La poesia di Giorgio Segato: "PadovaneLune" – Seconda parte

Trasmissione condotta da Alessandro Cabianca per Radio Cooperativa di Padova

Avvertenza

Trattandosi di trasmissioni in presa diretta il linguaggio risente a volte di mancanza di mediazione perché riflette il parlato. Ho volutamente mantenuto questa immediatezza, anche se a volte ci sono passaggi bruschi che andrebbero spiegati.

Chi di voi ha seguito una delle precedenti trasmissioni in cui abbiamo parlato di Giuliano Scabia ricorderà le poesie tratte dal Canto notturno di Nane Oca sul platano alto dei Ronchi Palù; lo ricordo perché queste poesie avevano la prefazione di Giorgio Segato che le aveva pubblicate nella Collana L’Oro dei suoni.

La lettera in versi di Giorgio Segato non è altro che la risposta a quella poesia di Giuliano Scabia; il titolo è L'albero (lettera a Giuliano)

È chiaro, se si guarda questo titolo, perché facevo riferimento al platano, i platani alti, di Giuliano Scabia.

1.

Un albero, Giuliano,
sostiene anche il cielo
del mio sogno. Le radici
affonda nella storia e
la chioma propaga
nel tempo, per spazi
carichi di voci sottili,
di musiche ed umori,
antichi sentori: Egle
di settembre dai piccoli
agrumi dorati, di soave
vaniglia odorosi, davanti
la Cappella di Giotto, sopra
il masso del terribile spot
con cui Dante annientò
Cimabue per sempre.

Lo spot di cui parla Giorgio Segato merita di essere citato per esteso, anche se tutti lo ricordano: “Credette Cimabue nella pintura,/ tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,/ sì che la fama di colui è scura:” · (Purgatorio, XI, vv. 94-96); Giorgio Segato lo definisce uno spot annientante per quanto riguarda il povero Cimabue, che da allora è sempre stato ritenuto da tutti un secondo rispetto alla grandezza di Giotto.

C'è da sottolineare a questo punto anche la attenzione di Giorgio Segato all'arte in generale, all'arte pittorica in particolare, per dire che queste sono frasi meditate vengono da un esperto d’arte, dell'arte di Giotto ma anche dell'arte di Cimabue.

Sono più di venti incontri, qui a Radio Cooperativa, nei quali ho presentato più di quaranta poeti allo scopo di farvi amare la poesia, autori noti e autori sconosciuti, ritenuti cioè di secondo piano, che spesso di secondo piano non sono, se non per notorietà, come Marco Pola e Piero Bigongiari di cui abbiamo parlato in incontri precedenti e alcuni ascoltatori mi hanno ringraziato appunto per aver fatto conoscere un poeta per loro nuovo perché, al di là dei cinque/sei poeti che hanno magari fama, come, per esempio, Dario Fo, che molti hanno conosciuto soltanto dopo che ha ricevuto il Nobel, pochissimi conoscono la poesia italiana che è fatta di alcune figure di primissimo piano, ma è fatta di molti, moltissimi poeti di alto e altissimo livello.

2.

Mi perdo tra bisbigli
del vento, e sento,
lungo la risacca
dei suoni, incise le molte
memorie dei vuoti:
impronte senza calore,
desideri mai avverati,
perdite e nostalgie d’odori
e colori, di parole rotonde
e carezze di mani rosate,
delicate palme materne,
che divarichino il dolore
dal labirinto del giorno e
spengano, la notte,
l’inquietudine delle attese.

3.

Questa cesura insanabile
Viviamo: sulla tela tagliata.
Lucio Fontana contempla
il sesso del tempo,
soglia del nascere e morire.
Ci sgomenta un così facile
lacerarsi del diaframma
in cui smarrisce la presenza
tra passato e futuro:
ora umida fessura, assorbente
oltre i desideri, ora rigida,
inospitale, respingente nel
concavo quotidiano disagio.
E così il presente resta
in bilico, dolorosamente,
tra un passato in discussione
e un futuro indecifrabile,
uno nell'altro continuo,
illudendoci di una durata
del tutto inconsistente.

In questi versi è da sottolineare il meditare di Giorgio Segato sul tempo, la durata, appunto e l'inconsistenza della durata del tempo, l'illusione, la ricerca di un qualche appiattimento nei confronti delle necessità della vita, delle necessità del corpo, mentre, al tempo stesso, domina una inquietudine, l'inquietudine delle attese, così la definisce Giorgio Segato, il desiderio che non si appaga, un malessere, che Segato definisce come malessere di fine secolo e di fine millennio, dell’uomo spaventato di perdere memoria, che non progetta futuro e si affida alle macchine, incapace ormai di capire che la macchina rimescola solo ciò che già si conosce, senza immaginare alcunché di diverso.

5.

Restauriamo rovine e coltiviamo
Lacerti e frammenti, crescendo
la morte negli occhi e sfaceli
nei depositi del cuore, confusi
e senza le parole né i canti a
sciogliere i nodi di dentro, a dire
le ragioni del cuore, l'umore del
tempo, che si fa buio, incolore.

7.

Anche Padova muore,
perché non amata,
perché non si vuole che cresca,
che pensi e lavori per mete
più alte, che nutra i suoi figli
d’idee, di sogni, utopie
da farsi progetti da vivere insieme.

E qui ritroviamo le rovine. Se ricordate anche Marco Pola parlava di rovine e di confusione.

Siamo di fronte quasi alle stesse parole, intendo dire che c'è da parte dei poeti questa sensazione che la vita di tutti i giorni stia perdendo di senso, che stiamo correndo dietro a delle cose, appunto, secondarie, cose di nessun valore, perdendo d'occhio addirittura la realtà.

8.

Padova, da sempre morosa,
famosa per le occasioni perdute;
non accetta ironie, né mutazioni
programmate e s’illude
di restare uguale in un tempo
che cambia ogni cosa, riduce
gli spazi e satura menti.
C'è bisogno di tornare
a coltivare gli orti di casa…

Dice Segato: “c'è bisogno di tornare a coltivare gli orti di casa” e si intuisce un riferimento all’amico Ugo Suman.

…non di occupare la terra,
ma di vivere luoghi aperti, dove germinano pensieri,
piuttosto che parcheggi di corpi
in attesa di comandi da automi.

12.

Gli sfilacciati legami con le cose
specchiano tessuti umani consunti
e la natura smarrita, nei sensi come
nel cuore: obesa civiltà del consumo.
Ormai c'è di tutto, e in ogni stagione;
ma non per tutti, e neppure per pochi.
Si è fatta larga la fascia di chi gode
il tempo senza inquietudini, ma più
folta diventa la schiera dei poveri,
diseredati: colpa loro che non sanno
combattere; in un mondo di uguali
opportunità, occorre saper profittare,
e torna a vincere il più forte ed il furbo,
l'astuto e il venduto, chi s’impone
o sa cedere ad arte, senza parte.

Avrei quasi voglia di terminare su queste parole che sono da un lato un atto d'accusa e di condanna per l’imbarbarimento della realtà, dall’altro un atto di solidarietà nei confronti di chi in questa realtà quotidiana ha difficoltà a muoversi.

Preferisco però terminare come ha fatto Giorgio Segato in questo breve poemetto dedicato a Giuliano con le ultime due poesie perché una sembra chiudere in negativo, con pessimismo, mentre sulla poesia finale ricompare un qualche ottimismo.

17.

Muoiono secolo e millennio
su un tramonto d’umano
che avvilisce i poeticantoni:
spegnersi di colori, di timbri
e di toni nel rarefarsi dei sensi
e del sogno, inaridirsi d'emozioni
e di gioco. Unica misura rimasta
è denaro: troppo poco, anche
se diventa potere, forza brutale,
esibizione del male che allaga.

18.

Ma leggero è il cuore del poeta,
nonostante l'aspra denuncia,
vince malinconie e continua
a viaggiare comunque,
reinventandosi ogni giorno,
pur senza toccare mai
i lembi ultimi dell'anima.
Per questo restiamo selvaggi,
piccoli indiani con grandi visioni
e straordinari colloqui tra l'erbe
dei prati, pirati del mare, soffi di
cielo, con voce di vita reale.

E questa è una bellissima chiusa perché ci riporta alla vita reale.

Il poeta non dimentica i sogni, reinventa ogni giorno questi “lembi ultimi dell'anima”, senza riuscire a raggiungerli, a conoscerli veramente, ma si sforza, si interroga, si impegna, vuole rimanere umano.

Questo, in fondo, ci stava dicendo anche Marco Pola, descrivendo l'uomo come uno dei tanti animali che abitano la terra, un po' come vedeva Saba la “capra dal viso semita”.

La capacità che hanno gli uomini di programmare il proprio mondo e spesso lo programmano in negativo, non impedisce loro di rimanere un poco selvaggi nell'anima, rimanere dei piccoli indiani; così probabilmente riescono da un lato ad apprezzare quello che hanno, cioè l'erba, i prati, gli animali, le cose, tutto quello che hanno, dall'altro riescono a vivere i sogni.

Alessandro Cabianca

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