Sommario
Abstract
Ritratto di una donna tenace, volitiva, competente e capace di proposte politiche innovative a favore dei più deboli, in un contesto storico, sociale, politico e culturale, il secondo dopoguerra, ancora a misura prevalentemente maschile.
Angelina Merlin, la signora senatrice

Signora. Così voleva essere chiamata, nonostante fosse maestra con licenza universitaria per l’insegnamento del francese nelle scuole medie, onorevole deputata e senatrice; anzi, per la precisione è stata la prima senatrice della Repubblica Italiana e la prima donna a prendere la parola in Parlamento. Ma nonostante questi primati eccellenti, così rispondeva a Enzo Biagi in un’intervista nella trasmissione RAI Dicono di lei del 1969:
E.B: Signora Merlin o…Senatrice Merlin, come la chiama la gente?
L.M: I miei familiari mi chiamano con il mio nome: Lina. Gli altri mi chiamano o senatrice o signora. Preferisco signora.[2]
Angelina Merlin, detta Lina, nasce a Pozzonovo, territorio tra Monselice e il fiume Adige, alla fine dell’Ottocento, nel 1887, in una famiglia numerosa e progressista. Il padre è segretario comunale, socialista, la madre maestra. Da parte dei genitori riceve un’educazione laica, poco “di chiesa”. Frequenta il collegio delle Canossiane a Chioggia; le suore, che Lina ricorderà sempre con grande affetto, sono di mentalità aperta e di atteggiamento caritatevole verso gli esseri umani più bisognosi e reietti, senza distinzioni e pregiudizi. Questa attitudine avrà notevole impatto su di lei, fortificando il suo già spiccato senso di giustizia e compassione per l’umanità sofferente. Chiamata dai familiari stessi “pacefondaia” per le sue idee contrarie all’intervento dell’Italia nella Grande Guerra (nella quale moriranno due suoi fratelli), si iscrive al partito socialista.
Conseguita la licenza magistrale, inizia l’insegnamento nelle scuole elementari e, dopo un periodo di studio a Grenoble (un soggiorno in Francia per nulla scontato per una donna agli inizi del ‘900), consegue la licenza universitaria per insegnare il francese alle medie. Nonostante questa opzione di docenza meglio remunerata, preferisce continuare a lavorare come maestra per vicinanza all’infanzia più povera, cui si dedica con entusiasmo e autentica compassione.
Durante il periodo fascista, prende parte attiva alla campagna elettorale del 1924 (è stata nominata segretaria del comitato elettorale veneto del Partito Socialista), incontrando senza sosta operai, braccianti, donne e fanciulli, come amava chiamarli lei.
Riceve ammonizioni piuttosto serie dai carabinieri e da alcuni fascisti per l’attività contro il regime che svolge instancabilmente, soprattutto nelle campagne e nei piccoli paesi del Veneto.
Sottoposta a vari interrogatori, risponde sempre con pertinenza e fermezza, impressionando i presenti per la prontezza delle risposte, la vivacità, la schiettezza di pensiero e la totale mancanza di timore o titubanza nell’esprimersi.
Lina Merlin insegna fino al 1926, anno in cui viene destituita dall’incarico per il rifiuto di giurare fedeltà al regime fascista. Il 24 novembre dello stesso anno, Lina è condannata a cinque anni di confino in Sardegna. Nell’isola viene continuamente spostata da un paesino all’altro, nel tentativo, da parte del regime, di provarla psicologicamente e prostrarla fisicamente.
Il suo sostentamento dipende solo dalle lezioni che la Merlin offre alle donne analfabete e ai bambini di Dorgali, Orune e Isini, piccoli villaggi dell’entroterra dove la vita quotidiana è piagata dalla più nera miseria. Avrà grosse difficoltà di sopravvivenza, fino al momento in cui, trasferita a Nuoro, troverà più possibilità di insegnamento per guadagnarsi il pane, senza mai poter sfuggire a continui controlli e perquisizioni improvvise.
Nel 1929 il Prefetto di Padova richiede, su riduzione del periodo di confino a tre anni, l’immediato ritorno di Lina Merlin a Padova.
Si trasferisce a Milano nel 1930; in questa città spera di essere meno controllabile e più libera di agire. Qui ritrova Dante Gallani, un medico esule nella città lombarda, che diventerà suo marito nel 1933. Purtroppo, il matrimonio durerà solo quattro anni: Lina rimarrà vedova e resterà sempre legata affettivamente ai figli di lui, avuti da un precedente matrimonio e alla nipote Franca Cuonzo, figlia di una cugina morta giovane, che la Merlin aveva adottato.

La Resistenza lombarda e la conseguente Liberazione la trovano più che mai partecipe e attiva. Nel 1945 sarà tra le fondatrici dell’UDI, Unione Donne Italiane.
È Presidente del Congresso Internazionale delle Donne di Parigi, nel 1947, nel 1949 e nel 1953, grazie anche alla sua ottima conoscenza della lingua e della civiltà d’oltralpe.
Nell’immediato dopoguerra, l’attività politica di Lina Merlin diventa alquanto significativa. Il 25 giugno 1946 iniziano i lavori dell’Assemblea Costituente, la prima assemblea eletta dal popolo italiano. Merlin parte per Roma, è stata convocata a farne parte. I membri costituenti sono complessivamente 573, di cui solo 21 donne, le Madri Costituenti. La disparità numerica tra i due sessi è evidente, ma non si può ignorare il ruolo marginale che le donne avevano sempre avuto nella vita politica fino a quel momento, frutto di una mentalità radicata nel tessuto sociale dell’epoca e in tutti gli ambiti, anche quelli considerati più progressisti. Nelle discussioni per decidere la nuova Costituzione della Repubblica italiana, le opinioni sono diverse, spesso contrastanti. Gli interventi delle donne in Parlamento diventano motivo di polemiche e scontri, soprattutto sui temi riguardanti la famiglia, i diritti dei lavoratori e in particolare delle donne lavoratrici.
Lina Merlin incontra notevoli difficoltà nella accesa discussione sull’articolo 3 della Costituzione. La tenacia della deputata socialista Lina Merlin propone un emendamento che contiene un’affermazione importante che riportiamo in corsivo:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di condizioni personali e sociali”.
Per l’approvazione, che alla fine riesce a ottenere, Merlin deve vincere le numerose resistenze dei colleghi soprattutto maschi, che ritengono superflua la precisazione senza distinzioni di sesso. E poi, quella parola… sesso, nella carta costituzionale, nientemeno!
Elena Marinucci [4] riporta il passo del discorso parlamentare a difesa della proposta:
«Onorevoli colleghi, molti di voi sono insigni giuristi e io no, però conosco la storia. Nel 1789 furono solennemente proclamati in Francia i diritti dell’uomo e del cittadino, e le Costituzioni degli altri Paesi si uniformarono a quella proclamazione che, in pratica, fu solamente platonica, perché cittadino è considerato solo l’uomo con i calzoni, e non le donne, anche se oggi la moda consente loro di portare i calzoni. Insisto sul mio emendamento anche in vista degli sviluppi d’ordine legislativo che ne seguiranno.»
L’uomo con i calzoni…! Eh, anche spiritosa questa onorevole deputata!
Non possiamo che prendere atto della modernità di queste parole, del loro impatto programmatico e simbolico per gli anni a venire, per quelle future battaglie femministe che negli anni dell’Assemblea Costituente non sono ancora immaginabili.
Tra il 1949 e il 1950, Lina Merlin presenta un disegno di legge per cancellare il termine N.N. (nescio nomen, non conosco il nome) dai documenti d’identità dei bambini nati fuori dal vincolo matrimoniale, i cosiddetti “figli illegittimi” che non potevano essere riconosciuti, al fine di equipararne i diritti, insieme ai figli adottivi, anche in materia fiscale ed ereditaria.
Ecco un passaggio del suo intervento parlamentare:
«La società dovrebbe togliere le leggi inique che colpiscono queste creature, anche se chi le ha messe al mondo ha violato altre leggi. E ciò perché esiste un diritto anteriore al diritto codificato ed è il diritto alla vita e alla dignità umana.»[6]
Sono iniziative sue anche il disegno di legge a favore delle donne, come l’abolizione della clausola di nubilato che permetteva il licenziamento delle lavoratrici per causa di matrimonio, e la proposta della possibilità di procrastinazione delle pene detentive per le madri con figli minorenni.
In Parlamento deve spesso subire le battute taglienti e, a volte, addirittura volgari di certi colleghi maschi che mal sopportano gli interventi di questa donna che parla a voce alta e ferma, scegliendo e scandendo con precisione le parole e, mi si passi il termine, con una certa connotazione di teatralità nel senso più nobile del termine, che rende le sue argomentazioni tanto vivaci quanto autorevoli.
Dunque, possiamo solo immaginare le reazioni di molti deputati presenti in Parlamento quando, nell’estate del 1948, Lina Merlin presenta il seguente disegno di legge: Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui.
Dall’intervista RAI di Enzo Biagi già citata:
L.M: Non dica Legge Merlin! Non voglio che si dica Legge Merlin!
E.B: Ma perché non vuole avere…
L.M: Ma non me ne importa niente! Questa è una legge dell’Italia, la n. 75.[7]
(…) E poi vuole che io pensassi, io… povera senatricetta Merlin (risata) di far cessare la prostituzione? Ma neanche per sogno! Sarebbe una follia!
E.B: Il suo obiettivo era più limitato…
L.M: Il mio obiettivo era limitato perché la legge dello Stato non deve tollerare il traffico della donna e soprattutto l’iscrizione della donna in certe liste che la fanno vittima anche dopo che lei, non dico si è convertita, non dico non vuole più, non può più… (e qui la nostra senatrice deve fermarsi perché nella televisione degli anni ‘60 non era consentito pronunciare certe parole riferite a certe attività, ma oggi un minimo d’immaginazione può aiutarci. NdA).
La legge sulle “case chiuse” ha avuto un iter parlamentare di ben dieci anni!
La mentalità del tempo, seppure in antitesi tanto ai principi del socialismo quanto alla stessa dottrina cattolica, finiva per accettare le case di tolleranza come fatto naturale e ineluttabile e, in quanto tale come fatto quasi auspicabile, per preservare l’integrità morale delle “fanciulle da marito” e la “sanità” del matrimonio e per i cattolici la sua santità.[8]
Naturalmente, vi erano anche e forse soprattutto motivi di carattere economico nell’enorme e redditizio business delle case di tolleranza. A ciascuno il suo: allo Stato parte dei proventi, ai locatari proprietari degli immobili adibiti a case chiuse (così chiamate perché dovevano tenere sempre le imposte delle finestre ben serrate, per motivi di decenza), alle ricchissime tenutarie, le signore che gestivano le ragazze, ai medici compiacenti che, in cambio di cospicue bustarelle, chiudevano entrambi gli occhi sulle condizioni igienico-sanitarie dei bordelli, nei quali le malattie veneree erano diffusissime e spesso causa di morte prematura delle donne che vi lavoravano.
Alle ragazze spettava una piccola percentuale del lavoro di una giornata e con quel poco reddito potevano a malapena sopravvivere, anche perché molto spesso dovevano mantenere uno o più figli illegittimi che vivevano in famiglie che esigevano un compenso per il mantenimento dei bambini. Alle donne rimaneva ben poco e perciò non riuscivano ad affrancarsi, anche perché nessuno avrebbe dato un lavoro a “una di quelle” che, ricordiamo, erano schedate dalla polizia in liste apposite e private dei diritti civili e dei documenti d’identità. Erano donne “trasparenti”.

Sulla situazione drammatica delle prostitute nelle case di tolleranza, segnalo il significativo libretto Lettere dalle case chiuse, a cura di Lina Merlin e Carla Barberis, ed. Avanti! 1955.[9]
Carla Voltolina con il marito, Sandro Pertini, a Milano, nei giorni della Liberazione (aprile 1945).[10]
La legge n. 75 arriva a sconvolgere tutto questo sistema ben congegnato e fonte di arricchimento per una gran cerchia di persone complici e compiacenti.
Del resto, l’Italia era indietro rispetto allo sfruttamento della prostituzione.

(…) Allora l’Italia si vide quasi costretta a far passare tale disegno di legge, poiché nel 1949 l’ONU aveva impegnato gli stati membri a punire chi traeva guadagno dalla prostituzione altrui. E lo Stato italiano, entrato nelle Nazioni Unite nel 1955, rischiava di finire sotto accusa.[11]
Dunque, i deputati dei partiti principali (DC, PCI, PSI) votano a favore della legge, contraria è solo una minoranza di onorevoli della destra, monarchica e postfascista.
Ma allora ci si chiede: perché dieci anni affinché la proposta diventasse legge? Possiamo solo pensare che il nostro paese era in una condizione di forte arretratezza sociale e che, aggiungiamo, le relazioni tra i due sessi erano improntate su un modello decisamente maschilista, conseguenza inevitabile di una concezione patriarcale della famiglia che solo il movimento e le lotte femministe dei decenni successivi hanno contribuito a mettere in seria discussione, al fine di ottenere pari diritti in ambito familiare e lavorativo a tutela delle donne, del loro lavoro, del loro prezioso e necessario contributo nella società.
Riceveva le prostitute al Senato, nella famosa camera gialla. Ricordo che scappavano tutti e lei che diceva arrivo con le mie donne, fatemi largo! Era tremenda. Quando la legge passò, le prostitute le regalarono una catenina con un crocifisso d’oro. “Questo è il segno della redenzione” le dissero. Lei non era certo religiosa![12]
Lina Merlin si ritira dalla politica nel 1963, a 77 anni. Nel 1961 aveva già dimostrato la sua insofferenza verso una certa rigidità di vedute del partito, restituendo la tessera del PSI per contrasti circa la nomina di un certo segretario della federazione polesana, da lei ritenuto troppo coinvolto nel passato fascista.
Decide di scrivere la sua autobiografia, sollecitata e sostenuta dalla sua figlia adottiva, Franca Cuonzo, con la quale abita in un appartamento che si affaccia su Piazza dei Signori, a Padova.

La lapide posta in Piazza dei Signori n. 43 come segno di riconoscimento verso la Senatrice Lina Merlin
La sua biografia La mia vita, Giunti, 1989, sarà pubblicata dalla senatrice Elena Marinucci, prima Presidente della Commissione Pari Opportunità in Parlamento.
Nei primi anni ’70, Lina decide di trasferirsi a Milano e per qualche anno va ad abitare nella Casa della Laureata, un pensionato di studentesse universitarie con uso comune di cucina, dove vivrà a stretto contatto con le giovani. È il suo modo originale e anticonformista, soprattutto considerando la sua età, per relazionarsi con le nuove generazioni che tanti cambiamenti stanno vivendo in quel periodo.
Quando gli anni cominciano a farsi sentire, decide che è ora di tornare a vivere nella casa di Padova, con la nipote Franca. Per problemi di salute, trascorre i suoi ultimi anni al Nazareth, residenza per anziani, più consona alle sue esigenze di “grande anziana”.
Muore il 16 agosto 1979, a Padova. La sua salma viene trasportata a Milano, cremata e deposta accanto al marito Dante Gallani, al Cimitero Monumentale.

La vita di Angelina Merlin, detta Lina, si conclude “senza tanti stendardi e tante bandiere”. Aveva detto a un intervistatore che i suoi elettori padovani la chiamavano “la madonna pellegrina” oppure “la mussa del strassaro”, per dire che faceva miracoli, ma che impiegava anche pazienza e buone spalle. Le chiesero una definizione di sé. Rispose: “Sono una dinamica paziente”.[14]
Come segno di riconoscimento per l’importante operato politico e civile di Lina Merlin, il Senato della Repubblica le ha dedicato un busto bronzeo, primo busto di donna politica esposto in Senato, opera dello scultore padovano Ettore Greco[15], su iniziativa del comitato “Lina Merlin, la senatrice”, e posizionato proprio a fianco dell’ingresso di Palazzo Madama. L’11 maggio 2021 Elisabetta Casellati, la prima Presidente donna del Senato, anch’essa padovana, ha inaugurato il busto della prima Senatrice italiana.

Il Comune di Padova, nel 60° anniversario della Repubblica (giugno 2006), le ha dedicato una statua bronzea (realizzata dallo scultore Andrea Pardini), all’interno dei Giardini dell’Arena.[16]
Il 7 marzo 2022, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, le autorità cittadine hanno inaugurato una serie di rotatorie stradali dedicate alle donne che hanno fatto la differenza. Tra queste, la rotatoria di Piazza Mazzini/viale Codalunga è dedicata a Lina Merlin, la prima Senatrice della Repubblica Italiana.
Un piccolo parco le è stato dedicato in via Aganoor, adiacente all’Orto Botanico. È il Giardino Lina Merlin, definito un “giardino segreto” perché intimo e raccolto.
Antonella Paradiso
Altre immagini
Note
[1] Di senato.it, CC BY 3.0 it, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=76611889
[2] Intervista integrale in video reperibile in YouTube, Rai Play/Rai Storia)
[3] Di Threecharlie – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17663968
[4] Autrice dell’autobiografia di Lina Merlin, La mia vita, edizioni Giunti, Firenze 1989, Elena Marinucci (L’Aquila, 18 agosto 1928 – Roma, 31 marzo 2023) è stata una politica italiana, esponente del Partito Socialista Italiano e dei Socialisti Democratici Italiani, senatrice della Repubblica, sottosegretaria di Stato ed europarlamentare.
[5] Di European Union, 1998 – 2025, Attribution, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=151616895
[6] Elena Marinucci, Discorsi parlamentari. Angelina Merlin, a cura del Senato della Repubblica, Segretariato generale, Servizio studi, Roma, 1998.
[7] Legge 20 febbraio 1958, n. 75 Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui. Art. 1 È vietato l’esercizio di case di prostituzione nel territorio dello Stato e nei territori sottoposti all’amministrazione di autorità italiane.
[8] Dal saggio La Senatrice. Lina Merlin, un pensiero operante, a cura di Anna Maria Zanetti e Luccia Danesin, Marsilio Editore, 2017
[9] Carla Barberis sarà la futura moglie del Presidente Sandro Pertini, donna che ha dato un notevole, instancabile contributo al grande lavoro per l’emancipazione femminile degli anni ‘70 e ’80.
[10] Di Sconosciuto https://www.lamartinelladifirenze.it/wp-content/uploads/2020/03/sandro-e-carla.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=117445204
[11] Così scrive Silvia Gorgi nel suo libro Storie segrete della storia di Padova, Newton Compton Editori, p. 257. Visto il talento, il grande impegno e la grande passione di Silvia Gorgi per la città di Padova la sua storia, i personaggi e gli aneddoti e tanto altro, vi invitiamo a leggere tutti i libri da lei scritti sulla città di Padova, tutti per la Newton Compton Editori – collana Quest’Italia. Eccoli: 1) Forse non tutti sanno che a Padova… curiosità, storie inedite, misteri, aneddoti storici e luoghi sconosciuti della città culla dell’Umanesimo, 2016; 2) Storie segrete della storia di Padova, 2017; 3) I luoghi e i racconti più strani di Padova. Alla scoperta della città attraverso i suoi luoghi e gli aneddoti più stravaganti, 2018; 4) Le incredibili curiosità di Padova. Un viaggio alla scoperta di una città affascinante e ricca di storia, Anno di pubblicazione: 2019; 5) Padova che nessuno conosce. Tra le pieghe della storia per scoprire l’incanto nascosto della città, 2020; 6) Luoghi fantastici di Padova e dove trovarli. Tra storia e leggenda, passato e presente: gli itinerari più insoliti per scoprire la città, 2022; 7) (Matteo Strukul e Silvia Gorgi) Padova segreta di Giotto. Dai misteri della Cappella degli Scrovegni al racconto dell’età dell’oro padovana, 2023; 8) Le case straordinarie di Padova. I segreti dei luoghi che hanno fatto la storia della città, 2023.
[12] Conversazione con Rosetta Monacchini, in: La Senatrice, Lina Merlin…, op. cit.
[13] Di Deeday-UK – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=41272824
[14] La Senatrice, Lina Merlin…, op. cit.).
[15] Lo scultore Ettore Greco è nato a Padova nel 1969 e si è diplomato alla Accademia di Belle Arti di Venezia nel 1992. Nel 1994 ha aperto un suo atelier e due anni più tardi ha tenuto la sua prima mostra personale alla Scoletta del Duomo di Padova… «Sono nato in Riviera San Benedetto, dove mio padre, pittore per hobby, un giorno modellò una testa di cavallo, la più bella mai vista. Qui ho frequentato il liceo artistico, dove il professore Andrea Pardini è diventato il mio maestro. [Ed è a lui che devo tutto…] Nello studio di questo “artista maledetto” imparavo l’arte e la vita, alla sua maniera smaliziata e intrattabile. Tra i suoi moniti c’era il levare, ridurre sempre al minimo. Anche la padovanità. […] Per quanto riguarda l’insegnamento, «all’inizio ero titubante, poi ho cominciato all’Accademia delle belle arti nel 2013 a Foggia, per meriti artistici, quelli che mi hanno convinto fosse giusto farlo. Ora sono di ruolo all’Accademia di Belle Arti a Venezia». Cfr. www.ilgazzettino.it/nordest/padova/
[16] Di Riccardo Speziari, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons





