Chiesa di Santa Maria del Pianto detta del Torresino

Abstract

La Chiesa detta del Torresino è una delle più interessanti di Padova. La sua storia richiama i tempi tragici di una delle pestilenze più devastanti per la città nei quali unica difesa era affidarsi alla Vergine Maria. Venne dato l’incarico della costruzione di un tempio in onore della Vergine a uno dei più famosi architetti del tempo, Girolamo Frigimelica, che ebbe vita non facile a causa di gravi dissidi con i figli che tentarono di spodestarlo per un suo amore, pare, per una donna che era al suo servizio. Andòa Modena in volontario esilio alla corte del duca Rinaldo d’Este senza vedere conclusa la sua opera.

Dalle antiche origini all’attuale Santuario

Risale al XIV secolo la più antica origine della Chiesa di Santa Maria del Pianto, oggi parrocchia Madonna Addolorata, quando, nel 1403[1], venne edificata una semplice cappella a protezione di una effige della Pietà dipinta sulla parete di una delle torri di vedetta delle mura medievali della città di Padova. Per questo conosciuta, a tutt’oggi, anche come Chiesa del Torresino. La venerazione per l’effigie dell’Addolorata si fa risalire tra il 1492 e il 1500, quando Padova venne colpita dalla pestilenza. In un documento celebrativo del 1900, in riferimento al 1403, è scritto: “Grande infatti era la venerazione per la B. Vergine e tutti, ricchi e poveri, nobili e plebei accorrevano al suo santuario a chiedere una grazia o ad offrire sull’altare fiori, ceri o elemosine, secondo le proprie forze. Molte sono le tabelle[2] in questa epoca che pendono dalle colonnine laterali o dai muri in rendimento di grazie ricevute”. In seguito alla lunga dominazione veneziana (1405 – 1797), essendo stati pacificati i territori circostanti la città, le mura non risultarono più necessarie alla difesa e furono parzialmente demolite. La demolizione determinò il danneggiamento della cappella e, in seguito alla demolizione della stessa, anche l’effige della Madonna fu danneggiata. Nel 1479 i canonici di San Giorgio in Alga, del vicino monastero di Santa Maria in Vanzo, promossero la costruzione di una piccola chiesa nei pressi della cappella. E’ a questo periodo che potrebbe risalire la realizzazione del nuovo affresco della Pietà, ancora oggi inserito nell’altare maggiore. Il radicale intervento di rinnovamento delle strutture, con la realizzazione dell’attuale edificio come santuario mariano, avvenne nel XVIII secolo. Daniele Trabaldi, membro della confraternita di Santa Maria della Pietà e tipografo del vicino seminario, propose l’ampliamento della chiesa esistente affidandone la progettazione al conte Girolamo Frigimelica (AF 04). Definito il progetto tra il 1718 e il 1719, i lavori ebbero inizio nel 1720 proseguendo, a ritmi alterni, a seconda delle donazioni dei fedeli e dei prestiti ottenuti (AF 05). L’assistenza del Frigimelica probabilmente terminò nel 1722, anno in cui partì per Modena dove rimase fino alla morte. L’architetto continuò ad interessarsi alle ulteriori opere edilizie del Torresino anche da lontano inviando nel 1726 il disegno che gli era stato richiesto per la facciata e il vestibolo. I lavori, seguiti da uno dei suoi collaboratori più qualificati che lo aveva affiancato nel cantiere, il padovano Sante Bonato, continuarono nel corso degli anni trenta e quaranta con il consolidamento, la decorazione e l’arredamento della chiesa, finalmente consacrata nel 1753 dal vescovo di Padova, cardinale Carlo Rezzonico (AF 06), futuro papa Clemente XIII.

L’architetto Girolamo Roberti Frigimelica (Padova, 1653 – Modena, 1732)

Agli inizi del XVI secolo, un gruppo di architetti veneti, come Sebastiano Serlio e Vincenzo Scamozzi, perseguiva la ricerca di un nuovo linguaggio architettonico. Nello stesso periodo un gruppo di architetti che gravitava a Padova intorno alla figura di Girolamo Frigimelica, rielaborava la lezione classico – palladiana con uno studio rigoroso delle simmetrie, il gusto per la decorazione e l’arredo.

Il Frigimelica, architetto padovano, fu anche un erudito e un cultore di letteratura classica, fu poeta e importante librettista. La sua passione per le attività di tipo speculativo e letterario lo portò ad aderire all’Accademia dei Ricovrati[3] sin dal 1675 e a costituire a Padova una propria accademia di architettura. Quanto la cultura umanistica possa essere stata di supporto ad arti di tipo tecnico è evidente se guardiamo all’opera di Frigimelica. Il suo essere un artista-umanista, dedito alle lettere e alle scienze oltre che alle arti figurative, di sicuro giovò al Frigimelica architetto, studioso delle proporzioni e degli effetti scenografici delle sue opere. Attivo a Padova, Vicenza, Strà e Modena. A Vicenza progettò la chiesa di San Gaetano (AF 07), a Padova progettò la chiesa di Santa Lucia e lavorò anche alla fabbrica del Duomo, a Strà progettò Villa Pisani. Ma il suo capolavoro, che è anche il compendio della sua cultura intrisa di classicità, è la Chiesa del Torresino in Padova. L’esperienza architettonica del Frigimelica derivava proprio dallo studio delle riedizioni dei libri serliani e delle architetture di Scamozzi, come la Chiesa di San Gaetano di Padova e il disegno del tempio di Bacco di Serlio (AF 08 e AF 09), da cui trasse non poche indicazioni all’impianto della Chiesa del Torresino. Quasi certamente Villa Capra Valmarana, La Rotonda e I quattro libri dell’architettura del Palladio, oltre agli studi del Serlio citati, furono da guida al Frigimelica nel disegnare una chiesa a pianta centrale con aggiunta di un atrio rettangolare. La sua cultura barocca è presente nella concezione scenografica dello spazio interno, con le otto colonne che fermano lo sguardo sull’altare maggiore avendo sullo sfondo il quadro dell’Addolorata, (AF 10) mentre la cultura rinascimentale di derivazione classica è presente nelle proporzioni dell’atrio e nelle divisioni degli spazi della facciata, con le colonne corinzie a reggere il timpano (AF 11).


L’esilio di Girolamo Frigimelica

A lavori non ancora ultimati il Frigimelica si trasferì a Modena; in questo fu determinante il Conte padovano Benedetto Selvatico che era entrato al servizio del duca Rinaldo d’Este (AF 12) già nel 1719. Nel tempo, la posizione del Selvatico a corte si era andata deteriorando, odiato anche dai figli di Rinaldo in quanto artefice del forte contenimento delle spese volto a sanare il dissesto della casa estense. Il Selvatico aveva cercato quindi l’appoggio di Girolamo e, facendo leva sulla necessità di questi di allontanarsi da Padova, ne aveva favorito la collocazione a corte. A spingerlo a lasciare Padova e a costringerlo al volontario esilio, come egli stesso lo aveva definito, furono le liti familiari: era infatti da anni in lite con i figli maschi che gli avevano intentato numerose cause legate alla gestione del patrimonio familiare e ai continui tentativi di spodestarlo da capo della Casa. Il primogenito Antonio, nato dal matrimonio con la contessa Chiara Zacco, e già legato ad una donna con la quale aveva avuto dei figli, non aveva nessuna intenzione di sposarsi assumendosi la responsabilità di futuro capo famiglia. Ecco cosa ne scrive il padre: “è portato all’interesse in eccesso non per accumulare, ma per consumare il dannaro nei suoi vizj”. Giovanni Andrea, nato dal secondo matrimonio con Maddalena Falier, aveva invece sposato Antonia Buzzaccarini, frutto di un patto tra i due fratelli. Riferendosi ad Antonio, il padre scrive ancora: “questi per continuare negli amori poco onesti, hà lasciato maritare il fratello, ed hà persuaso mè a lasciarlo maritare: poi si sono uniti tutti insieme contro di mè”, cioè insieme agli altri due maschi, di secondo letto, Giacomo e Francesco, religiosi dell’ordine dei Teatini, che Girolamo riteneva complici di Antonio e Giovanni Andrea. Ma al di là delle vicende giudiziarie ciò che più pesava al Frigimelica era il non detto circa le vere motivazioni che inducevano i figli a trarlo in giudizio, così da indurre il sospetto che vi fosse una qualche indegna situazione a suo carico rovinandogli la reputazione. L’accusa dei figli, mai formalmente espressa, si trova in uno dei memoriali nel quale Girolamo scrive: “Il Co. Andrea fu così scellerato di andar cercando, se io avessi sposato donna di condizione a me inferiore (…). Da ciò in gran parte è venuta la risoluzione, l’abbandonar la Casa, e la Patria, e darmi a questa estrema disperazione d’un volontario esilio, ma reso necessario dalle persecuzioni de’ figli”. Si trattava di Giustina Bissonata, che lavorava come domestica in casa Frigimelica dal 1697 e che lo seguì a Modena, dove sarebbe passata per sua moglie. L’ostilità dei figli sembra nascesse dall’influenza che, secondo loro, la donna aveva sul padre nell’amministrazione del denaro. In effetti, il fatto che la Bissonata fosse riuscita a sistemare tutta la famiglia alle dipendenze del Frigimelica e che tutti si premurassero di ossequiare la donna con saluti poco confacenti a una domestica sembra confermare l’esistenza degli stretti rapporti che si erano andati a stabilire tra Girolamo e Giustina. In seguito a una lite tra Giustina e un’altra domestica, quest’ultima fu cacciata di casa. La cameriera fu accolta in un convento sotto la protezione dei Buzzaccarini che si schierarono apertamente contro il Frigimelica. Benedetto Selvatico aveva usato forti argomenti per convincere Girolamo a trasferirsi: grandi guadagni, la possibilità di disporre liberamente dei suoi beni di sussistenza, un alloggio comodissimo, ecc. In realtà il Selvatico, al quale serviva semplicemente un alleato a corte, intendeva riservare all’amico una posizione puramente “decorativa”, ininfluente, di letterato, precettore o poeta cesareo, visti i suoi trascorsi di librettista di molte opere e poeta, con gli Epigrammi italiani (1697). Il Selvatico riuscì a inimicarsi del tutto i figli del duca che giunsero a minacciarlo pesantemente. In seguito a queste minacce il conte fuggì precipitosamente da Modena portando con sé carte riguardanti segreti di stato. Accusato dal duca di diserzione e di lesa maestà fu condannato a perpetua infamia. A Frigimelica, al contrario, entrato nelle grazie del duca, vennero affidati importanti incarichi diplomatici tra cui il ruolo di “Ambasciatore veneto presso la casa Estense”. Terminando, nel 1731 con la nomina a “Ministro di stato”. Soppiantato a corte dall’amico Girolamo, il Selvatico gli giurò odio eterno e gli intentò una causa per la “Francazione d’un Capitale Livellario di 2000 ducati”. Si trattava dell’ennesima causa cui dovette far fronte. Anche a Modena non riuscì a trovar pace, tanto che la speranza dell’agognato rientro in patria, restò pura illusione.

La Chiesa del Torresino e i suoi tesori

La facciata della Chiesa era inizialmente costituita da un corpo centrale a due ali; quella di sinistra fu demolita all’inizio del ’900. Il gioco dei piani, l’inserimento delle colonne che interrompono la geometria piana, l’uso di un ordine minore nei corpi laterali presenta una graduazione prospettica che prepara al dinamismo delle superfici curve del corpo della chiesa. Ciò si evidenzia anche nell’inserimento delle porte negli intercolumni con il motivo borrominiano della sovrapposizione delle finestre alle porte laterali senza soluzione di continuità (AF 11). Sopra il portale maggiore è inserita l’iscrizione che ricorda l’anno dell’officiatura della chiesa (AF 13). Il frontone triangolare è decorato con un bassorilievo raffigurante la Pietà, attribuito a Francesco Bonazza (AF 14). Il tema della Passione di Cristo e del dolore della Madonna è ripreso nelle cinque sculture poste alla sommità della facciata con la raffigurazione dei principali testimoni della crocifissione[4]. (AF 15 e AF 16)) La veduta da ovest del complesso dell’edificio richiama, nel campanile e nel tiburio merlato, che racchiude la cupola nascondendone all’esterno il volume emisferico, l’antica origine della chiesa (AF 17). Interessante e suggestiva anche la veduta absidale esterna dell’edificio che ancora una volta conferma la dinamicità delle forme e dei volumi e il tradizionale gusto barocco di origine borrominiana dell’architettura di questa chiesa (AF 18).

L’interno è caratterizzato dalla solennità delle strutture con statue disposte su tutto il perimetro dell’edificio. L’atrio rettangolare introduce all’aula circolare attraverso un grandioso arco a tutto sesto con efficace effetto scenografico. Nell’atrio si trovano una tela raffigurante Padova che invoca la Madonna per la liberazione dalla peste del 1691 (AF 19), commissionata dalla Confraternita di Santa Maria della Pietà a Francesco Onorati, a ricordo della liberazione dalla pestilenza che colpì Padova agli inizi del 1500, avvenuta per intercessione della Madonna, e una tela del Seicento raffigurante la Natività di Gesù, opera di Giulio Cirello (fine secolo XVII). Al di sopra del portale maggiore è collocato un dipinto realizzato nel 1863 da Ferdinando Suman[5] raffigurante l’Apparizione della Madonna a un artigiano (AF 20). Secondo un racconto di Flaminio Corner[6], la Madonna annunciò la fine della peste e per dar maggior prova dell’evento, che sarebbe avvenuto da lì a una settimana, fece sbocciare delle rose in pieno inverno. Ai lati dell’arco due ordini di nicchie; in quelle inferiori sono collocati, a sinistra un Crocifisso processionale (AF 21), scultura lignea del XVIII secolo e a destra il fonte battesimale. Due sculture in pietra di Costozza raffiguranti la Fede e la Religione di Tommaso Bonazza, trovano posto nelle due nicchie superiori. Oltre l’arco, l’aula circolare è raccordata a tre cappelle in cui sono collocati i due altari laterali con, al centro, l’altare maggiore collocato sotto la cupola racchiusa nella torretta e sorretta da otto colonne corinzie (AF 22). Nelle nicchie del vano dell’emiciclo sono collocate otto statue di Antonio Bonazza rappresentanti da sinistra la Pazienza, la Prudenza, la Verginità, la Purezza, l’Umiltà, la Carità, (AF 23) la Castità, l’Innocenza. Sono opere di altissima qualità databili verso il 1741. Alle sculture si alternano quattordici tele raffiguranti gli episodi della Via Crucis. L’altare di sinistra, realizzato in marmo rosso di Verona, ospita la tela con la Natività di Gesù di Guy Louis Vernansal[7] realizzata nel 1722. Sull’altare di destra è collocata una seconda tela dello stesso Vernansal, raffigurante la Natività di Maria risalente al 1723 (AF 24). Nella cappella centrale l’altare maggiore accoglie il lacerto d’affresco raffigurante la Pietà (AF 25). L’affresco, restaurato più volte, è ora collocato all’interno di una cornice lignea decorata con semicolonne corinzie scanalate. Ai due lati dell’altare due sculture in pietra di Costozza per la mano di Giovanni Bonazza. A sinistra San Giovanni evangelista, (AF 26) a destra Santa Maria Maddalena. I pennacchi della cupola (AF 27), affrescati da un ignoto autore settecentesco, raffigurano quattro episodi della vita di Gesù: La fuga di Maria e Giuseppe con Gesù in Egitto, Gesù che sale sul monte Calvario (AF 28), Gesù innalzato sulla croce e il Compianto su Cristo morto, variazione sul tema della Pietà dove compaiono, accanto alla Madonna e al Cristo deposto ai piedi della croce, anche le altre Marie e l’apostolo Giovanni. Superiormente, entro finte nicchie, l’immagine di quattro profeti: Mosè con le tavole della legge, Isaia, profeta della nascita di Gesù, Daniele e Davide. Dall’atrio si accede alla cappella invernale, già sagrestia. Al suo interno sono collocati una tela raffigurante L’Eterno Padre benedicente tra angeli (AF 29)di ignoto autore settecentesco e un grande bassorilievo ligneo riproducente la Pietà, (AF 30) realizzata nel 1940 dallo scultore Amleto Sartori[8]. Nella cappella si trovano anche una scultura lignea settecentesca raffigurante San Francesco di Paola (AF 31) e una serie di tavolette in legno dipinto con immagini della Pietà, di Angeli e del Monogramma mariano databili tra il XVI e il XVII secolo.

Antonio Fiorito

Immagini


Note

[1] Durante il governo dei Carraresi (1338 – 1405)

[2] Ex Voto

[3] L’Accademia galileiana di scienze lettere ed arti fu fondata con il nome di Accademia dei Ricovrati a Padova nel 1599, su iniziativa di Federico Baldissera e Bartolomeo Corner, nobile veneziano. Lo scopo dell’Accademia fu, fin dalla fondazione, la promozione delle discipline umanistiche e scientifiche.

[4] Le cinque sculture sono attribuite a Francesco Bonazza. Giovanni Bonazza e i figli Francesco, Tommaso e Antonio furono una famiglia di scultori operanti tra il XVII e il XVIII secolo, soprattutto in ambito padovano.

[5] Suman Ferdinando. Conselve (Padova) 1801 – Padova 1877. Studiò all’Accademia di Bologna, fu allievo di F. Alberi, e di Venezia, sotto la guida di T. Matteini, ottenendo riconoscimenti (1816).

[6] Corner Flaminio. Nacque a Venezia il 4 febbraio 1693 da Caterina Bonvicini e Giambattista, discendente dal ramo di S. Apponal dei Corner, una delle più illustri e potenti casate della Repubblica, fu senatore.

[7] Guy-Louis Vernansal (1648 – 1729) fu un pittore francese. Produsse disegni di arazzi per le fabbriche di Gobelin e Beauvais. Trascorse gran parte della sua vita in Italia, in particolare a Roma e a Padova.

[8] Amleto Sartori (Padova, 1915 – 1962) è stato uno scultore e poeta italiano celebre soprattutto per i suoi studi sulla maschera teatrale e per la realizzazione delle stesse.