Sommario
Premessa
Con il presente articolo la poetessa, filosofa e scrittrice Marta Celio porta alla nostra attenzione due importanti saggi di uno studioso appartato, Gustavo Mattiuzzi, di cui ha scritto le prefazioni e di queste riporta qui ampi stralci.
Gustavo Mattiuzzi (Conegliano, 1944 – 2016)

Mattiuzzi sí è laureato in Filosofia all’Università di Padova ed è stato docente di Lettere per molti anni all’Istituto Superiore “M. Fanno” di Conegliano (TV). Ha lasciato numerosi scritti monografici, pubblicazioni di filosofia. Figlio dell’artista accademico Ernesto Mattiuzzi, ha collaborato per molti anni con il Prof. Pierpaolo Ottonello,
Ordinario di Storia della Filosofia di Genova ed inoltre con il Centro Studi Rosminiani di Stresa e con la Rivista “Studi Sciacchiani”.
Oggi, e da anni, è il fratello di Gustavo, Mario Mattiuzzi, che con passione e tenacia, raccoglie il materiale inedito del fratello scomparso prematuramente, e lo edita.
In una occasione conviviale con una cara amica e cugina dei Mattiuzzi ho avuto modo di conoscere Mario Mattiuzzi e accedere al vasto materiale che lui stesso curava, del fratello, rispettivamente dedicato a Leopardi (che sarà poi intitolato Giacomo Leopardi e l’anima filosofica) e Emily Dickinson e Simone Weil (poi intitolato Inquietudine, Emily Dickinson Simone Weil e impressioni liriche).
È con grande passione ed entusiasmo che mi sono addentrata in questi grandi Mondi. Certa di trovare quel fil rouge che mi aveva attraversato già ad una prima lettura cursoria. Poi l’immersione totale nei testi mi ha confermato della nobiltà del fratello Mario Mattiuzzi di voler custodire e promuovere la memoria del fratello Gustavo.
Dalla raccolta Pensieri e saggi raccolgo questa dichiarazione di modestia del prof. Gustavo che nascondeva con pudore l’acutezza del suo cercare nei grandi maestri e dentro di sè quella strada dove la conoscenza e la salvezza si mescolano in inestricabili labirinti.
Mattiuzzi da Pensieri e saggi

(…) Sono più che persuaso che il valore letterario e filosofico di questo mio materiale è nullo o quasi. Esso tuttavia possiede il valore di testimonianza di fronte alla mia coscienza e anche alla mia vocazione, per quanto essa possa sembrare insignificante. È un tragitto assai lungo che voglio percorrere fin che avrò mente lucida o comunque in grado di formulare pensiero. In questo mondo non faccio che registrare da buon scrivano della mente, quanto mette in sussulto i miei strati più profondi. Non mi interessa la fama o la gloria, né posso aspettarmela (sono un semplice artigiano e di quelli scadenti, è verissimo); soltanto desidero che la mia esistenza, non sia passata invano, insignificante com’è, che lasci qualche sua traccia, non per i posteri, ché questo mio materiale col tempo si distruggerà, o sarà buttato via dopo la mia morte, ma soltanto nella mia memoria prospettica, quindi nell’illusione che forma il mio desiderio. È un lavoro provato che io compio, in piena solitudine, senza possedere gli strumenti adeguati per farlo bene, che nessuno conosce, tranne che me, che mi è caro più di qualsiasi altra ricchezza al mondo, perché è mia, è sostanza vitale della mia esistenza, che soltanto la cattiveria degli altri potrebbe cancellare, buttando nella spazzatura questi miei fogli, o bruciandoli come si fa con le carte di nessun valore, o dalle quali non si ricavi un utile immediato, dopo la mia scomparsa. È vero che, una volta morto, più nulla saprò delle faccende di questo mondo effimero, ma che ciò che mi è costato lavoro tenace, sofferenza fisica etc., venga conservato, questo pensiero mi è fonte di serenità. Non perchè mi aspetti riconoscimento, ma soltanto che quello che ho scritto, non si perda nel nulla, che i tormentosi pensieri che hanno solcato la mia mente possano essere di un qualche aiuto morale, nonostante le infinite contraddizioni, oscillazioni che li hanno caratterizzati. È pur sempre un esempio di ricerca frammentaria che è anche tensione verso la verità che di continuo sfugge. Spero di morire sereno, perché la mia esistenza è stata una ricerca della verità, fino alla fine.
Pur tuttavia, la speranza “ciò che mi è costato lavoro tenace, sofferenza fisica etc., venga conservato, questo pensiero mi è fonte di serenità”
E a questo desiderio, il fratello Mario ha dato voce e corpo. Lui stesso con tenacia e lavoro, sofferenza fisica.
Eccoci dunque nel cuore. Cioè in quello che Gustavo Mattiuzzi ha lasciato a me e in me: sete.
Fame. Di sapere, di conoscere, di sondare l’invisibile e varcare Mondi “altri e alti”
Qui di seguito solo alcuni passaggi delle mie prefazioni ai due libri succitati e che spero siano fonte di spunto per una lettura attenta di questo grande personaggio, innamorato del sapere. Questo cercatore di quel sapere che riempie di senso la nostra vita.
Dalla Prefazione a Giacomo Leopardi e l’anima filosofica
Onore ed onere, col brivido di vette inusitate, scorrere le pagine dense e caratterizzanti uno stile inconfondibile e segnato ab initio dal nostro Autore. Percorso da un sentore di inquietudine esistenziale e spirito quasi profetico, allo stesso tempo lo troviamo caratterizzato, in queste pagine, da una spinta propulsiva; ampiamente e rigorosamente prospettica, circa l’essere poeta e – vieppiù – filosofo del recanatese. Siamo di fronte a pagine di grande spessore ed altissima speculazione, talvolta ermeneutica, altre filologica e storicistica, ma soprattutto (questo sarà il fil rouge che precorreremo e percorreremo insieme nello s-velare una consonanza di anime inquiete – del recanatese e del Mattiuzzi – ma anche rigorose con le suggestioni del geometrismo spinoziano, ripeto: soprattutto pagine tout court fenomenologiche e altamente teoretiche. (…)
Commoventi le notazioni a margine dello studioso Mattiuzzi, che con garbo ed umiltà (ma al contempo grande conoscenza e cognizione di causa) accompagnano, quasi in modo sincopato, il suo procedere per temi e forza/cogenza di ragionamento ed evidenziano il suo “sistema” sul mondo di Leopardi filosofo. Verrebbe da chiedersi quanto c’è dell'”uomo Mattiuzzi” e quanto del “filosofo Mattiuzzi”.
Ebbene, dopo attente letture e riletture delle pagine dedicate a Leopardi, possiamo senza dubbio affermare che l’uomo e il filosofo Mattiuzzi convergono verso il pensatore sistematico e creativamente (al contempo) asistemico (dove la curiosità e l’apertura mentale lasciano spazio all’indeterminato e immaginifico, a processi di tipo euristico, scopritivo). Il pensatore che riflette su tematiche sulle quali verremo in un secondo momento a dire per fare senso; a tal proposito, infatti, riprendiamo un passaggio del filosofo Jean-Luc Nancy “la differenza tra filosofia e poesia non può risolversi nella distinzione tra poesia e filosofia, poiché la poesia non ammette di essere imprigionata in un genere. La poesia non affronta problemi: essa si fa nella difficoltà. La filosofia e la poesia non sono in opposizione: ciascuna fa la difficoltà dell’altra. Insieme esse sono la difficoltà stessa: il fare senso” (…)
Vorremmo lasciare queste pagine… simbolicamente “bianche” perché, talvolta il silenzio parla e riempie di senso ciò che a livello eidetico… la mente ha già colto ab initio. La mente di Gustavo Mattiuzzi ci ha fatto dono di silenzi e parole: entrambi euristici. Entrambi portatori di senso e di impliciti. Un uso sapiente della riduzione eidetica, ovvero della riduzione dell’idea di un fenomeno (nel nostro caso del “senso”, ossia del significato profondo) … porta alla sua essenza fenomenica prima e originale, dunque nella sua ultima essenza percettiva. Il “senso”, dunque, privato di tutti gli elementi accessori. Un “senso”, per usare una pseudo tautologia, vieppiù un “circolo ermeneutico”, strettamente… un senso ‘strictu sensu’.
Dalla Prefazione a Inquietudine
È con un movimento circolare, e – paradossalmente – ex contrario (ma allo stesso tempo ex ante), che si affronterà questa voluminosa Opera di Gustavo Mattiuzzi (Inquietudine). Quindi, non
tanto sottolineando e sostando sul metodo (fenomenologico), dunque, non indugiando sul “contenente” bensì lasciandoci cullare da un vertiginoso “contenuto”.
Del primo, infatti, abbiamo ampiamente detto nella Prefazione al precedente (Giacomo Leopardi e l’anima filosofica), le cui “emanazioni” tanto si riverberano anche in questo scritto, intitolato, come si è detto, Inquietudine, sottotitolato: Emily Dickinson, Simone Weil e Impressioni liriche -Poesie (di Gustavo Mattiuzzi).
Ma se volessimo, comunque un aggancio che s-veli l’unità di intenti di tutta l’Opera di Mattiuzzi, si potrebbe ricorrere ad un “lessico famigliare”, non tanto alla Ginzburg, quanto rifacendoci alla biografia (famigliare, per l’appunto) del Nostro.
Scrive infatti la studiosa e critica d’arte Lorena Gava, in prefazione al libro di Ernesto Mattiuzzi: “il termine “ritratto” deriva dal latino “re-traho”, che letteralmente significa “portare fuori” far emergere in superficie l’immagine oggetto dell’indagine artistica (…) nel ritratto si deve propriamente riconoscere la persona raffigurata e l’artista che l’ha eseguito” (…).
E come il padre col pennello o la matita, cosi Gustavo Mattiuzzi ri-trae due figure straordinarie, quella di Emily Dickinson e quella di Simone Weil. Necessariamente, lo ribadiamo ri-prendendolo e corsivandolo: “nel ritratto (…) si deve riconoscere la persona raffigurata e l’artista che l’ha E così è. Chi leggerà Inquietudine, inferirà, necessariamente e secondo natura, la mano (e dunque quello che abbiamo chiamato “contenente”) e non solo la fisionomia, ovvero il corpo (quello che abbiamo chiamato “contenuto”).
Dunque la mano di un filosofo, Gustavo Mattiuzzi, profondo e lieve al contempo. Curioso ed attento a tutte le sfumature (e non solo al corpo greve/grave di ciò che per lui è oggetto di studium).
Per chiarire ancora una volta, pur senza volerci dilungare oltre, si torni un momento, sempre attenendoci all’atmosfera creata dagli scritti di Guastavo Mattiuzzi, alla fenomenologia; più propriamente a quella “generativa” (Steinbock, 1995), tramite la quale, rispetto a Husserl fenomenologia”genetica”) l’obiettivo viene ampliato con l’intenzione di studiare il ruolo costitutivo rivestito dalla tradizione e dalla storia.
In questo senso, il mondo che ci è dato, è un mondo che può essere esplorato per il tramite del corpo e, viceversa, il corpo ci viene rivelato nell’atto di conoscere il mondo.
*Di qui, inferiamo noi, il corpo/ritratto è cerniera tra il sé e il Mondo; dunque, questo ritratto, di due grandi pensatrici: fisionomie “ritratte” da Gustavo Mattiuzzi, con acume, intelligenza, profonda cultura e una “vertiginosa” passione sono la cerniera tra la propria interiorità (e anche perturbamento ed inquietudine) e il Mondo stesso.
Usiamo un lemma del Nostro: vertiginoso – anche nella declinazione “vertigine” – che consta di 49 occorrenze in quest’Opera.
Ciò è evocativo di un certo “mondo” (di Emily Dickinson e della Simone Weil), ma anche del “mondo” di Gustavo, della sua interiorità, della sua vivace passione. Altrettanto esplicativi di un’empatica “inquietudine” che tanto lo spinge a scavare tra le pagine delle due talentuose donne – la Dickinson e la Weil. Un mondo immenso, generoso, accogliente ed allo stesso tempo perturbante.
Gli studi di Mattiuzzi attraggono e dis-traggono dal resto e portano su mondi altri e alti. Questi, dove ci porta il Professore, sono mondi possibili e sognati/sognanti.
In qualche modo, vista la continuità di intenti dell’Opera di Gustavo Mattiuzzi e di studio (nostri), possiamo dire, per certi versi, di avere avuto la fortuna di essere “allievi del Professor Mattiuzzi” Anche noi, come lui, custodi di “stanze tutte per noi” dove il silenzio e la passione per la lettura ci hanno fatti prendere dal suo vertiginoso e stimolantissimo scrivere/pensare/ritrarre.
Abbiamo anche noi, come discenti, letto o cercato un pendant nei libri citati nell’Opera, in quest’ultima, dei quali portiamo solo alcuni esempi: Le lettere (e poesie) della Dickinson curate da Margherita Guidacci. Silenzi (poesie della Dickinson ed. Feltrinelli), curati da Barbara Lanati e un’antologia poetica della statunitense, curata dalla studiosa Valeria Bompiani (edizioni Newton Della Weil si sono presi i quattro Cahiers (Adelphi), Attesa di Dio (Adelphi), La persona e il sacro (Adelphi), Manifesto per la soppressione dei partiti politici (Castelvecchi). E su Weil, Abitare la contraddizione (di Di Nicola Giulia Paola e Danese Attilio).
Insomma, mondi alti e altri, che in qualche modo fanno parte del sistema, creativamente a-sistemico di Gustavo Mattiuzzi filosofo. (…)
A chiudere quest’Opera, di Gustavo Mattiuzzi, sono le impressioni liriche e poesie che rivelano l’inquietudine di fondo e la linea di continuità con lo spirito di Leopardi, precedentemente studiato e presentato. E anche lo stesso “abitare la contraddizione” che per tanta parte – l’abbiamo visto – ha contraddistinto anche la vita e il pensiero della Simone Weil.
Queste pensatrici (Dickinson e Weil) si presentano come un continuum che permette di cogliere la mano di colui che ha ri-tratto e il corpus (specularmente inquieto) dell’oggetto ritratto.
Foscoliane. Ottocentesche. Quasi delle preghiere. (Alcune tali). Invocazioni a quell’Amore, quel Deus absconditus che lascia il Nostro “smarrito” “in agonia” dove di lui non mostra e offre che “polvere ed ossa”. Il sentiero è “aspro” e la voce del Mattiuzzi poeta è “sotterra / soffocata / come verme in letargo”. Poi tornano le invocazioni “Lasciami andare, Amore, / in cerca di pace e di riposo, / in silenzio, solo e abbandonato”. Le dimensioni della solitudine e dell’abbandono, del “preludio di tomba”. Quest’idea, questa “impressione” che sia il suo stesso Amore (quello al quale si rivolge) a torturarlo (si veda la poesia Attimo) ritorna con una certa insistenza. È Kierkegaard ad impersonare la contraddizione sofferente. E nel Nostro si ritrova quella commistione “di gioia e pianto” di illusione e sconforto/ abbandono.
Pensiamo, con questa – seppur parziale e necessariamente settoriale ricerca e ricostruzione del percorso di Mattiuzzi, nella disamina del pensiero di Weil e Dickinson, ma anche attraverso uno scorcio suo poeticissimo – di avere… almeno in parte fatto rilucere ciò che in lui vibrava con tremore kierkegaardiano.
Al lettore sia dato un input per mondi altri ed alti che il Nostro ha instillato con acribia e passione. Spessore e vertiginosa profondità: verticale e orizzontale. Esercitata con occhio e mano attenti, e allo stesso tempo, forse del tutto inconsapevolmente, non solo sui “grandi sistemi poetici e filosofici” altrui ma, anche sul suo, di sistema. A-sistematico e – come si è voluto sottolinearlo più volte – anche stupendamente euristico: dunque scopritivo ed evocatore di mondi… alti e altri.
Volutamente, ci siamo soffermati più sulla “visione del mondo” di Gustavo, più che sul contenuto, strictu sensu, in quanto speriamo che il lettore, con questi brevi “assaggi” abbia voglia di tra-mandare, di far viaggiare pagine vibranti, che hanno fatto volare anche noi.
Bibliografia
1 – Gustavo Mattiuzzi, Giacomo Leopardi e l’anima filosofica, Prefazione di Marta Celio, V. Veneto, De Bastiani, 2024
2 – Gustavo Mattiuzzi, Inquietudine, Prefazione di Marta Celio, V. Veneto, De Bastiani, 2024
Marta Celio

