Giuseppe Barbieri e Niccolò Tommaseo i due grandi letterati che celebrarono Torreglia (PD)

Abstract

 In questo articolo, l’autore presenta la libera versione in endecasillabi sciolti del carme in esametri latini “Tauriliae descriptio” (“Descrizione di Torreglia”) o “Tauriliam canimus” (“Cantiamo Torreglia”), composto dal diciottenne Niccolò Tommaseo e recentemente rispolverato dal professor Giulio Osto, storico e docente alla Facoltà Teologica del Triveneto (Padova).

Torreglia, veduta panoramica

 Il primo incontro tra professore ed allievo

Giuseppe Barbieri

            Non aveva ancora 16 anni, Niccolò Tommaseo, quando, nel 1817, si iscrisse alla Facoltà di Legge dell’Università di Padova. Il suo futuro maestro, l’abate Giuseppe Barbieri, all’epoca quarantatreenne, ricopriva la prestigiosa cattedra di Diritto Naturale ed era il docente che, più degli altri, esercitava sugli allievi della propria area disciplinare un particolare fascino, oltre che per il bell’aspetto e la comunicativa schietta e familiare, anche per la sua vasta e profonda cultura e per l’efficacia della sua pluriennale esperienza didattica, maturata in seno ad alcune istituzioni religiose, come il collegio dell’abbazia di Praglia (PD) e il convitto “Barnaba”, presso il monastero di Santa Giustina in Padova.

            A dimostrazione dell’ascendenza che il professore vantava non solo sugli studenti, ma, in generale, su tutti coloro che avevano la fortuna di ascoltarlo, soprattutto durante i saggi della sua arte oratoria, così di lui scriveva nel 1842 un suo ex allievo, il senatore Carlo Guerrieri Gonzaga: “Il più vecchio ed intimo amico di casa era il professore abate Giuseppe Barbieri, discepolo prediletto del Cesarotti e prosatore e verseggiatore elegante […]. Bell’uomo ancora, alto della persona e prestante, dallo sguardo vivo, penetrante, conversava dal pulpito coll’eletta folla, che gli si accalcava d’intorno. Disinvolta classicità di forma, grande parsimonia di dottrina teologica e di leggende miracolose, lo distinguevano, insieme all’arte di castigare i costumi mondani col garbo e l’esperienza dell’uomo di mondo. Pareva, al lindo vestire, all’aspetto, ai modi, un sacerdote sopravvissuto agli scomparsi suoi compagni del secolo decimottavo”.

            Anche il nostro Niccolò, da adulto, lo ricorderà nel giorno in cui s’era recato da lui per farne la conoscenza. Era un’uggiosa mattina di pioggia e l’abitazione dell’illustre letterato sorgeva, all’incirca, nella zona sud-est del centro storico di Padova. “Nuovo ancora della città – scriverà nel suo Dizionario Estetico, pubblicato a Venezia nel 1840 – , sentendo che la sua casa era in borgo a Santa Croce, io prendevo dall’altro lato, cioè dal magnifico tempio di Santa Giustina […] e, per arrivare a lui, misuravo per via non selciata tre quarti e mezzo del lungo quadrilatero, invece di passare da’ portici del Prato alla Valle, e me gli presentavo tutto coperto di mota; ed egli, seduto al suo focolare secondo il patriarcale antico costume, colla indulgente bontà inanimando la timidezza de’ miei sedici anni, non si sognava allora d’aver dinnanzi l’ardito critico, il rispettoso ministro”.

            Alla fine della breve conversazione, prima del commiato, il professore chiese al ragazzo quanti anni avesse. “Quindici” rispose Niccolò. E qui non si pensi che, nel riferire l’età dell’adolescente, abbiamo preso un abbaglio, perché bisogna sapere che, in quell’epoca, l’età per iscriversi al primo anno accademico non era fissato in modo rigido come oggi, ma dipendeva molto dal ceto sociale e dalla preparazione individuale del futuro allievo. In generale, però, i giovani entravano in università molto prima di quanto avvenga nel sistema moderno, tra i 14 e i 17 anni.

            Quando lo studente gli si avvicinò per stringergli la mano, ebbe la gioia di sentirsi stampare in fronte un bacio, come neppure il proprio padre gli aveva mai dato con tanta tenerezza, visto che il rapporto con papà Girolamo era piuttosto conflittuale e segnato da una forte severità.

Barbieri e Tommaseo, poeti ed amici

Niccolò Tommaseo

            A questo punto, per completezza d’informazione, diremo che il Barbieri, nato a Bassano nel 1774 da una modesta famiglia, dopo gli studi nei seminari di Treviso e Padova, entrò, non ancora ventenne, nel monastero dei benedettini di Praglia (PD). Qui, ricevuti gli ordini sacri e divenuto sacerdote, i superiori gli affidarono l’incarico di Maestro di Retorica. Ma quando, nel 1810, un famigerato decreto napoleonico dispose l’allontanamento di tutti i religiosi dai loro istituti e conventi, lo stimato professore decise di lasciare l’abito benedettino, per indossare quello del sacerdote secolare.

            Come sopra ricordato, in quell’epoca ebbe a stringere una solida amicizia con Melchiorre Cesarotti (già suo maestro), al quale, peraltro, succedette alla cattedra di filologia greca e latina nell’ateneo patavino: incarico che, però, di lì a poco gli venne tolto dal governo austriaco, a motivo delle sue idee liberali, ovvero delle sue tendenze intellettuali moderate e dei suoi trascorsi durante il periodo napoleonico. Inoltre, quello speciale sacerdote possedeva per gli asburgici il “temibile” talento dell’oratoria, se è vero che la sua predicazione era molto lodata ed ambita nelle città del Veneto, della Lombardia e della Toscana.

            Grazie ai risparmi derivanti dall’attività accademica, ai diritti d’autore ricavati dalla vendita delle proprie opere letterarie e ai guadagni ottenuti con le lezioni private (in quel tempo i professori universitari godevano di una posizione sociale ed economica molto solida), era riuscito ad acquistare un piccolo podere ed una villetta secentesca sui Colli Euganei. Si trattava di una struttura in stato di completo abbandono, che egli fece restaurare per trascorrervi, soprattutto, gli anni del collocamento in quiescenza. L’aveva chiamata “il Tauriliano” (oggi è nota come Villa Gassoni Barbieri Verson) e sorgeva, precisamente, sulle falde del Colle della Mira, nel cuore storico di Torreglia (PD), in una posizione panoramica rispetto al paese. E qui, nel 1848, all’età di 74 anni, fece stabile dimora.

            Ma facciamo un passo indietro e torniamo a quel famoso incontro avvenuto a Padova nel 1817. Quando il professore ebbe accennato al discepolo di possedere una amena casa in collina, Niccolò ne fu incuriosito. E qualche anno dopo, grazie anche agli incoraggiamenti del canonico monsignor Sebastiano Melan, eminente teologo ed accademico, che aveva in lui ravvisato la dote del promettente poeta e latinista, andò a far visita al Barbieri, nella villa, appunto, di Torreglia, con l’intento di scrivere in suo onore un’ode latina.

            Da adulto, quando già ricopriva la carica di Ministro della Pubblica Istruzione e del Culto per la Repubblica di San Marco, Niccolò ebbe a rilasciare questa testimonianza scritta: “Veduti certi versi latini miei, [il Barbieri] m’invitò a visitare Torreglia ed a scriverne. E visitatala in du’ ore, ringraziando della proffertami ospitalità, me n’andai, e scrissi que’ versi ch’egli poscia stampò”.

            In queste note biografiche, il Tommaseo alludeva, evidentemente, al componimento del carme in 87 esametri latini, che aveva intitolato “Tauriliae descriptio” (“Descrizione di Torreglia”) e che il Barbieri avrebbe molto apprezzato, tanto da volerlo includere nel secondo tomo delle sue “Veglie Tauriliane”, pubblicate a Padova dall’editore Crescini nel 1821. La lirica in oggetto è una vera “perla” letteraria: un’ode di stampo vagamente ovidiano, oggi rispolverata dal prof. Giulio Osto, docente alla Facoltà Teologica del Triveneto. Il componimento comincia così: “Tauriliam canimus. Charâ qui degis in umbrâ, / vates, da citharam, quae florum dixit amores, / Euganeamque, annique vices, magnumque Meronta. / Haud procul Euganeâ locus est pulcherrimus urbe: / pontus erat; sed jam, flammis plodentibus, undae / cessere: exsiliunt colles, sinuantur in arcum, /omniferique virent …”.

            Avendone noi fatta una libera versione in endecasillabi sciolti, secondo la tradizione classica, la proponiamo di seguito al lettore, con l’impegno di raccontare nella prossima puntata l’ampia produzione letteraria e il periodo della vecchiaia di Giuseppe Barbieri, contrassegnato, tra l’altro, da rapporti conflittuali sorti tra i due amici per colpa del giovane Niccolò, rivelatosi all’improvviso polemico e critico nei confronti del maestro.

“Tauriliae descriptio”
di Niccolò Tommaseo

(libera versione poetica di Enzo Ramazzina)

Tu, che trascorri gli ozi nell'amata
ombra silvestre e, pago, ti ristori,
prestami, o Vate[1], l'armoniosa cetra
ch'ebbe a intonar dei fiori e delle piante
i gentili connubi e a raccontare
l'euganea terra ed il mutare alterno
delle stagioni e il vanto di Meronte[2].
C'è nei dintorni all'antenòree mura[3]
un vaghissimo luogo: sconfinato
mare era un tempo, allor che dagli abissi
proruppe il fuoco e si ritrasse l'onda:
balzano i colli e ad arco si restringono,
verdi e fecondi d'ogni meraviglia,
mostrando al cielo arrotondate cime.
E, di tra i dossi, all'orizzonte emerge
lieta un'altura[4], sopra cui troneggia
l'incanto di una villa[5] che s'adorna
di semplice bellezza. In tanta pace,
cultor di scienza, la natura indaghi;
tu, rinomato per la tua eloquenza,
scorgi da qui la piccola dimora[6]
di chi raccolse da latina fronda
sì gloriosa corona. Già codesto
luogo abbondò di aedi e di poeti,
ché tutt'intorno è afflato delle Muse.
Qual dispiegar di variegati monti
gratifica la vista! Ora s'innalzano
con ripide pareti e ne distendono
le vaste cime intorno; or si compiacciono
di declinar con docile pendio,
che appena s'amplia nella variopinta
valle inferiore. D'erbe avviluppate
or si ricopre un colle e un altro appare
screziato sol di massi e di cespugli;
qual si frastaglia in rocce aguzze e quale
s'erge, per contro, in solitario picco.
E come balza il cuor nel petto, gonfio

[1]Il poeta è l’abate Giuseppe Barbieri (1774-1852), maestro ed amico del Tommaseo (1802-1874).

[2]“Meronte” era il nome arcadico con cui veniva chiamato il padovano Melchiorre Cesarotti (1730-1808), traduttore, linguista e poeta, morto a Selvazzano Dentro (PD).

[3]Padova, città che si dice fondata da Antenore.

[4]Il Colle della Mira, al centro del paese di Torreglia.

[5]È la villa del Barbieri, attualmente esistente.

[6]Si riferisce alla modesta abitazione di Jacopo Facciolati (1682-1769), poeta, scrittore e latinista. Tale casa fu demolita tanti anni fa.

di profonda emozione, allor che s'ode
l'arpeggio della lyra e si propaga
l'eco oscillante dei sonanti bronzi
e lo squillare delle trombe, tali,
col variegato lor profilo, i gioghi,
protési al cielo in armonioso assetto,
commuovono ed innalzano il pensiero
su viottoli e sentieri inesplorati.
E quando giunge al sommo delle vette,
fermo si libra sulle eteree ali
della volta azzurrina e si dispone
a perlustrar le pieghe e le minuzie
che, sottostanti, adornano la scena.
Quante bellezze affiorano all'intorno!
Vedi qua e là coloniche cascine
solitarie nei campi e un occhieggiare
di ridenti villaggi, separati
da frutteti ubertosi, e variopinti
giardini e fertili maggesi e alterni
filari d'uve e giovani coltivi
circondati da siepi; e scorgi un bosco
che scende lungo la pendice; a destra,
spuntano in fondo, ai margini del cielo,
le torri patavine e una città
dov'era il mare. Dirimpetto, le Alpi,
quasi baluardo all'italo Paese,
svettano in alto e sfumano innevate.
Quando l'inverno illividito soffia
coi suoi gelidi venti, oh, quanti dorsi
appagano la vista, risplendenti
di univoco mantello! È uno stupendo
candor, maestà d'immobile natura.
Ma quando arride il germogliar dei fiori,
e i grappoli biondeggiano e le spighe,
dove trovar, per doviziose messi,
luogo più ambito? Esiste, forse, un posto
dove l'uva maturi più copiosa,
compenetrando di colore acceso
il pallore dei gelsi? o dove s'abbia
maggiormente a temprar l'affaticato
animo inquieto al fresco delle fronde,
o sui canori stagni e con le brezze
che spirano tra l'ombre, o negli arcani
silenzi e tra i ridenti prati in fiore,
o sui fioriti margini dei rivi?
Strade inattese, e belvederi, e anfratti
(lusinghe dei poeti), e poggi, e amene
valli appartate? A destra della casa,
una selvetta, che le fitte piante
rendono cupa, dei vicini colli
riveste i fianchi in placido pendio,
delizia della villa e del padrone.
Ancor che tu l'ammiri da vicino,
o la contempli, assorto, in lontananza,
sempre alla vista svelasi gradita.
L'umida terra, in questo luogo, cresce
provvidenziali e teneri virgulti

e tutto il bosco ride allo spuntare
della giovane vita. Oh, mille volte
fortunata selvetta! Oh, leggiadria
di questa villa, scrigno di bellezze!
Sono convinto che di notte aleggi,
tra queste cime, l'ombra vagabonda
dell'insigne Meronte ed il fantasma
del giovane[1] che, nato ad illusioni
pure ed elette, dandosi la morte,
troncava un impossibile legame:
poiché persino i vaghi fiorellini
spirano arcani amori, e i delicati
fiori e il sospiro complice dell'aria.
Nella collina che si staglia a tergo,
giacciono l'ossa di Francesco[2]. Oh, quante
volte, Giuseppe[3], l'alito di Zèfiro,
che blandamente soffia a primavera,
ebbe a portare l'eco dei tuoi versi
all'urna di Francesco! Io sono certo:
là, nel marmoreo avello, il mesto vate,
compiaciuto, esultava. E gli alti allori,
nel percepir quel soffio e quella brezza,
per assenso agitarono le cime.
Se a riguardar ti volgi le barbarie
che insultarono il tempo, quale orrore
t'assedia e ti ghermisce! Demolita
la torre[4], quanti informi rotolarono
resti e macerie al suolo! E la sua mole,
ravviluppata da roveti impervi,
quante stragi nascose tra le mura!
Pastore, attento: questa sciagurata
terra, abitata da un crudel tiranno[5],
oggi produce tossico nell'erba,
sull'albero marciume e, in mezzo ai fiori,
guizza la serpe. Alla sinistra un monte,
che le pendici avvolge di cipressi,
orrido incombe. Un tempo s'innalzava
quivi un vulcano, che spregiava il soffice
manto nevoso e, con l'ambita pace
ristoratrice, deprecava il sacro
silenzio della prece[6]. Riguardando

[1]Lo studente Jacopo Ortis, morto suicida per amore, decantato da Ugo Foscolo.

[2]Francesco Petrarca (1303-1374), sepolto ad Arquà Petrarca, Comune a pochi chilometri da Torreglia

[3]È l’abate Giuseppe Barbieri, cui il Tommaseo dedica il carme.

[4]Sono i resti di una torre (che forse ha dato il nome a Torreglia), appartenente alla signoria di Ezzelino da Romano.

[5]Ezzelino da Romano (1194-1259), tiranno di Padova.

[6]La preghiera dei monaci eremiti.

 

dall'alto, e con distacco, questa valle
di spietate perfidie e le delizie
di una vita che merita il compianto,
noti una schiera d'uomini felici[1]:
monaci avvezzi a lavorar la terra
con le semplici mani e a valicare
le stelle col pensiero. Nei lor voti
altro non c'era: sol che producesse
l'umida zolla un poco di verdura
ed un frugale pasto, ed il segreto
giardino incrementasse una perenne
fioritura per l'ara del Signore.
Oh, sacra pace! Mistica letizia!
Quale efferata squadra vi strappò
dal monastero, o candide colombe?
Quale colpa addossare a quei vegliardi
silenziosi? Il grigiore e la tristezza
invadono le celle abbandonate
e lo squallore popola i giardini.
Se non che allor, di quando in quando, a notte,
mentre ogni cosa tristemente tace,
sollecitate a salmodiar le sacre
lodi divine dal soffiar dell'Ostro,
fanno le piante un fievole stormire,
simile, a tratti, a un piccolo lamento.
Ma dove approda il mio fantasticare?
Dove t'abbandonai, nobile villa,
nel mio giro vagante? Che tu possa
restare eterna, tu che aduni, sola,
dettagli misteriosi e meraviglie
disseminate, come luci, in questo
sconfinato orizzonte. Lunga vita
a te, poeta! Non il crudo freddo,
le piogge, o le temibili tempeste,
minaccino l’esiguo tuo podere.
Oh felice, davvero fortunato
chi vive dell'onesta sua ricchezza,
colui che non è preso dall'assillo
di spregevole gloria, né costringe
la povertà a bussare a ostili porte!
Qui, tra le amiche valli ed i sussurri
mutevoli delle api e dei colombi,
e fra i belati delle greggi e i rivi
dall' acque rilucenti e cristalline,
che scendono canori, quale pace
t'aspetta per i giorni del fatale
ultimo passo! Quanti onori e vanti
darà all'Italia il Colle della Mira![2]

[1]I monaci camaldolesi del vicino Monte Rua.

[2]Piccolo colle al centro di Torreglia, sul quale sorge la chiesetta di  San Sabino, del XIII secolo.

 

 

Enzo Ramazzina

Written by