L’Oratorio di San Bovo: una Confraternita patavina quasi dimenticata

Abstract

La confraternita di Santa Maria del Pianto nel 1480 decise di costruire un oratorio che fu poi realizzato nel 1485 e ricostruito nel 1503; era a due piani: a pianterreno l’oratorio e al piano superiore la sala adunanze. Ospitava la Fraglia dei bovai che v’introdusse il culto a San Bovo. In seguito alla demolizione dell’originario edificio, gli “interni” furono recuperati e trasportati nel nuovo edificio, ricostruito sempre a due piani che si trova in Via del Torresino. L’oratorio è ora sede Dell’Orchestra da Camera di Padova e del Veneto ma è comunque visitabile prendendo contatto con il Parroco della Chiesa del Torresino.

La confraternita di Santa Maria del Pianto

Correva l’A.D. 1485 quando la Confraternita di Santa Maria del Pianto ottenne l’autorizzazione a costruire, nella zona dove ora sorge il Seminario Vescovile, un edificio a due piani per i riti religiosi in onore della Santa Vergine. Il nome di tale Confraternita deriva da un affresco che era inserito in una delle torri medioevali esistenti nella vicinanza dell’attuale chiesa settecentesca; la chiesa che tutt’oggi chiamiamo “del Torresino” è intitolata alla “Beata Vergine Maria Addolorata o del Pianto” e nasce su progetto dell’architetto Gerolamo Frigimelica (1653 – 1732).    (Vedi, in questo sito: “Chiesa di Santa Maria del Pianto detta del Torresino”)

L’affresco, che possiamo oggi ammirare nella Parrocchiale, fu eseguito a metà del ‘400 in sostituzione dell’originale e rappresenta la Madonna che tiene in grembo il Cristo morto.

La consacrazione dell’edificio confraternale avvenne solo nel 1528 e la realizzazione degli affreschi conservati al suo interno sono riconducibili approssimativamente allo stesso periodo. Nel 1550, nell’oratorio, parallelamente a quella del culto della Santa Vergine e in concomitanza alla nascita della fraglia di Bovai, venne inserita la nuova devozione a San Bovo; le fraglie erano corporazioni di arti e mestieri o Confraternite religiose; agli inizi del XIII secolo, a Padova, esistevano ben trentaquattro fraglie.

San Bovo

San Bovo, Beuvon in francese, Bobone in latino volgare, fu un cavaliere provenzale che si distinse per aver coraggiosamente affrontato e combattuto gli invasori Saraceni. Fondamentale fu il suo eroismo durante l’assedio della fortezza di Frassineto, organizzato da Guglielmo I, Duca di Provenza, nel 973. In seguito, si ritirò a vita in eremitaggio di preghiera e penitenza.  Morì durante un pellegrinaggio nei pressi di Voghera il 22 maggio 986. Per tale motivo gli Statuti di Voghera (città di cui divenne Santo Patrono) ne fissarono la festa in quella data, festa accompagnata da una grande fiera del bestiame.

Infatti, presso le popolazioni dell’Italia settentrionale, San Bovo divenne il Santo protettore dei bovini (per analogia col nome) e, più in generale, di tutti gli animali domestici; nel Veneto, invece, la memoria del Santo si festeggia il 2 gennaio.

Sempre a tal riguardo, in passato, i nostri contadini affermavano che, la notte precedente la festa del Santo, i buoi nelle stalle “parlavano tra di loro”, cosa che nessuno però si azzardava a controllare per la paura d’impazzire. Inoltre, il giorno della festa, i contadini portavano in chiesa un cartoccio di sale che veniva benedetto dal sacerdote e poi portato nelle stalle da dare come cibo agli animali.

I documenti indicano che la Fraglia dei Bovai era fiorente in Padova nel XV secolo ed era già rappresentata alla Processione del Corpus Domini fin dal 1441.

L’Oratorio di San Bovo

L’oratorio fu costruito secondo uno schema ricorrente per edifici analoghi; in altre parole, esso fu suddiviso in due aule sovrapposte adibite, rispettivamente, a Oratorio e Capitolo, quest’ultimo luogo delle adunanze degli aderenti alla confraternita e adornato con soffitto a cassettoni e da un ciclo di affreschi sulla vita di Gesù di Sebastiano Florigerio (Conegliano n. circa 1500 – m. circa 1545), Stefano dall’Arzere (Merlara 1515 – Padova 1575) e Domenico Campagnola (Venezia 1500 – Padova 1564).

L’attuale chiesa del Torresino fu edificata nel 1718 (su progetto del Frigimelica) ed è una delle più alte espressioni del tardobarocco veneto settecentesco. La pianta di Padova di Giovanni Valle (1784) ci conferma l’esistenza dell’Oratorio tra le attuali via A. Memmo e via del Seminario.

Le due confraternite di San Bovo e Santa Maria del Pianto convissero all’interno dell’Oratorio fino alla soppressione napoleonica nel 1808 che, contemporaneamente, decretò l’abrogazione di tutte le confraternite religiose).

Scrive F. Grinzato nel 1853: “Quando la confraternita perdeva ogni diritto su questo luogo esso si tramutò in granaio. Inutile fu dapprima ogni tentativo di recuperarlo. Ma finalmente nel 1819 fu ridonato al pubblico culto… L’anno 1829 essendo stato distrutto dal Comune l’arco che sorgeva presso il Venerando Seminario, come ingombro veramente e pericoloso si volle allargare la via… Fu di mestieri, perciò, accorciare alcuni luoghi… L’oratorio perdeva quattro piedi all’incirca di sua lunghezza e perciò qualche pittura del Dall’Arzere e del Campagnola. A spese della città se ne rifabbricò la facciata…”.

L’interno dell’attuale Oratorio (Foto Adriano Cassin)

Demolizione dell’Oratorio e recupero degli “interni”

Durante i lavori di ampliamento del Seminario, dal 1907 al 1910, il Vescovo Pellizzo, che ne era il promotore, ordinò anche la demolizione dell’Oratorio, ma, rendendosi conto dell’ingente patrimonio che esso ancora conteneva, ordinò la costruzione di un nuovo complesso che rispettasse le proporzioni originali.

Il nuovo edificio, in via del Torresino, è sviluppato su due livelli e si presenta con una semplice facciata in mattoni peraltro abbellita da un rosone centrale.

Finalmente nel 1908 gli “interni” del vecchio oratorio furono “trasportati” nella sede attuale ossia in via del Torresino. Ed è proprio qui, che possiamo ammirare il meraviglioso soffitto ligneo a cassettoni e il ciclo di affreschi per mano del Florigerio, del dall’Arzere e del Campagnola.

Particolare del soffitto ligneo dell’Oratorio (Foto Adriano Cassin)

Lo spostamento creò non pochi danni e perdite, tra le quali un dipinto a olio su muro di Giovanni Battista Bissoni (Padova 1576 – 1636); la tecnica usata dall’artista, infatti, era abbastanza insolita e usata raramente, per cui lo strappo di queste opere presentava delle notevoli difficoltà tecniche, sicuramente superiori a quelle impiegate per lo strappo di un affresco a tempera. Altra opera danneggiata fu il polittico raffigurante l’Addolorata di Sebastiano Florigerio, dipinto nel 1533, diviso in sei scomparti, che adornava l’altare maggiore (secondo gli studiosi Rossetti, Brandolese, Moschini e Grinzato): i due pannelli laterali con San Sebastiano e San Rocco sono al Museo civico di Padova e in ottime condizioni; la parte centrale si trova invece alla Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi di Rovigo, mentre due scomparti della predella sono parte di una collezione privata.

All’interno del piano inferiore del “nuovo Oratorio” troviamo un lacerto di affresco del XVI secolo raffigurante “Gesù crocefisso tra la Maddalena e San Giovanni evangelista” di attribuzione ignota e due tele del pittore Giulio Cirello (Padova 1633 – 1709) che raffigurano la Presentazione di Gesù al tempio e l’Adorazione dei Magi.

Il ciclo decorativo, al piano superiore, narra la vita di Gesù attraverso 12 riquadri; come per tanti altri oratori e scuole Padovane, gli affreschi erano strumenti di comunicazione popolare: Stefano Dall’Arzerè e Domenico Campagnola, che hanno lavorato in altre Confraternite Padovane anche qui ci parlano con una musicalità acquisita dal cadorino Tiziano.

Gli affreschi degni di nota sono il “Cristo inchiodato alla croce” di Stefano dall’Arzere, che ci trasmette il pathos dell’episodio evangelico, ma anche una serena speranza, rappresentata dalla quieta forza materiale e spirituale che sembra aleggiare dalla città cinquecentesca che fa da sfondo alla scena; la “deposizione dalla Croce” di Sebastiano Florigerio con le Pie Donne che sorreggono e consolano la Madre dolente, e la Maddalena, posta di spalle, che assiste sgomenta alla scena del Cristo morto che viene fatto scivolare delicatamente dalla Croce. Totalmente estraneo e indifferente al dramma che si sta svolgendo davanti ai nostri occhi è, invece, l’armigero che vediamo sulla destra mentre poggia la sua arma al legno della Croce, dove geme il ladrone.

Stefano dall’Arzere, Cristo inchiodato alla Croce (Foto Adriano Cassin)

“La deposizione nel sepolcro” ci parla decisamente il linguaggio di Domenico Campagnola che troviamo attivo in altri Oratori e Scolette della città: manierismo tosco- emiliano e capacità di un intreccio cromatico e un “tonalismo” che il grande Tiziano aveva portato alla Scoletta del Santo nel 1511.

Anna Maria Rizzato

Galleria

Le fotografie sono di Adriano Cassin

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