Questo breve articolo si muove tra curiosità, storia, dicerie e leggende intorno alle due figure italiane più importanti dei secoli XIII e XIV: Dante e Giotto.
Non ci risultano documenti certi su quanto il padovano Enrico degli Scrovegni, banchiere figlio di Reginaldo, che Dante colloca nel settimo cerchio, nel girone degli usurai, nel XVII canto dell’Inferno, e forse usuraio lui stesso, pagò Giotto per gli affreschi della sua Cappella. Di certo l'onorario di Giotto e di altri artisti dell'epoca sarà stato piuttosto elevato in quanto i committenti, pur di assicurarsi "le grandi firme", non lesinavano i ducati. Si sa che Giotto fece da garante a prestiti anche elevati. Prestiti non del tutto disinteressati, visto che egli diede in affitto un telaio del valore di 10 lire fiorentine ottenendo una rendita annuale del 120 per cento del valore investito.
Un'idea di quanto poté percepire Giotto per il ciclo pittorico padovano la si può avere dalle cifre pagate in Padova ad altri artisti del Trecento, sicuramente noti, ma meno famosi e celebrati. Il Guariento, ad esempio, del quale ci sono rimasti i celebri Angeli che ornavano la Cappella della Reggia Carrarese, fu pagato 250 ducati d'oro per un anno di lavoro a palazzo Ducale a Venezia. É difficile stabilire il controvalore in moneta attuale di quei 250 ducati ma tale cifra era almeno 15 volte superiore a quella pagata ai migliori operai veneziani specializzati del tempo. Lo Squarcione, altro noto pittore padovano di quel periodo, per dipingere il polittico De Lazara che fu esposto alla mostra "Da Giotto al Tardogotico" tenutasi a Padova di recente, ottenne 30 ducati veneziani che corrispondevano al salario annuale di un operaio. Dunque per certo possiamo stimare che nelle tasche del sommo Giotto arrivò una ben superiore quantità di ducati.

Giotto, Enrico degli Scrovegni dona agli angeli una riproduzione della cappella degli Scrovegni (1302)
Giotto dipinse la Cappella degli Scrovegni tra il 1304 e il 1306, più o meno nello stesso periodo in cui Dante iniziava la sua Commedia. Se la leggenda vuole che il poeta abbia soggiornato in Padova (ma oggi è quasi certo che a Padova Dante non sia mai stato), sono fuori da ogni leggenda i riferimenti danteschi polemici contro il malcostume cittadino di Padova; si potrebbe ipotizzare che Dante avesse una particolare avversione nei confronti della guelfa Padova, essendo al servizio del ghibellino Cangrande. Al contrario Verona, la prima città che lo ospitò nel suo esilio, è per il poeta il luogo della virtù e della gentilezza grazie al buongoverno di Cangrande della Scala al quale dedicò la cantica del Paradiso.
Ravenna è un'altra città ricordata nel Paradiso come ideale, sia per la sua bellezza che per il buon governo dei Da Polenta. Dante ne apprezzò anche i dintorni come l'abbazia di Pomposa e la zona del Po di Volano. In generale, Dante fornisce vivaci e precise notizie sui luoghi, sui monumenti, sulle attività praticate nelle città venete e particolarmente sull'arsenale di Venezia, cuore palpitante della città da lui visitata nei primi mesi del 1321 come ambasciatore di Guido Novello da Polenta, signore di Ravenna.
Ovunque ferve il lavoro per costruire e riparare le navi, il vero motore economico e militare della Serenissima.
Dalle opere dei tanti artisti, pittori e letterati, possiamo intuire che il cuore delle città medievali era la piazza: vi si tenevano i mercati e nel Palazzo della Ragione di Padova, attorniato dalle tre piazze: della Frutta, delle Erbe e dei Signori, si esercitava la giustizia, era il luogo in cui si radunava la cittadinanza per deliberare le leggi, per eleggere i suoi rappresentanti, per definire la pace e la guerra. In alcune città la piazza con le istituzioni cittadine si apriva di fronte alla cattedrale, il potere laico vicino e talvolta contrapposto al potere religioso, così importante per tutto il medioevo.

Statua ottocentesca rappresentante Giotto, agli Uffizi di Firenze.

Luca Signorelli, Dante, affresco, 1499-1502, particolare tratto dalle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto.
