L’appartamento abbaziale del monastero di Praglia

Abstract

L’autore di questo scritto, che ha in precedenti articoli illustrato alcuni aspetti dell’Abbazia di Praglia, ci fa conoscere un ciclo pittorico di notevole pregio, presente nell’appartamento anticamente riservato all’abate, di un pittore fiammingo vissuto in Veneto, detto il Pozzoserrato.

 L’appartamento

L’abbazia benedettina di Praglia, sorta tra la fine del XI e l’inizio del XII secolo, conserva, tra i suoi tesori, una stanza – riservata anticamente all’abate – contenente uno straordinario ciclo pittorico di affreschi della seconda metà del secolo XVI. L’autore ne fu Lodewijk Toeput (1550-1604/5), detto il Pozzoserrato, fiammingo di nascita e veneto di adozione. Il ciclo attende ancora oggi una approfondita lettura della sua ricca simbologia. Offriamo qui, senza pretesa di completezza, una sua possibile interpretazione.

Anzitutto, entrando vediamo dipinte sulle pareti le allegorie delle Virtù cardinali e teologali, contenute entro giganti nicchie, e sei splendidi paesaggi arricchiti di simboli e motti latini. Il programma iconografico, naturalmente, illustra le doti umane e spirituali che devono caratterizzare l’abate di un cenobio. Se vogliamo, gli affreschi costituiscono una sorta di commento pittorico allo spirito e alla lettera della Regola Benedettina. A detta degli esperti, l’opera rappresenta un unicum per la tipologia delle immagini espresse con grande raffinatezza in cui si compendiano l’allegoria manieristica del tardo cinquecento e la minuzia nordica nel rappresentare la natura, con anticipazioni del paesaggio settecentesco veneto.

 Sopra il vano della porta si trova l’affresco forse più enigmatico. Tra le due figure della Fortezza e della Giustizia, un grande arco si staglia nel mezzo del paesaggio sul cui sfondo appaiono evanescenti vedute veneziane di grande suggestione. Sul fronte dell’arco, al centro notiamo una croce formata da rami di piante, mentre ai lati troviamo uno specchio e un cero ardente. L’arco poggia su due figure: un leone e un bue che, a loro volta, stanno su zoccoli riportanti due scritte alquanto oscure. Il leone poggia sul motto: Leonem ne stimulessed ad ipso lare(s). Il bue invece sul motto: Non invito bove – sed ab ipso lora. C’è chi vede nell’arco l’immagine della vita monastica che si svolge sotto la signoria di Cristo (la croce verdeggiante sull’alto del timpano), illuminata dalla luce e dal calore della carità (la candela) e animata dalla speranza (lo specchio). Il leone e il bue sarebbero l’abate (il motto invita a non contrastarlo, in quanto custode della comunità) e il monaco (la cui paziente obbedienza allude l’iscrizione). Tentiamo un’altra interpretazione. Abbiamo detto che nello sfondo dell’affresco si estende il mare e la campagna ossia la società umana, la quale persegue il suo cammino guidata dalla ragione (specchio oscuro) e dalla fede (candela accesa). In questa societas abbiamo l’autorità civile (leone) e quella ecclesiastica (bue). Per cui i versi latini sopra citati potremmo tradurli nel seguente modo: «Non provocare il leone, perché da esso è retta la società»,  «Non agire contro il volere del bue, perché da esso vengono i freni (morali)». In una parola, bisogna obbedire a coloro che reggono il potere politico e religioso.

Di fronte all’entrata è raffigurata invece, tra le onde del mare in tempesta, una nave che reca a poppa un cartiglio su cui è scritto: Pietate et Iustitia. Al centro, nella sommità del cielo, splende il sole con la stella a otto punte, simbolo di Praglia. L’immagine richiama la comunità monastica la quale naviga verso il porto della salvezza, retta dall’abate, vicario di Cristo, con pietà e giustizia. Uno straordinario soffitto a cassettoni tutto dipinto a mano completa elegantemente l’appartamento.

A questo punto potremmo chiederci che senso aveva un appartamento riservato all’abate lontano dal dormitorio comune situato nel chiostro doppio. Il motivo è semplice: l’accoglienza. San Benedetto, nella sua Regola, prevede che quando viene annunciato un ospite l’abate stesso gli corra incontro con ogni attenzione fino a lavargli i piedi. Benedetto vede in chiunque giunge al monastero il Cristo pellegrino. Una accoglienza senza prevenzioni e mossa dalla fede ha fatto dei monasteri lungo i secoli dei centri di grande umanità.

Nota: Fotografie di Antonio Fiorito

Sandro Carotta

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