Intervista a Rachele Colombo

Abstract

Lo scrittore Gianni Cabianca ci invia una intervista a Rachele Colombo, polistrumentista, cantautrice, ricercatrice che si dedica al canto popolare, con significative collaborazioni documentate da un ricco album fotografico che ne dà testimonianza, compositrice di musiche di scena, impegnata socialmente, come detto nel breve curriculum. È l’occasione per conoscere un’artista molto nota che dedica la sua vita alla ricerca musicale, con vari CD all’attivo.

Rachele Colombo

Rachele Colombo

Mi ero perso nella campagna padovana sotto la pioggia. Ormai da un pezzo giravo a vuoto. Stavo rinunciando. Se seguo i cartelli che indicano la città, poi da lì ritrovo l’autostrada e la via di casa. Invece decisi di chiamarla di nuovo e con le sue indicazioni arrivai a prendere l’A13 fino all’uscita di Terme Euganee dove venne a recuperarmi. Da solo non l’avrei mai trovata quella casa proprio alla fine di un labirinto di stradine in mezzo alla campagna piatta. Ma dove è andata a nascondersi una che per mestiere deve tenersi costantemente in contatto col pubblico? Eppure, visti i risultati, questa è probabilmente la situazione migliore per lei. Neanche a dirlo, una parte della casa è stata trasformata in sala d’incisione dove produce la sua musica.

Traggo dal suo curriculum: “Vicentina di nascita, padovana di adozione, cantante, polistrumentista e compositrice eclettica ha sviluppato negli anni un percorso artistico trasversale e fuori dagli schemi accademici. Scrive canzoni fin da giovanissima, negli anni ’80 si sperimenta nella musica rock e new wave. Interprete di canto popolare, si dedica allo studio, riproposta e innovazione della musica veneta; compone musiche di scena per la danza, cinema, teatro, infanzia. Cantautrice, si occupa di diritti umani, ambiente, progetti di genere e sulla storia del movimento delle donne”.

Questo e molto altro. Si afferma al pubblico internazionale con il gruppo veneto di folk revival CALICANTO con il quale nel 1997 pubblica i CD Venexia e nel 1999 Murrine firmando diversi brani. Per il cinema registra al Forum di Roma, sotto la direzione di Luis Bacalov, la colonna sonora del film francese Les enfants du siecle di Diane Kurys con Juliette Binoche È ospite in alcuni programmi radiotelevisivi. Fonda con Corrado Corradi il duo ARCHEDORA per l’innovazione della musica veneta pubblicando nel 2000 i CD Archedora e nel 2005 Descalso accolti con entusiasmo dalla critica. Dal 2002 al 2008 compone musiche di scena per l’infanzia con il teatro La Piccionaia di Vicenza. Sarebbe lunghissimo citare tutto ciò che ha prodotto e fatto, basti ricordare che nel corso degli anni ha collaborato con numerosi artisti, scrittori, musicisti, giornalisti. Ne citiamo solo alcuni per dare un’idea: Moni Ovadia, Fabrizio Gatti, Tommaso Cerno, Edoardo Pittalis, Massimo Carlotto, Patrizia Laquidara, Natalino Balasso, Riccardo Tesi, Elena Ledda.

BILAL Rachele con Fabrizio Gatti, Gualtiero Bertelli
e la Compagnia delle Acque

Oltre che sul territorio nazionale ha suonato in Svizzera, Germania, Francia, Portogallo, Belgio, Olanda, Inghilterra, Macedonia, Slovenia, Canada, Stati Uniti, Argentina. In particolare con Gualtiero Bertelli, LA COMPAGNIA DELLE ACQUE e il giornalista Gian Antonio Stella ha portato in scena diversi spettacoli fra i quali L’Orda – storie, canti e immagini di migranti, Negri, froci, giudei & Co e Vandali! Assalto alle bellezze d’Italia tratti dai suoi libri. Con Fabrizio Gatti partecipa alla trasposizione teatrale di Bilal il suo libro di maggior successo. Nel 2012 Scrive la colonna sonora dello spettacolo “LOST IN VENETO Il tormento interiore di un veneto spaesato” con il testo di Massimo Carlotto e Luigi Meneghello. Pluriennale la collaborazione con Arte-Mide Teatro per il quale musica diversi spettacoli legati a Il filo delle donne veneziane (PUNTO BURANO donne sul filo del merletto anche radiodramma per RadioSvizzera, LA DONNA DEL FUOCO Marietta Barovier pioniera delle perle veneziane, ROSALBA CARRIERA una vita per la pittura). Nel 2016 pubblica il CD ‘Ndar con la fisarmonicista Miranda Cortes (segnalato tra i 10 migliori dischi del 2016 dalla rivista Vinile). Nel 2017 vince il 13° Premio Città di Loano per la musica tradizionale italiana con il doppio Cdbook CANTAR VENEZIA Canzoni dal battello del ‘700 una nuova riproposta tratta dai manoscritti originali. Come cantautrice nel 2018 produce il CD SCONVOLTA Viaggio Musicale nella Realtà Transgender e nel 2020 con BENEDICTA MUSIKA (trio con Barbara Zoletto e Roberta Righetti) pubblica Rotondadea un album world music ispirato alla Dea Madre. Nel 2021 è presente tra le quarantasei cantautrici e interpreti mondiali raccolte nel libro di Chiara Ferrari LE DONNE DEL FOLK Cantare gli ultimi. Dalle battaglie di ieri a quelle di oggi. Da segnalare anche il recente CD Passeggeri con Corrado Corradi e Roberto Tombesi ispirato alla figura di Adelaide Ristori la più grande attrice drammatica dell’800 classificatosi al 5° posto al Premio Città Loano 2024 e il nuovo spettacolo CANTICO D’ACQUA con il violoncellista Emmanuele Praticelli.

Cantico d’Acqua con Emmanuele Praticelli

Questo e molto altro ha fatto Rachele Colombo per la musica e lo spettacolo. Sentiamo quello che ha da dirci.

L’intervista

Domanda: Quando ti sei decisa a trasformare questa tua passione in un lavoro?

Risposta: Questa passione la porto dentro da quando ho memoria, perciò ho interiorizzato il fatto che fosse anche il mestiere più bello del mondo. Il mondo artistico mi ha sempre attratto, mi dava un senso di entusiasmo e di gioia. Nella prima parte della vita ho respirato la musica che percepivo attorno a me. Sono autodidatta e ho cominciato con la chitarra assorbendo le influenze del rock e del movimento new wave, c’è stato poi l’incontro con la musica elettronica e quindi l’aspetto della sperimentazione che non mi ha mai abbandonato. Da lì è nato l’interesse per la cura del suono che  ho potuto coltivare direttamente nel mio studio di registrazione.

D.: Quando è iniziato il tuo personale percorso nella musica etnica?

R.: È stato un vero e proprio innamoramento ed è avvenuto negli anni ’90 anche attraverso la grande promozione che Peter Gabriel ha fatto di questa musica attraverso l’enorme produzione di CD di world music. A quel punto è cambiato l’epicentro: la musica anglosassone, che era il mio fulcro musicale, è diventata una musica fra le musiche. Sono subentrati la curiosità, la fascinazione e lo stupore nell’ascoltare le straordinarie voci di genti lontane, i loro suoni, i loro ritmi indecifrabili. In particolare ho approfondito le musiche dell’est europeo, la musica africana e mediterranea attraverso anche lo studio delle percussioni. Il ritmo per me è la base di ogni ispirazione, il mio modo di sconfinare liberamente e di mescolare linguaggi differenti.

D.: C’è stato un momento che ha segnato una svolta decisiva nel tuo lavoro?

R.: Se vogliamo identificare un momento decisivo nel turbinoso susseguirsi degli eventi, è stato l’incontro col gruppo storico padovano di folk revival “Calicanto”. Con loro sono iniziati e tutt’oggi continuano la ricerca e lo studio della musica popolare e dei dialetti in particolare dell’area istro-veneta.

Rachele con Gian Antonio Stella

D.: Dall’Africa sei tornata quindi alle tue origini.

R.: Diciamo piuttosto che le ho recuperate, riscoperte, comparate con le altre in modo da capirne la differenza, la natura, la specificità. Lavorando con Calicanto mi sono tristemente resa conto che la mia terra aveva sepolto la sua storia, aveva smesso di cantare, di raccontare, di ballare. Tutt’oggi viviamo una sorta di oblìo della memoria, siamo alberi con radici esili, sfilacciate e spesso abbiamo bisogno di reinventare la storia che abbiamo perduto con risultati spesso fuorvianti e discutibili. All’epoca ero felice e curiosa quando un musicista africano, arabo o macedone mi cantava un suo canto tradizionale ma allo stesso tempo, dovendo ricambiare il piacere, mi assaliva il vuoto e scavando tra i ricordi riuscivo a malapena a cantare “Quel mazzolin dei fiori”. Mi chiedevo dov’era sparita la nostra musica e perché nessuno me l’aveva insegnata. Da lì in poi sono stati anni di studio e ricerca per riscoprire la dignità del nostro canto, del nostro colore nella tavolozza dei colori del mondo. Nel tempo ho collaborato con tutti gli esperti più noti del settore tra i quali i Canzonieri Veneziano, Vicentino e Veronese, Gianluigi Secco, gli etnomusicologi Paola Barzan, Renato Morelli. Abbiamo letto, registrato, riascoltato per ore brani dell’area istro-veneta di trasmissione orale sia lagunare che di montagna. Sin dal 2009 con Guglielmo Pinna etnocoreuta ho cominciato a indagare un altro settore, quello dei canti da battello veneziani del ‘700. “Canzonette pop” dell’epoca composte da autori anonimi, considerate un genere minore ma in realtà, comparandole ai giorni nostri, di livello molto alto poiché   risentivano degli influssi della musica colta veneziana, da Vivaldi, Albinoni, Galuppi.

D.: Ti sei mai interessata dei madrigali veneti?

R.: Non specificatamente. Amo la musica antica ma non avendo un percorso accademico la reinterpreto liberamente, la rievoco secondo la mia sensibilità. Per il teatro ho musicato uno strambotto di Leonardo Giustinian, delle vilote veneziane, un testo settecentesco dedicato alla pittrice Rosalba Carriera e sto lavorando ad un futuro CD dedicato alle poetesse venete del ‘500 e ‘600 Gaspara Stampa, Veronica Franco, Isabella Andreini, etc. Molta attenzione ho dedicato anche alla poesia veneta musicando versi di Andrea Zanzotto, Biagio Marin, Ernesto Calzavara, Gianluigi Secco.

D.: Che direzioni sta prendendo ora il tuo lavoro?

R.: Le direzioni in cui il mio lavoro si muove da sempre sono essenzialmente due: una è la musica delle radici che interagisce con le musiche del mondo, sperimenta nuovi ritmi, strutture armoniche, gioca con i dialetti. Poi c’è il mio grande amore per la forma canzone che mi permette di veicolare in modo più semplice e diretto contenuti e valori a me cari come i diritti umani, il rispetto per l’ambiente, le tematiche di genere, il movimento delle donne.

D.: Cosa ci racconti dei lavori fatti con scrittori, giornalisti e altri personaggi dello spettacolo come Gian Antonio Stella, Moni Ovadia, Tommaso Cerno, Edoardo Pittalis?

R.: Con Archedora prima e con Gualtiero Bertelli e La Compagnia delle Acque poi, abbiamo supportato e affiancato numerosi giornalisti e scrittori. In questo tipo di esperienza il lavoro interessante riguarda la ricerca o la composizione originale di brani che ben si devono sposare con il carattere di volta in volta diverso del narratore. Il tema scelto, l’esposizione tecnica, appassionata, irriverente o poetica sono la traccia emotiva che ci aiuta nella scelta del repertorio. Quello del reading musicale è un format che ha incontrato molto interesse nel pubblico degli ultimi anni anche attraverso il proliferare di festival letterari. I giornalisti e gli scrittori hanno capito che è più facile veicolare contenuti importanti attraverso un’esposizione che intrecci storie, canzoni e immagini suggestive.

Rachele Colombo Trio Cantar Venezia

D.: Come è andata con Fabrizio Gatti?

R.: Posso dire che Fabrizio è una persona speciale. Con lui abbiamo realizzato lo spettacolo forse più intenso perché il racconto della sua esperienza vissuta da clandestino nel deserto africano e nel centro di detenzione di Lampedusa ha una valenza universale. Bilal – Viaggiare, lavorare, morire da clandestini (premio Terzani 2008) mi ha dato l’opportunità di scrivere alcune musiche contaminandole con sonorità africane e mediorientali.

D.: Il teatro rimane per te un luogo privilegiato per esprimerti?

R.: Sì, mi piace molto scrivere musiche di scena perché mi sento libera di esplorare mondi diversi, di infrangere la barriera dei generi musicali, di creare forti emozioni. Come un attore cambia pelle con ogni personaggio così io faccio con la musica. Mi piace l’empatia, il potere evocativo del suono che amplifica il gesto, la parola. Con i bambini questo potere diventa spesso totalizzante perché una musica può suggestionare al di là delle parole e va quindi calibrata con sapienza. Con il teatro sono entrata in una villa veneta in compagnia di Andrea Palladio, sono diventata la strega Karabà, un’alluvionata del Polesine, mi sono sentita una merlettaia, una perlera, una servetta di Goldoni, Lilith la prima donna, … questa è la magia del teatro.

D.: E ora cosa stai facendo?

R.: Il presente è senz’altro segnato dal vissuto della recente epidemia che ha ribaltato tutto il mio mondo. Alcune collaborazioni sono terminate altre si sono aperte, una sorta di spartiacque che però mi ha cambiato profondamente. Sento più che mai oggi l’urgenza di legare la mia arte all’ impegno civile, sociale e politico. Penso a una musica che possa diventare un abbraccio consolatorio, generare rispetto, ascolto, luce oltre le nubi fumose di questa contemporaneità.

Rachele con Corrado Corradi e Roberto Tombesi

Appellarmi alla memoria è sempre un’ispirazione e continuo a cercare tra i canti popolari soprattutto quella capacità di sintetizzare l’umano, di riportarlo alla terra, all’essenzialità. Ci sono ancora tanti gioielli da riscoprire negli archivi e tante voci giovani che sanno raccontare il presente con il cuore. Mettere insieme tutto questo per me è l’armonia. Certo negli anni ho imparato ad accettare che il mio viaggio è spesso solitario. Ho incontrato poche persone disposte ad investire il loro tempo per ragionare su questi temi al punto da sentirmi in certi momenti, non dico il peso, ma la responsabilità di dover continuare su questa strada come se fosse il mio lascito per le generazioni future. Tra gli spettacoli che propongo su questa linea di senso voglio citare CANTICO D’ACQUA una proposta artistica che nasce dall’urgenza di sensibilizzare le persone a riflettere sul proprio rapporto con l’acqua, un tema che sento visceralmente essendo cresciuta nella vallata dell’Agno dove si sta consumando il peggior disastro ambientale da sostanze PFAS. Voglio anche ricordare la fondazione e direzione del Coro VociribellE della Casa delle Donne di Padova un luogo dove coltivare e testimoniare il rispetto, l’ascolto, la pace.

D.: Sei una autodidatta. Ti ha mai interessato studiare musica?

R.: In famiglia non c’è stata la possibilità di mandarmi al conservatorio e in tanti mi hanno detto che è stata la mia fortuna. Ho “imparato” la musica ascoltando e rubando con gli occhi, in modo discontinuo ho preso lezioni di chitarra moderna e percussioni. Ho partecipato a molti seminari sulla vocalità ed ora sto studiando violoncello per “costringermi” a stare sullo spartito. Sono attratta magicamente da tutti gli strumenti e dalla computer music. In un certo senso salto come una bambina dalla libertà creativa alla disciplina dello studio passando per il palcoscenico, le tournée, i viaggi. A volte sorrido perché, nonostante questa apparente forma di idiosincrasia, mi hanno chiamata a tenere lezioni e conferenze nei conservatori.

D.: Sono molti i musicisti che non hanno basi accademiche eppure hanno fatto cose stupende.

R.: Tutta la musica popolare tradizionale si fonda sulla trasmissione orale. L’uso dello spartito c’è solo in alcune parti del mondo. Ci sono tanti modi di scrivere la musica, tanti modi di leggerla, tanti modi di interpretarla e ci sono musiche che non si riesce neanche a scriverle. Questo limita la possibilità di trovare un linguaggio comune fra tutti. Chi non ha basi musicali adeguate non può interpretare Vivaldi o Bach, ma un grande interprete non è detto che sia in grado di creare musica.

È arrivata ora di cena e noi terminiamo qui. Ripenso al suo percorso che l’ha portata da un paesino della provincia vicentina, a questo posto della campagna padovana e da qui a girare il mondo alla ricerca delle varie espressioni musicali, per poi tornare per ritrovare le sue origini musicali popolari. Ha in questo modo costruito una sua specificità che può portare ovunque e non ha eguali.

Gianni Cabianca

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