Elena Lucrezia Cornaro Piscopia

Venezia Sorprende per Padova Sorprende

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Abstract

Inusuale e del tutto sorprendente e originale questo ritratto di Elena Cornaro Piscopia, prima donna laureata al mondo, con un racconto in versi e una dettagliata documentazione in nota sulla sua vasta cultura, sulla conoscenza di molte lingue e sugli ostacoli che dovette affrontare per essere riconosciuta. Il suo desiderio di laurearsi in teologia ricevette un netto rifiuto dal cardinale Gregorio Barbarigo e la Piscopia dovette ripiegare e laurearsi in filosofia. Era l’anno 1678. I versi sono incentrati sulla figura del teologo Felice Rotondi dello Studium Patavinum, l’Università di Padova, che sostenne il desiderio della Piscopia di laurearsi in teologia contro il parere della chiesa impersonata dal cancelliere Barbarigo.

Padova Doctrix Contra Simulatione  (1)
(più domande che risposte)

Cosa nascondi, Padova,
intelligente ombelico
assediato dall’ignoranza (2)?
Tu che laureasti Piscopia,
se pur era sproposito
per l’ipocrisia vaticana (3)
far di donna una doctrix?


Tu che la ascoltasti
dissertare d’Aristotele,
ammorbidite le tesi (4)
per prudenza dai maestri?
Sai dirmi, Padova, che ne fu
del dotto frate (5) che l’istruì
e la propose alla laurea
per carità! in teologia!
il rettore di cui si tarda
ad avere memoria?


Avrebbe ella potuto
render conto del rotare
dei pianeti attorno al sole
e con superba modestia
prendersi gioco
delle immobili sfere! (6)


O quali altre sciocchezze
potevano uscir da bocca
sulla quale i padri della Chiesa,
come già prima Apollo (7),
con spregio sputarono?


Dunque, chiedo, che ne fu
di Felice Rotondi, frate,
e se male lo incolse (8)
per aver provato
a dar voce all’agnella (9).
Lo ricorda Monteleone (10),
perché donò suo mobilio
paramenti e biancheria
a sacrestia francescana (11).


Certo conforto
egli ebbe nel dipartire
spoliato degli effetti
che sono in di più
ad anime con fronte segnata (12).
Carlo Rinaldini teologo
fu avventato
e mise a rischio l’amico
nel proporgli di portare
in cattedra la Magistra? (13)

Ah, quanto a memoria,
anche di Piscopia tanti
giacciono smemorati
negando per pochezza
ciò che non comprendono (14).
Eppure, vi son uomini
che non ci temono,
mentre quelli che ci temono
sono propensi a cadere
nelle spire delle poche
che tramano per distruggerli.


Reithica (15) Padua dei colli
che hai creduto in Galileo,
il quale Venezia Pilata (16)
con imbarazzo ricorda,
non avendo potuto
dargli la fine di Giordano!
Ipocrita chi ancor oggi
acceca chi guarda
il sole negli occhi.


Tu, invece, Padova,
dal lontano passato
tu mi sorprendi!
Davvero Padova Sorprende!
Il rischio del confronto
almeno era vivo!
Ma che ne fu di Felice Rotondi,
il quale preparò Piscopia
all’esame che il clero più ottuso
non seppe sostenere (17)?


E ciò che non fu detto
uscì sapientemente
per bocca d’Aristotele stesso:
Questa chiarezza è stata
così chiamata, in quanto
è qualcosa di luminoso,
dalle parole che esprimano luce,
per il fatto che porta alla luce
le cose nascoste (18).


Ora le carte bruciate (19)
e le statue vendute (20)
parlano chiaro.
Ora corre il cardinale,
a terga nude l’ipocrita,
mentre Rinaldini la cinge
d’alloro e d’anello.
Sorride l’Argonauta (21).
E il consesso vien sciolto (22).


Dove dice Lucrezio (23):
La nave che ci trasporta
sembra restare immobile,
quella che è ferma all’ancora
sembra che ci oltrepassi.

Antonella Barina

Note

(1) Simulatio, in latino: ipocrisia.
(2) Assediata dall’influenza del clero inseritosi nella libera Universitas trasmigrata da Bologna a Padova nel XIII secolo: “1222. Messer Giovanni Rusca da Como podestà de Padoa. In questo tempo fu transferito il Studio di Bologna in Padoa”. (Annali di Padova).
(3) L’opposizione del cardinale Gregorio Barbarigo a laureare ‘dottore’ Elena Cornaro Piscopia: ‘uno sproposito’, disse, tale da ‘renderci ridicoli a tutto il mondo’ (doctrix, insieme a magistra, è il titolo che le fu riconosciuto dagli accademici patavini a conclusione della sua esposizione di due tesi su Aristotele, selezionate per ballottaggio tra altri temi di discussione).
(4) Dovendo dibattere di filosofia, e non di teologia come avrebbe desiderato, Elena dovette senz’altro mediare, pur mostrandosene edotta, tra la dominante filosofia di Aristotele e le posizioni avanguardistiche dei suoi insegnanti, Carlo Rinaldini (cattedratico a Pisa e a Padova, del quale è attestato il soprannome di Simplicio nell’ambiente galileiano, allievo di Cesare Cremonini 1550 – 1632, filosofo aristotelico, collega di Galilei a Padova) e Felice Rotondi, teologo e metafisico, di scuola galileiana.
(5) Frate Felice Rotondi, che desiderava essere definito ‘Pubblico Teologo della patavina Universitas’, lo Studium Patavinum, primo nucleo dell’Università di Padova, sulle cui opere sembra alla mia ignoranza essere scesa una damnatio memoriae (fu lui, in quanto docente di teologia dello Studium Patavinum, a proporre ufficialmente la laurea in teologia di Elena Cornaro Piscopia, a fronte della volontà del padre di lei, Giovanni Battista Corner, procuratore di San Marco, e del giudizio positivo di Rinaldini).
(6) Il timore clericale che una diversa visione astronomica dell’universo mettesse in dubbio i principi o almeno l’immaginario assetto ‘geografico’ della trascendenza.
(7) Apollo verso Cassandra, per renderla increduta.
(8) Certi azzardi si pagano sempre e in questi contesti la pena è sovente la damnatio memoriae.
(9) È Elena, che sembra non essere stata interessata quanto lo era il padre ad affermare con gloria la propria intellettualità.
(10) Rotondi apparteneva ad un casato nobile di Monteleone di Spoleto: Nel corso dei secoli, vari sono i membri della famiglia Rotondi che ricoprono importanti incarichi pubblici ed ecclesiastici, fra cui: il francescano P. Felice Rotondi (1630-1702), insigne teologo e metafisico, membro dell’Accademia Veneziana degli Argonauti, docente emerito dell’Università di Padova e ministro generale dell’Ordine dal 1695 al 1701, nonché restauratore del locale complesso conventuale di San Francesco; D. Marzio (con un omonimo discendente nel XIX secolo, seguito da un D. Pietro Rotondi), che è vicario generale a Ferentillo e muore nel 1728 (poco dopo, nel 1730, muore invece D. Stefano Rotondi, all’età di 80 anni). Dal sito del Comune di Monteleone.
(11) Chiesa di San Francesco di Monteleone: “Sopra la porta che immette in sacrestia un’epigrafe in porfido ricorda che Padre Felice Rotondi, a quell’epoca già Ministro Generale dei Conventuali, donò nel 1700 tutto il complesso degli armadi, paratorio e casse in noce che ancora si conservano nell’interno. Il grandioso e ricco complesso, tenuto in ottimo stato, racchiude tutta la suppellettile della chiesa: vasi sacri, paramenti, biancheria, candelieri, croci e reliquiari”. http://www.iluoghidelsilenzio.it/chiesa-di-san-francesco-monteleone-di-spoleto-pg/
(12) Segnata dalla Tau. La spoliazione francescana dagli effetti terreni. Ibidem. Nella chiesa di San Francesco a Monteleone, restaurata da Rotondi, “sul primo pilastro sono incastonati due vecchi cimeli: un’acquasantiera ricavata da un capitello ed un’immagine di S. Maria Maddalena, in pietra, opera di arte longobarda. La stessa riporta il simbolo greco del Tau. L’ultima lettera dell’alfabeto ebraico rappresentava il compimento dell’intera parola rivelata di Dio. Questa lettera era chiamata TAU”. Ibidem
(13) Altro titolo attribuito ad Elena a conclusione dell’esame di laurea.
(14) Anche la scrivente non aveva compreso le implicazioni della laurea di Elena Cornaro Piscopia al di là dell’importanza di aver abbattuto lo sbarramento accademico alle donne, il che non significa aver aperto la porta al sapere femminile, ma aver consentito al sapere femminile di omologarsi alle se pur più avanzate conoscenze della sua epoca, doloroso è non aver più i suoi scritti dai quali si sarebbe potuta evincere una sua possibile elaborazione di genere delle conoscenze ricevute dai suoi insegnanti. Quanto allo sbarramento, la laurea di Elena aprì la porta alla parità del diritto allo studio per le donne, anche se solo dopo 50 anni vi fu la seconda laureata in Italia, Laura Bassi proclamata fisica a Bologna.
(15) Con riferimento al culto di Reithia Sainatei nel sacello di Este (Padova).
(16) Non si può dire che Venezia abbia fatto di tutto per salvare Giordano Bruno. “Nella primavera del 1591 Giordano Bruno, viene raggiunto da due lettere del nobile veneziano Giovanni Mocenigo che lo invitano a Venezia per insegnargli l’arte della memoria. I motivi per i quali Bruno si decise ad accettare l’invito, con tutti i rischi connessi ad un rientro in Italia, sono tuttora dibattuti tra gli studiosi. Perché mai nell’autunno del 1591 Giordano Bruno, ricevuto a Francoforte l’invito del nobile Giovanni Mocenigo di venire a Venezia, abbia accettato di tornare in Italia, dalla quale si era allontanato nel 1578 per sfuggire a un processo di eresia aperto a Napoli nel 1576, e dopo aver abiurato il cattolicesimo aderendo al calvinismo. Poiché il Mocenigo non era soddisfatto del profitto che ricavava dagli insegnamenti di Bruno, forse perché pensava che questi non volesse metterlo a parte delle sue conoscenze, come si dovrebbe dedurre dall’insistenza con la quale cercò di trattenerlo, quando il filosofo gli comunicò la sua intenzione di partire per Francoforte e dalla violenza che usò, la notte del 22 maggio 1592, facendolo rinchiudere dai suoi servitori in un solaio. Il giorno dopo Mocenigo mise per iscritto una denuncia contro il Bruno che consegnò subito alla Santa Inquisizione in Venezia nella persona di Giovan Gabriele di Saluzzo; vi riportò accuse gravissime. La stessa sera del 23 maggio Giordano Bruno è prelevato dalle guardie dalla casa del Mocenigo e trasferito nelle carceri del Sant’Uffizio di San Domenico di Castello. In questo carcere, non più esistente e che sorgeva nell’attuale via Garibaldi, Bruno divide la cella con altri sette detenuti: è inevitabile che fra tanti si parli e ci si confidi e di questo il Nolano farà presto amara esperienza.

Nel 1593 Giordano Bruno viene trasferito da Venezia a Roma su richiesta della Inquisizione romana.

Le carceri di Tor di Nona, situate alla sinistra del Tevere, di fronte a Castel Sant’Angelo, erano costituite dalla medievale torre Orsini e dagli edifici che vi si raggruppavano intorno. Furono trasformate cinquant’anni dopo in teatro dopo la costruzione delle “Carceri nuove” nella vicina via Giulia e il teatro fu a sua volta demolito alla fine dell’Ottocento per far posto ai muraglioni che fiancheggiano il fiume. Chiamate “la prigione del papa”, la maggior parte dei reclusi veniva poi giustiziata nella vicina piazzetta che si apriva davanti al ponte Sant’Angelo; altri luoghi di supplizio erano piazza Navona e Campo de’ Fiori. Il 12 febbraio 1600, L’ Avviso di Roma riportava che ‘hoggi credevamo veder una solennissima giustitia, et non si sa perché si sia restata, et era di un domenichino de Nola, heretico ostinatissimo, che mercoledì in casa del cardinal Madrucci sentenziarono come auttore di diverse enormi opinioni, nelle quali restò ostinatissimo, et ci sta tuttora, nonostante che ogni giorno vadano teologhi da lui». Fu un rinvio di quattro giorni. Il giornale dell’Arciconfraternita di San Giovanni Decollato, chiamata a prelevare dal carcere di Tor di Nona i condannati per accompagnarli al rogo, registra il 17 febbraio che Bruno «esortato da’ nostri fratelli con ogni carità, e fatti chiamare due Padri di san Domenico, due del Giesù, due della Chiesa Nuova e uno di san Girolamo, i quali con ogni affetto et con molta dottrina mostrandoli l’error suo, finalmente stette sempre nella sua maladetta ostinatione, aggirandosi il cervello e l’intelletto con mille errori e vanità. E tanto perseverò nella sua ostinatione, che da’ ministri di giustitia fu condotto in Campo di Fiori, e quivi spogliato nudo e legato a un palo fu brusciato vivo, aconpagniato sempre dalla nostra Compagnia cantando le letanie, e li confortatori sino a l’ultimo punto confortandolo a lasciar la sua ostinatione, con la quale finalmente finì la sua misera et infelice vita’”. http://www.nostraitalia.it/larresto-di-giordano-bruno-a-venezia/
(17) Impedendo ad Elena Cornaro Piscopia il dibattito di una laurea in teologia gli opponenti dimostrano il timore di non poterne arginare i contenuti.
(18) Integrale: “Fu chiamata sapienza nel senso che è una specie di chiarezza, in quanto chiarisce ogni cosa. Questa chiarezza è stata così chiamata, in quanto è qualcosa di luminoso, dalle parole che esprimano luce, per il fatto che porta alla luce le cose nascoste. Poiché, dunque, le realtà intelligibili e divine, come dice Aristotele, anche se sono chiarissime nella loro essenza, a noi sembrano tenebrose e oscure in causa della caligine corporea gravante su di noi, chiamarono a ragione sapienza la scienza che ci porta alla luce quelle realtà. […] Si faccia l’ipotesi di uomini che avessero sempre abitato sottoterra in dimore splendide e ben illuminate, e inoltre abbellite da statue e da quadri e provviste di tutte le suppellettili possedute in copia da coloro che sono giudicati ricchi. E si supponga che costoro, per altro, non fossero mai usciti sulla terra, ma fossero stati informati da notizie e da testimonianze dirette dell’esistenza di una divina potenza causatrice. E che, poi, a un dato tempo, spalancatesi le fauci della terra, essi fossero potuti da quella dimora recondita fuggire e salire in queste terre abitate da noi. E, a un tratto, avessero visto terra, mare e cielo e si fossero fatta un’idea dell’imponenza delle nubi e dell’impeto dei venti, e avessero fissato il loro sguardo sul sole e ne avessero conosciuto tanto l’ampiezza e lo splendore, quanto del pari la potenza, per il fatto che è causa del giorno mediante la diffusione della sua luce in tutto il cielo; quindi, dopo che la notte aveva oscurato la terra, essi godessero la vista di tutto il cielo ricamato e ornato di astri, e delle fasi luminose della luna crescente e calante; e ancora del sorgere e tramontare di tutti questi astri e delle loro orbite stabilite e immutabili in tutta l’eternità. Quando essi vedono questi spettacoli, credono che certamente esistano gli dei e che queste grandi meraviglie sono manifestazioni degli dei”. (Aristotele, Sulla filosofia).
(19) Il rogo degli scritti di Elena Cornaro Piscopia, si tramanda da lei stessa voluto.
(20) “Fu tumulata nella locale abbazia benedettina di Santa Giustina, ma il padre voleva per lei un monumento sepolcrale. Tuttavia, i benedettini di Santa Giustina, dove l’oblata era sepolta a terra secondo il suo desiderio, erano contrari, allora il procuratore si rivolse ai padri conventuali che accordarono il permesso di costruire un cenotafio in onore della defunta. Ma non era finita: dopo soltanto 38 anni il cenotafio fu demolito perché l’ultimo rampollo dei Corner Piscopia, cedendo alle pressioni dei frati favorevoli all’eliminazione del monumento (“limitava la vista dell’altar maggiore”), accordò il consenso. Avendo sperperato il patrimonio familiare, il patrizio aveva bisogno di soldi e in tal modo poté vendersi le statue della sorella. Il monumento con le statue della Fede, Carità, Purezza e Morte, di Cronos, Aristotele, Platone, Democrito e Seneca venne smantellato nel 1727”.  Rita Frattolillo©2017. https://donneprotagoniste.blogspot.com/2017/04/elena-lucrezia-cornaro-piscopia.html
(21) Felice Rotondi quale membro dell’Accademia degli Argonauti, Venezia, XVII secolo.
(22) Finisce qui la mia rivisitazione della seduta di laurea di Elena Cornaro Piscopia.
(23)  De rerum natura, nel citare Lucrezio intendo significare che ci pare d’aver fatto tanti passi in avanti nella condizione della donna, eppure non son tanti oggi quelli che, come fece ai suoi tempi Rotondi, dall’alto di una cattedra si esporrebbero per sostenerci.

*

Felice Rotondi da Monte Leone – XVII secolo

Frate umbro di Monteleone. Educato al Collegium S.Bonaventurae. Lettore a Perugia e reggente di breve durata a Bergamo. Reggente a Venezia nella metà degli anni Sessanta del Cinquecento e teologo pubblico in via Scoti all’Università di Padova. Alla fine, ministro generale dei Conventuali nel 1695.

Manoscritti

Elogia Virorum ac Mulierum domo Perusiae Ord. Min. Conventualium vel sanctitate, vel doctrina, vel rebus praeclare gestis insignium: MS Biblioteca Antoniana di Padova, 608 [cf: Catalogo dei codici manoscritti esistenti nella Biblioteca di Sant’Antonio di Padova, ed. Luigi M.D. Minciotti (Padova: Minerva, 1842), 151-152].

Edizioni

Commenti alle poesie del P. Cattalano (Roma, 1655).
Enchiridion dialecticum (Padova: Cadorinus, 1672).
Enchiridion Rhetoricum (Pavia, Cadorinus).
Enchiridion Neotericum (Padova).
Scotus Dogmaticus, & Scholasticus, diversi volumi, ampio commento a brani scotisti. La morte dell’autore sembra anticipare il completamento dell’opera e la sua pubblicazione.

Documentazione

Giovanni Franchini, Bibliosofia e memorie letterarie di scrittori Francescani conventuali Ch’hanno scritto dopo ‘Anno 1585 (Modena: Eredi Soliani Stampatori, 1693), 201-202; Diomede Scaramuzzi, Il pensiero di Giovanni Duns Scoto nel Mezzogiorno d’Italia: con una introduzione su la vera fisionomia dello scotismo (Rome: Collegio S. Antonio-Desclée e c., 1927), 228; Marco Forlivesi, Scotistarum princeps: Bartolomeo Mastri (1602-1673) e il suo tempo (Padua: Centro Studi Antoniani, 2002), 239; A. Poppi, Uno scambio epistolare tra Felice Rotondi e Carlo Rinaldini sull’amore e il perdono dei nemici (1682), (Padova: in Atti e memorie dell’acc. galileiana di scienze, lettere e arti, 115/3, 2002-3).