferì il diritto di decima su un territorio abbastanza vasto anche se questo poi comportò dei contrasti con realtà limitrofe, ma i pontefici succedutisi nel tempo confermarono i benefici acquisiti e verso la fine del secolo l’imperatore Enrico sesto di Svevia concesse all’abbazia giurisdizione su Villanova e Locara. Pur in presenza di un numero piuttosto esiguo di monaci in quel periodo il monastero poteva contare su molti beni perfino nel ferrarese e la giurisdizione ecclesiastica su diverse chiese una delle quali nella stessa città di Verona. Durante il periodo scaligero l’abbazia visse un momento piuttosto difficile e la torre campanaria venne usata soprattutto per motivi militari trovandosi il monastero ai limiti tra il territorio veronese e quello vicentino, arrivando al punto che la famiglia Cavalli in rapporti di amicizia con i potenti del momento poteva disporre dei beni della comunità per le sue esigenze. Due abati nella prima metà del quattordicesimo secolo, quindi in pieno dominio scaligero, furono nominati uno vescovo di Vicenza, un altro vescovo di Verona. Ai Della Scala subentrarono i Visconti di Milano che diedero la possibilità al complesso monastico di rinnovarsi: furono apportati dei miglioramenti importanti alla chiesa e a tutto il complesso con la ricostruzione del portico in forme gotiche e i monaci stessi affrontarono la vita monastica con spirito nuovo per opera di abati dotati di grande apertura e di spirito di dedizione. Poco dopo però a causa della esiguità del numero dei monaci l’abbazia divenne una commenda per intervento diretto del papa e gli abati non avevano più l’obbligo di risiedere sul posto, potevano amministrare i beni del monastero da lontano. Uno di questi abati commendatari fu nientemeno che il grande umanista Pietro Bembo che durante il suo mandato, durato addirittura trenta anni prima di salire al grado cardinalizio, apportò delle consistenti migliorie a tutta l’area.

La cripta (Veneto Grande Guerra)

Dopo il Concilio di Trento

Si sa che il Concilio di Trento cambiò molte cose in ambito ecclesiastico; al monastero di San Pietro  arrivarono i Benedettini Olivetani di santa Maria in Organo di Verona e l’abbazia tornò al suo mandato originale con l’abolizione delle commende, permettendo di intraprendere un continuo rinnovamento delle strutture che con il passare dei decenni e dei secoli risentivano dell’invecchiamento dovuto all’azione degli agenti atmosferici, sia dal punto di vista strutturale e artistico, sia per una diversa funzionalità che richiedevano le nuove regole introdotte con la Controriforma, sia per un diverso approccio spirituale che si andava diffondendo, più aderente ai principi della Chiesa. È nella prosecuzione di questi orientamenti che nel corso dei XVII secolo dentro la chiesa furono costruiti i nuovi altari, la scalinata che porta al presbiterio, dopo che il tetto  del monastero e il chiostro erano stati rialzati.

Ciclo di affreschi su san Benedetto (abbaziavillanova.org)

1768 La Serenissima chiude il monastero. L’Abbazia diventa parrocchia fino ad oggi

La cosa però non durò molto a lungo perché con decreto della Repubblica di Venezia del 1768, che disponeva che i monasteri con meno di dodici monaci dovevano essere chiusi e i beni confiscati, anche il monastero di san Pietro di Villanova fu chiuso e i monaci allora in attività trasferiti ad altri monasteri o a altre mansioni, mentre la chiesa rimase solo come chiesa parrocchiale del paese. Tutti i possedimenti che erano stati dell’abazia furono acquistati dalla famiglia Erizzo che oltretutto mantenne fino alle soglie del XX secolo il diritto di designare il parroco. Soltanto nella seconda decade del XX secolo il parroco del momento riuscì a riscattare la cripta e a ricongiungerla alla chiesa intraprendendo anche rilevanti lavori di recupero dei dipinti, mentre il suo successore ottenne da papa Pio XII il diritto di fregiarsi anche  del titolo di abate. Verso la fine del secolo la struttura del monastero fu riacquisita dalla parrocchia, così poterono iniziare importanti lavori di restauro terminati con il rinnovo del campanile.

Il catino absidale con il “San Benedetto in gloria” del Murari

Alcune opere di pregio dell’Abbazia

Santa Francesca Romana (Guercino)

Sotto il presbiterio si presenta la cripta che custodisce alcune opere di rilievo anche se non sempre ben conservate. Ricordiamo un paliotto dove sono scolpiti una copia di pavoni che bevono al kantharos posto ai piedi di una croce, scultura risalente alla fine del settecento o agli inizi dell’ottocento. Agli inizi del Quattrocento risalgono due altorilievi che uniti rappresentano l’Annunciazione, opera di Antonio da Mestre; su una parete in un affresco piuttosto rovinato compaiono le storie di sant’Agata.

Ancora presente è il chiostro anche se molto manomesso; attualmente ospita alcune importanti associazioni culturali.

Nell’abbazia di Villanova ha la sua sede la Cantoria Veneta di San Bonifacio; in essa prepara il proprio repertorio, svolge le prove e, in determinate occasioni, offre dei suggestivi concerti. La Cantoria Veneta è un gruppo vocale polifonico misto con un repertorio sacro e profano piuttosto vasto di varie epoche, dal canto gregoriano alla musica contemporanea.

Federico Cabianca

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