Sommario
Premessa
Sono oltre quindici gli anni trascorsi dal giorno in cui le Dolomiti sono diventate Patrimonio Mondiale dell’ Umanità UNESCO: 26 giugno 2009.
Cosa è cambiato da allora, una volta tagliato quel traguardo, sempre che qualcosa sia cambiato? A cosa è servito? Quali valori aggiunti e vantaggi ha arrecato, quali semi di imprenditorialità ha diffuso e quali progettualità ha innescato, se ne ha innescate, da quelle più strategiche a quelle più spicciole?

Un bilancio in chiaro scuro a quindici anni dal riconoscimento
“Poeticamente abita l’uomo su questa terra” (Hoelderlin)
Per molti versi la tanto ambita etichetta, invece di averci donato le ali, sembra aver incollato in nostri piedi al terreno, quasi fossimo…cozze di montagna. Se si trattasse di un’ azienda, pazienza, diremmo che sia tempo di bilanci. Ma si tratta di noi! Del nostro territorio e della umanità che vi risiede: essi meritano non contabilità asettica, bensì vaglio alla luce di ragione e sentimento!
È tempo di conferire a quella data senso e concretezza. E di guardarci allo specchio, nello specchio magari di quei nostri limpidi laghetti di montagna, badando di non fare però la fine di Narciso, né di rinfoltire le file di quella cafoneria di montagna oggi tanto in auge.
Certo è che abbiamo tardato – e forse tuttora stiamo tardando – a calarci nel ruolo.
Timidissimi segnali talvolta in qualche anfratto si scorgono, ma poca cosa. Il rischio – grosso – è pertanto quello per cui questo periodo sia passato invano e il picco utile dell’onda si stia inesorabilmente affievolendo senza aver noi ancora mietuto quanto ambissimo.
Pare finalmente che ce ne stiamo, almeno in parte, rendendo conto: e mai più che ora varrebbe la pena confidare nella veridicità del motto “meglio tardi che mai!”.
L’ esperienza attesta che il bollino da Patrimonio Mondiale dell’ Umanità non è una hessiana farfalla che si posi leggera sulla spalla e soavemente contribuisca alla nostra felicità. E’ piuttosto una co-struzione, un simbolo, atto a scuotere, a infondere ardore e surplus di forze e impegno. Non punto d’arrivo quindi, ma inizio. Un’opportunità: una porta che si è aperta…ma noi stiamo aspettando non si sa bene che cosa per entrarvi.
Persino le nostre “petrose” Dolomiti, che da oltre due secoli destano il sublime nell’ immaginazione di scalatori, scienziati, poeti e turisti, sembrano ammonirci, rivelando con i loro scricchiolii la propria fragilità e le rughe apportate dal tempo: “Qualcosa pur voi Umanità che abita le nostre crode dovete fare! Non lasciate tutta la fatica alla nostra bellezza!”. Dolomiti, figlie di una Natura tanto benigna da donarci un marchio, ma che sa essere matrigna brutale, come in più circostanze si è dimostrato. Frangenti in cui per fortuna la solidarietà ancora emerge e si esprime.

Impera lo sterile particolarismo
Troppe invidie, ipocrisie, meschinità, scissioni, familismi, speculazioni lacerano il tessuto sociale, economico, politico, culturale ed esistenziale sia intra che inter-paesano di Cadore e Ampezzo, indistintamente, ognuno con le proprie peculiarità. In maniera e misura che abbondantemente oltrepassano quanto normalmente spiegabile in base al solo “siamo pur sempre chiuse valli di montagna”. Come risultato: sinergie applicabili poche, spirito del “nemo propheta in patria” tanto, buone istanze da emulare rintracciabili col lumicino, un pigro aspettare che sia qualcun altro a muoversi per primo.
Nondimeno, dilagano frammentazione di intenti, concorrenzialità sgangherata, improvvisazione azzardata con annessa strenua inerzia da fibrillazione, stallo e sindrome di Sansone: piuttosto che qualcosa o qualcuno brilli o almeno ci provi, crollino pure le Dolomiti con Cadorini e Ampezzani sotto! Una peculiarità tutta nostrana questa, come i casunthiei.
E a chi obietta che tutto il mondo è paese, replichiamo che evidentemente il nostro è un po’ più paese degli altri. Il tutto col rischio che poi arrivi un giullare a cantare e additare come andrebbero gestite le cose, oppure che un Socrate nostrano operi da tafano, sperando che non gli venga offerta la cicuta.
Non ci sono però più margini né alibi per accampare scuse; non basta più la “crisi”, termine inadeguato per indicare qualcosa di ormai palesemente strutturale; non basta più l’avere come limitrofe due regioni a statuto speciale: paradosso anacronistico, avvertibile anzi come una beffa che si aggiunge al danno; non bastano più le poche occasioni di contributi, alcune peraltro perse per demerito nostro: d’altronde una popolazione matura non può pretendere di ancorare il proprio futuro tutto e unicamente a eventi sporadici. Con ripercussioni che a mo’ di fisarmonica si riverberano da Cortina a Pieve, ed oltre, e poi di nuovo da Pieve a Cortina. A cosa non bastano più tali motivazioni? Non bastano più a spiegare da sole, per quanto in una realtà turbolenta e complessa, se non la metà delle criticità e problematiche attuali.
Il resto stiamo aggiungendolo noi di nostro, rendendo le cose estremamente più difficili!

Pietrificati dalla Medusa olimpica
Troppa ricchezza fluita in pochi decenni – dice anche e saggiamente più di qualcuno – ,quelli finali XX secolo: come dire che Medusa ci avrebbe pietrificato subito dopo le Olimpiadi del ’56 . Possibile, anzi probabile. I mala tempora di inizio terzo millennio ci avrebbero colti cioè impreparati, disabituati, perché la prosperità rende pigri. Nel contempo, poca lungimiranza, sacrificando ogni sostenibilità di visioni rispetto alle nuove generazioni. D’altronde, il compianto sociologo Bauman – sempre alla ribalta per la metafora della variamente declinata “società liquida” odierna – ci ha messo all’erta da tempo sul fatto che: “I problemi che oggi abbiamo di fronte non ammettono bacchette magiche, scorciatoie e cure istantanee”.
Nel frattempo, il torpore economico e lo spopolamento aggrediscono le valli e le patologie psicologiche stesse sono notoriamente in aumento.

Qualche proposta per ripartire
E allora, dato che la nostra enrosadira almeno dovrebbe averci insegnato a non demordere mai, che sempre nuove albe sono possibili, quali contromisure adottare oggi per essere all’altezza del nostro paesaggio? A livello pratico, e lasciando a chi di competenza le soluzioni tecniche e specifiche, almeno quattro ci sembrano ineludibili:
* nella sfida al futuro bilanciare gli aspetti competitivi, da sempre cavalcati, con un maggior numero di aspetti cooperativi: l’era dei campanilismi è tramontata, i nostri stanchi campanili reclamano sonoramente che si tolga loro quell’ “ismo”, e nuove campane a festa chiamino in nome di una maggior reciprocità, di un più equilibrato e armonico temperamento tra locale e globale;
* abbinare tradizione e innovazione: dare infatti spazio a quest’ ultima può avvenire senza per forza snaturare la prima, perché la buona innovazione è solo un fiume che scorre comunque nel proprio alveo. Per compromesso, viceversa, la tradizione non può aspirare a proporsi esclusivamente come elemento di blocco o di sterile nostalgia. In maniera che un’atmosfera coinvolgente e creativa possa germogliare robustamente, come stella alpina su solido terreno;
* sentirci, collettivamente e individualmente, tutti coinvolti, con modalità condivise, rispetto e cor-responsabilità, non delegando solo a istituzioni, enti, fondazioni, associazioni, addetti ai lavori, mai come oggi ingabbiati tra pastoie burocratiche e bilanci al lumicino;
* aprirci a tutte le risorse disponibili umane, materiali e finanziarie disponibili con spirito di gruppo.
Ma soprattutto bisogna fare presto: non solo un salto di mentalità, ma anche un radicale cambio di marcia sono imprescindibili e improcrastinabili. Una ricca base di valori l’abbiamo, dobbiamo proustianamente “solo” guardarla con occhi diversi. Se tutti lo desiderassimo all’unisono, questo cambio di marcia non sarebbe infatti impossibile, anche perché attualmente stiamo viaggiando in folle, con masochistiche tendenze a ingranare la retromarcia. Mentre, dall’ altro lato, vediamo esempi più o meno illustri di chi ce l’ ha fatta e ce la fa, partendo persino da condizioni peggiori.
È ora di uscire dal letargo, di riscattare insieme questo quindicennio dedicandoci alle relazioni. Una volta riconosciuto il Patrimonio, ora il Matrimonio s’ha da fare, come in tutte le buone famiglie. Sposiamoci con questa terra benedetta, con le nostre Dolomiti!
[ “Omai convien che tu così ti spoltre”,
disse ’l maestro; “ché, seggendo in piuma,
in fama non si vien, né sotto coltre;
sanza la qual chi sua vita consuma,
cotal vestigio in terra di sé lascia,
qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
E però leva sù; vinci l’ambascia
con l’animo che vince ogne battaglia,
se col suo grave corpo non s’accascia”. – DANTE, If 24 ]
Stefano De Vido

