Sommario
Il libro
Sorvoleremo per ragioni di spazio sulla vita e le opere di Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna, 1855 – Bologna, 1912).
Ci concentreremo piuttosto su una delle sue opere più significative, “Myricae”, la cui prima edizione risale al 1891, e che, tra revisioni successive, raggiunge la sua definitiva struttura nel 1911.
Il titolo latino “Myricae” suggerisce un riferimento decisivo alla cultura classica, tanto più che in esergo compare una citazione volutamente rovesciata nel significato della quarta Bucolica di Virgilio che recita “Non omnes arbusta iuvant humilesque myricae” (non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici), che in Pascoli diventa: “Arbusta iuvant humilesque myricae” (piacciono, giovano gli arbusti e le umili tamerici). Le tamerici, dunque, definite “umili”, cioè legate all’humus, alla terra, sono il simbolo di una realtà quotidiana e di un’ambientazione campestre, i cui protagonisti sono contadini, lavandaie, sfogliatrici, uccelli, buoi, cani, fiori, alberi e arbusti.
I temi
Tra i temi, come accennato, emerge la descrizione del mondo contadino, simbolo di una originaria felicità perduta, legata a ad una temporalità ciclica, dunque sottratta alle leggi del divenire.
Strettamente connesso è il tema del “nido familiare”, che svolge una funzione essenzialmente protettiva dai pericoli della realtà esterna. Ma questo nido è quello della famiglia d’origine, che Pascoli, come noto, “ricostituisce” insieme alla sorella Maria: ogni altro nido, che nasca dal matrimonio e dalla nascita di una nuova famiglia è potenzialmente mortifero, come dimostrano le sciagure di cui sono costellate le poesie pascoliane.
Ma la stessa ossessione pascoliana per il nido, quasi una reinfetazione nel grembo della Madre Terra, rimanda al tema della morte: e del resto i morti si trovano sottoterra. Ma, ancor più, i morti sono originariamente i familiari del poeta, che ha vissuto nell’infanzia e nella prima giovinezza una serie di eventi luttuosi legati ai fratelli e ai genitori: e la morte più tragica, perché causata dall’uomo e invendicata, è l’uccisione del padre Ruggero, che ritorna in tante liriche, in modo più o meno scoperto.
Altro tema che emerge più volte è quello metapoietico della poesia stessa, analizzata nel modo in cui si genera, nella gioia che essa dona al suo creatore, ma anche nell’invidia e nell’incomprensione che produce negli imitatori e nel pubblico.
Lo stile e il metro
Pascoli, come abbiamo detto, cerca di descrivere l’umiltà del mondo campestre, e lo fa utilizzando un lessico molto preciso, tecnico.
Ma l’aderenza alle piccole cose viene ottenuta anche attraverso quello che è stato chiamato un linguaggio “fonosimbolico, agrammaticale o pregrammaticale” (Contini), che si manifesta in particolare attraverso l’uso dell’onomatopea, che Pascoli riprende soprattutto dalla Vita degli animali di Brehm.
D’altra parte l’ossessione per il tema mortuario sta all’origine dell’uso frequente delle figure di ripetizione (che rimandano forse alla coazione a ripetere e quindi alla pulsione di morte che teorizzerà di lì a poco Sigmund Freud). L’iteratività ricorda anche la ninna nanna, la filastrocca, la fiaba, che si connettono anche all’immaginario infantile del nido e alla regressione psichica che, in ultima analisi, rappresenta una cancellazione della soggettività e quindi rimanda ancora alla morte.
Altri caratteri dello stile pascoliano sono lo stile nominale, che tende ad una prima forma di disgregazione della sintassi, e la tendenza al parlato, ancora una volta teso ad abbassare il tono.
Dal punto di vista metrico, Pascoli recupera quasi archeologicamente numerosissime forme metriche della tradizione poetica romanza, così come sviluppa anche le ricerche della metrica barbara (si pensi alla strofa saffica), ma reinterpretando il tutto secondo il suo particolare gusto ritmico. Significativa è per esempio l’alternanza di decasillabi anapestici e novenari dattilici, che creano un ritmo monotono e quasi straniante lungo tutto il componimento, con “piedi” costituiti regolarmente da una tonica seguita da due atone consecutive. Del resto il novenario è un verso che Pascoli utilizza con abbondanza, mentre tutto il resto della tradizione lirica antecedente ne ha sempre fatto un uso parco e sospettoso.
Le poesie
Addentriamoci ora in alcune “tamerici”, selezionandone una per ciascun tema, e cercando di privilegiane alcune tra quelle meno “battute” dai libri di testo.
Il tema della morte. Come detto, tema dominante nella poesia pascoliana è quello della morte. Su questo tema analizzeremo una “tamerice” (piuttosto nota, peraltro): Novembre
Novembre
Gemmea[1] l’aria, il sole[2] così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo[3] l’odorino amaro
senti nel cuore…
Ma[4] secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno[5].
Silenzio intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda[6], dei morti.
Lo spunto della poesia è la famosa “Estate di San Martino”, che cade l’11 novembre, in cui le temperature, che secondo la tradizione sono miti, danno quasi l’illusione che ci si trovi nel mezzo della bella stagione. Ma, nonostante i segnali ingannatori dell’aria limpida e del sole chiaro (che inducono a ricercare la fioritura degli albicocchi e del biancospino), appare subito evidente che si è trattato solo di un’illusione. Nell’ultima strofa, la caduta autunnale delle foglie è la tradizionale metafora della caducità dell’uomo, mentre il riferimento al “tempo” dei morti forse è da ricollegare al giorno dei morti, che cade in novembre (titolo della poesia), con una fusione tra le due ricorrenze.
La poesia appare di una perfezione stilistica “adamantina”, come il cielo che essa ritrae: lo stile è prevalentemente nominale, con assenza del soggetto (indicato dal “tu” impersonale: tu ricerchi, senti, odi), a rappresentare un senso di fatalità, di ineluttabilità della morte.
Metricamente, la lirica è costituita da tre strofe saffiche (ciascuna strofa è composta da tre endecasillabi e un quinario) a rime alternate. Lo schema delle rime è: ABAb, CDCd, EFEf.
[1] Gemmea: latinismo, è aggettivo che significa “limpido come gemma”.
[2] Sottinteso “è”, periodo nominale.
[3] Prunalbo: biancospino.
[4] Ma: il “ma” segna la realtà autunnale e svela la falsa illusione che si sia in primavera.
[5] E cavo al piè sonante sembra il terreno: il terreno ghiacciato risuona sotto il piede come se il fondo fosse cavo.
[6] È l’estate, fredda: ossimoro, che indica il fatto che, malgrado l’illusione della primavera, la temperatura è quella propria del tardo autunno.

Il tema del nido. Vediamo adesso un componimento che ha come tema il “nido”, strettamente intersecato con quello della morte. Si tratta di Piano e monte.
Esempio di impressionismo e colorismo pascoliano: il rosso del sole al tramonto, il “latte d’opale” del cielo, il pulviscolo atmosferico giallo e vermiglio, l’azzurro e rosa delle nuvole, il dirupo madreperlaceo (“color di conchiglia”) campeggiano nelle prime due strofe. Ne emerge un paesaggio illuminato, da un lato, dalla luce radente e inquietante del sole al tramonto, dall’altro già adombrato dal buio della notte a oriente.
Nella terza, quarta e ultima strofa, invece, dominano i suoni: “cantate”, “grida confuse” nel piano, il silenzio ad oriente, la pace e il silenzio sui monti, lo “squittir di civette”, “il murmure” delle fonti, e il “fragore interrotto” della chiusura delle imposte.
Il senso di inquietudine che emerge complessivamente nella lirica si risolve ancora una volta con l’immagine del nido, rappresentato questa volta dal quieto interno di una casa. Si noti la bella sinestesia “tacita lampada”, nonché la parola “salotto”, che nella poesia italiana è quasi un apax (ricorre in un altro poeta solo un’altra volta).
Metricamente si tratta di cinque quartine di novenari dattilici, anche qui a creare un ritmo fortemente cadenzato. Le rime sono alternate.
Piano e monte
Il disco[1], grandissimo, pende
rossastro in un latte d’opale[2]:
e intaglia[3] le case ed accende
i lecci nel nero viale;
che fumano come foreste,
di polvere gialla e vermiglia[4]:
s’annuvola in rosa e celeste
quel botro[5] color di conchiglia.
Qua lampi di vetro, qua lente
cantate, qua[6] grida confuse:
là placido il muto[7] orïente
nell’ombra dei monti si chiuse.
Si vedono opache[8] le vette,
è pace e silenzio tra i monti:
un breve squittir di civette,
un murmure lungo di fonti:
via via con fragore interrotto[9]
si serra la casa tranquilla:
è chiusa: nel bianco salotto
la tacita lampada brilla.
[1] Disco: è il sole.
[2] Latte d’opale: è il bianco lattiginoso del cielo.
[3] Intaglia: taglia trasversalmente.
[4] Polvere gialle e vermiglia: è il pulviscolo atmosferico, colpito dal sole al tramonto.
[5] Botro: luogo scosceso.
[6] Qua… qua… qua: nel piano, ad occidente.
[7] Muto: privo di luce. Sinestesia.
[8] Opache: oscure, forse per la fitta vegetazione.
[9] Fragore interrotto: è il rumore intermittente della chiusura degli usci e delle finestre.

Il tema della poesia. Il tema che ora prenderemo in considerazione è quello della poesia stessa. Analizzeremo la “tamerice” Nozze.
Nozze
Dava moglie la Rana al suo figliolo.
Or con la pace vostra, o raganelle[1],
il suon[2] lo chiese ad un cantor del brolo[3].
Egli cantò: la cobbola[4] giuliva
parve un picchierellar trito di stelle[5]
nel ciel di sera, che ne tintinniva[6].
Le campagne addolcì quel tintinnio
e i neri boschi fumiganti d’oro[7].
τιό τιό τιό τιό τιό τιό τιό τιό.
τοροτοροτοροτοροτίξ
τοροτοροτοροτορολιλιλίξ.
È notte: ancora in un albor di neve[8]
sale quest’inno come uno zampillo;
quando la Rana chiede, quanto deve:
se quattro chioccoline[9], o qualche foglia
d’appio o voglia un mazzuolo di serpillo[10],
o voglia un paio di bachi, o ciò che voglia.
Oh, rispos’egli: nulla al Rosignolo,
nulla tu devi delle sue cantate:
ei l’ha per nulla e dà per nulla: solo,
si l’ascoltate e poi non gracidate.
Al lume della luna ogni ranocchia
gracidò: Quanta spocchia, quanta spocchia[11]!
Scritto in occasione delle nozze dell’amico Giulio Vita, soprannominato dagli amici “rospetto”, si tratta di un apologo che ha per protagonisti una rana, che, in occasione delle nozze del figlio chiede a un usignolo di cantare, e l’usignolo stesso che canta disinteressatamente, ma poi incontra l’ostilità del suo uditorio di ranocchie, che pensano che l’usignolo voglia dimostrare la sua superiorità e lo accusano di superbia. Chiaramente, l’usignolo rappresenta il poeta, mentre le rane rappresentano il pubblico e i critici, incapaci di comprendere la poesia e mossi da risentimento e invidia per l’opera del poeta.
Dal punto di vista metrico, la lirica è composta da due madrigali consecutivi di schema: ABA, CBC, DEDE, con un distico finale a rima baciata. Nel primo madrigale, tuttavia, la quartina appare anomala: formata da 5 versi, gli ultimi tre con la riproduzione onomatopeica (ripresa da “Gli uccelli” di Aristofane) in caratteri greci del canto dell’usignolo, dove il suono “τιό” , va accentato sulla iota e fa rima con “tintinnio”, mentre la componente “τορο” negli ultimi due versi, fa rima con “oro”.
[1] Raganelle: anfibi simili alle rane.
[2] Suon: canto.
[3] Cantor del brolo: cantore del giardino. Si tratta dell’usignolo, come si chiarisce più avanti.
[4] Cobbola: canzone, in provenzale (da cobla)
[5] Picchierellar trito: le stelle brillano e il loro brillare appare simile al verso cadenzato (trito) dell’usignolo. Si tratta di una sinestesia.
[6] Ne tintinniva: il cielo risuona del verso dell’usignolo.
[7] Boschi fumiganti d’oro: è il pulviscolo atmosferico colpito dalla luce dorata del tramonto.
[8] Albor di neve: è la luce bianca della Luna.
[9] Chioccoline: piccole chiocce
[10] Appio… serpillo: erbe aromatiche.
[11] Spocchia: parola insieme arcaica e popolaresca.

Il tema della vita nei campi. Vediamo ora un componimento sul tema della vita nei campi: Stoppia.
Componimento bipartito e simmetrico, formato da due rispetti consecutivi. Il poeta si rivolge due volte al campo, subito dopo la trebbiatura (come si evince dal titolo), e si domanda che fine abbiano fatto le spighe di grano: nel primo rispetto emerge un quadro diurno, in cui si nota nel campo solo qualche residua erbaccia o fiore di campo; nel secondo il quadro è notturno, e il campo è attraversato da lucciole e dal trillo dei grilli. Piante e animali sembrano rimpiangere il campo com’era prima che fosse mietuto il grano. Nei due versi finali di ciascun rispetto, appare accennata la presenza dell’uomo: “trebbiano”, con soggetto significa-tivamente indeterminato; “romba il mulino” (azionato certamente dall’uomo). L’antropomorfismo degli elementi della natura, già annunciato dalle domande ad essi rivolte dal poeta, si mantiene vivo in tutta la lirica con l’uso di verbi, sostantivi e aggettivi che animano la Natura.
Metricamente, come accennato, si tratta di un doppio rispetto toscano in endecasillabi, di derivazione popolareggiante. Lo schema delle rime è: ABAB CC DD; EFEF GG HH.
Stoppia
Dov’è, campo, il brusio della maretta[1]
quando rabbrividivi ai libeccioli[2]?
Ti resta qualche fior d’erba cornetta[3],
i fioralisi[4], i rosolacci[5] soli.
E nel silenzio del mattino azzurro
cercano in vano il solito sussurro;
mentre nell’aia, là, del contadino
trebbiano nel silenzio del mattino.
Dov’è, campo, il tuo mare ampio e tranquillo,
col tenue vel di reste[6], ai pleniluni?
Pei nudi solchi trilla trilla il grillo,
lucciole vanno per i solchi bruni.
E nella sera, con ansar di lampo,
cercano il grano nel deserto campo;
mentre tuttora, là, dalla riviera
romba il mulino nella dolce sera.
[1] Maretta: stato del mare un po’ più movimentato delle consuete increspature.
[2] Libeccioli: venti leggeri di libeccio, spiranti da sud-est.
[3] Erba cornetta: erbaccia di campo.
[4] Fioralisi: fiordalisi.
[5] Rosolacci: papaveri selvatici.
[6] Reste: steli delle spighe.

Il tema del mare e dei suoi abitanti. Terminiamo con una poesia, che ha per tema il mare e i suoi abitanti. Si tratta de I puffini dell’adriatico.
I puffini dell’adriatico
Tra cielo e mare (un rigo di carmino[1]
recide intorno l’acque marezzate[2])
parlano[3]. È un’alba cerula[4] d’estate:
non una randa[5] in tutto quel turchino.
Pur voci reca il soffio del garbino[6]
con oziose e tremule risate.
Sono i puffini[7]: su le mute ondate
pende quel chiacchiericcio mattutino.
Sembra un vociare, per la calma, fioco,
di marinai, ch’ad ora ad ora giunga
tra ‘l fievole sciacquio della risacca;
quando stagliate dentro l’oro e il fuoco[8],le paranzelle[9] in una riga lunga
dondolano sul mar liscio di lacca.
Come dice la fonte da cui Pascoli trae spunto per questa poesia (L. Paolucci, Il linguaggio degli uccelli), la voce dei puffini (o berte) è “meravigliosamente simile alla voce umana”, qui rappresentata da quella dei marinai. “Se la purezza dell’aria e la tranquillità delle acque permettono di spingere assai oltre la vista su quell’immenso piano azzurro, e di tendere l’orecchio verso la sua muta solitudine, non sarà difficile, quando comincia la mattutina luce dei tiepidi giorni di maggio, scorgere i Puffini riuniti nell’alto della marina, più o meno lontani fra loro, ora svolazzanti nei modi più snelli e scherzosi, ora dolcemente cullati dal tremolare delle brezze, ma sempre uniti dalle più sincera e cordiale amicizia; e poi udirli che pari si chiamino, si salutino, ridano e gioiscano insieme di quell’incanto della natura. Le loro voci sono lunghe. Tenute piuttosto basse, come quelle dei marinai che da una barca all’altra conversano per ingannare il tempo della bonaccia importuna; ovvero si ripetono interrotte e rapide come dolci e oziose risate”.
Quello di Pascoli è un quadretto impressionistico molto raffinato, ricco di suggestioni visive ed uditive. È una bellissima poesia, ingiustamente sottovalutata dalla critica.
Dal punto di vista metrico, è un sonetto con rime: ABBA ABBA CDE CDE.
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[1] Carmino: carminio, sostanza rossa colorante, spesso usata, come qui, ad indicare un particolare rosso.
[2] Un rigo… marezzate: è l’alba, e il confine del mare sembra tracciato dalla riga rosso vivo prodotta dal sole che sorge.
[3] Parlano: soggetto sottinteso e chiarito poi: i puffini.
[4] Cerula: azzurro chiaro.
[5] Randa: vela trapezoidale.
[6] Garbino: libeccio, vento di sud-ovest.
[7] Puffini: uccelli marini, detti anche berte.
[8] L’oro e il fuoco: sono i colori dell’alba sul mare.
9] Paranzelle: piccole e veloci barche da pesca.
Ernesto De Landerset
