Sommario
Abstract
In questo articolo, l’autore racconta la storia di due antiche sepolture, che si trovano sotto il pavimento del santuario di Monteortone, località nel Comune di Abano Terme. Le scritte evidenziate sulle rispettive lastre tombali ricordano i blasonati esponenti di due ricche famiglie del territorio padovano: l’aristocratico Francesco Rosa (1751) e la nobildonna Ginevra Benvenuti (1605), di cui l’articolista traccia un breve profilo.

Il Santuario di Monteortone
Un bel dono per assicurarsi la sepoltura
Nella chiesa di Monteortone, ai piedi dell’altare su cui troneggia la pala del “Cristo crocifisso tra S. Agostino e S. Girolamo” di Jacopo Palma il Giovane (cappella absidale sinistra), posa una lastra tombale di grandi dimensioni, in marmo bianco. Indica il luogo di sepoltura del nobile Francesco Domenico Rosa e reca la seguente scritta in latino:
D.O.M. / FRANCISCI ROSA / STEPHANI FILII / I.U.D. / NOB. PATAVINI / PULVIS ET OSSA. /OBIIT V IDUS NOVEMB. /ANNO DOM. / MDCCLI / AETATIS SUAE LXXXV
Questa la traduzione dell’epitaffio:
“A Dio Ottimo Massimo – Polvere ed ossa di Francesco Rosa, figlio di Stefano, nobile padovano. Morì il 5 novembre nell’anno del Signore 1751, ottantacinquesimo della sua età”.
Ma chi era questo personaggio? A pochi chilometri da Monteortone, si arriva a Tramonte, località del comune di Teolo (PD) un po’ appartata e, perciò, probabilmente scelta quale sede di belle ed interessanti ville, come la “Petrobelli” e la “Zabarella” (ora “Talpo”). Tra queste, spicca per la sua magnificenza Villa Camposampiero, notevole complesso ristrutturato nel primo Settecento dalla famiglia padovana dei nobili Rosa. Le cancellate in ferro battuto, che chiudono gli accessi alla costruzione, costituiscono il miglior esempio di un’arte ancora viva nel Padovano. A motivo degli smaglianti arabeschi floreali, l’antico edificio, chiamato anche “Villa delle Rose”, è un’ambita mèta turistica.
Lo storico Francesco Aldo Barcaro, nel suo saggio intitolato “Il Santuario e il complesso monastico di Monteortone”, pubblicato nel 1996, ricorda che i Rosa, pur non essendo tra le famiglie antiche di Padova, avevano acquisito fortuna e notorietà soprattutto nei secoli XVII e XVIII, e spiega che il proprietario, “per assicurarsi la sepoltura presso il Santuario della Beata Vergine Maria, donò i due cancelli in ferro battuto, in forma sobria, che immettono al sacello del santuario, nonché le due finestre nello stesso, a forma di spirali, fiori e gigli (identiche a quelle della cappella di Villa Rosa a Tramonte), e soprattutto la gradata in ferro battuto dorato [che divide e protegge il luogo in cui si conserva il quadro taumaturgico della Madonna]”.

Teolo, Villa Zabarella
Francesco, Gabriella e Madeleine
Francesco Rosa, nato a Padova nel 1666, abitò per tutta la vita in Contrada delle Torricelle, esercitando la professione di mercante. Di famiglia ricchissima (possedeva fondi e rendite a non finire), divenne dottore in ambo le leggi. Nel 1697 acquistò dai nobili Camposampiero, per la somma di 2000 ducati, la villa di Tramonte, la quale versava in condizioni deplorevoli, e la fece restaurare, praticamente cambiandole l’aspetto.
La moglie di Francesco, Gabriella Carla Patin, figlia di Charles Patin, illustre medico parigino e docente presso lo Studio Patavino, fu sepolta nella chiesa di San Fermo, a Padova. Ma “la chiesa di S. Fermo – scrive Franco Benucci nel n. 41 dei “Quaderni per la storia dell’Università di Padova”, 2008, p. 76 – ha conosciuto molte vicissitudini dall’epoca napoleonica fino ad anni recentissimi, per cui la tomba di Gabriella Patin non esiste più: il testo dell’epigrafe fu tuttavia visto e trascritto, tra il 1808 ed il 1809, da J. Ferretto, che così lo riporta: D(OMI)NAE GABRIELAE / FILIAE CLARISSIMI VIRI / CAROLI PATINI PARISIENSI(S) / UXORIS NOB(ILIS) D(OMINI) FRANCISCI ROSA PAT(AVINI) / CINERES / OBIIT ANNO MDCCLI AET(ATIS) VC”.
Superando alcune difficoltà dovute alle abbreviazioni, ai troncamenti e alle contrazioni dei vocaboli latini, ci è stato possibile interpretarlo in questo modo: “Ceneri della signora Gabriella, figlia dell’illustrissimo signor Carlo Patin di Parigi e moglie del nobile signor Francesco Rosa di Padova. Morì nel 1751, all’età di 95 anni”.
Quanto alla madre di Gabriella, Madeleine Hommetz (cioè la suocera di Francesco), probabilmente venne sepolta, in un primo tempo, ai piedi della cappella del Crocifisso, dove oggi si può notare una lastra tombale senza iscrizione, e successivamente le sue ossa furono raccolte in un loculo del pavimento, a destra del sepolcro dei primi tre monaci arrivati a Monteortone nel 1428 (fra Alvise Savonarola, il beato fra Simone da Camerino, fra Angelo da Camerino), praticamente davanti al presbiterio dell’altar maggiore. La mattonella di destra, infatti, cm. 43 x 43, in marmo biancone di Verona, evidenzia con sufficiente chiarezza il nome di Maddalena all’interno della seguente scritta in latino: MAGDALENAE HOM(M)ETZ / NOB(ILIS) PARIS(IENSIS) / V(XORIS) OLIM NOB(ILIS) CAROLI PATINI / DIV(I) MARCI / EQV(ITIS) ET PUB(LICI) PROF(ESSORIS) / CINERES / OBYT SAL(VTIS) AN(NO) / MDCCXXII DIE XXVIII SEPT(EMBRIS).
Traduzione della scritta: “Ceneri della nobile parigina Maddalena Hommetz, un tempo moglie del nobile Carlo Patin, cavaliere e pubblico professore. Morì il giorno 28 settembre nell’anno di grazia 1722”.
Riassumendo, Francesco Domenico Rosa, la moglie Gabriella Carla Patin e la suocera Madeleine Hommetz, che abitualmente risiedevano a Padova, durante l’anno, però, amavano ritagliarsi lunghe parentesi di riposo nella villa di Tramonte. Qui Madeleine, al termine di un’estate trascorsa al fresco con la figlia e il genero, quasi improvvisamente passò a miglior vita nel 1722, a 79 (?) anni d’età, e venne sepolta nel tempio di Monteortone, come da sue precise volontà testamentarie. Gabriella, invece, morirà nella Città del Santo quasi trent’anni dopo, nel 1751, a 86 anni (secondo alcuni storici), o a 90 (secondo altri biografi) e verrà tumulata a Padova, nella chiesa di S. Fermo, mentre il marito ottantacinquenne si spegnerà nello stesso anno, a distanza di una ventina di giorni dalla di lei dipartita. Come abbiamo ricordato più sopra, troverà sepoltura in santuario, ai piedi dell’altare della SS. Croce, sul quale troneggia la magnifica tela di Jacopo Negretti, detto “Palma il Giovane”.

Santuario di Monteortone, interno
La tomba della giovane Ginevra
Un’altra grande lapide indica il luogo di sepoltura della nobile Ginevra Benvenuti, moglie del medico Giovanni Antonio Secco, esponente di una ricca famiglia veneziana del 1500, proveniente forse dal Bresciano e imparentata con diverse casate illustri: lo dimostra il fatto che la pluralità degli emblemi viene ripartita sui quattro angoli della lastra tombale. L’affresco dello scudo nobiliare della sua dinastia, ripulito dall’intonaco con cui erano state ricoperte le pareti del tempio in seguito ad alcune epidemie di peste e di colera, è riemerso nei restauri del 1995, con tonalità piuttosto smaglianti, in cima all’entrata della sacrestia, e pare sia stato dipinto su affreschi già esistenti.
L’aristocratico personaggio, proprietario di Villa Bassi Rathgeb (detta anche “Villa Zasio”), oggi adibita a museo civico e a pinacoteca (sita ad Abano Terme, in via Appia Monterosso), d’accordo con il figlio Galeazzo, fece anche realizzare, addossato alla parete della navata destra, da cui sporgono due finte colonne di marmo rosso-marrone, un altare dedicato a San Carlo Borromeo. La pala del suddetto altare, oggi appesa a fianco di quello del Santissimo, è di Giovan Battista Pellizzari e rappresenta, appunto, il santo prelato in adorazione davanti al Crocifisso.
La pietra tombale di cui sopra (cm 154 x 262), contornata da una cornice marmorea con i quattro stemmi agli angoli, presenta, sopra e sotto l’iscrizione, dei sigilli in argento battuto, con figure di animali in rilievo. La scritta in latino recita:
GENEVRAE BENVENVTAE NOBILIS / CREMENSIS / IOANNES ANTONIVS SICCVS / MOESTISSIMVS CONIVX SVPERSTES / OSSA HIC TVMULANDA CVRAVIT. / VIXIT ANNOS XXXII MENSES X / DIES XXIX. / OBIIT ANNO SALVTIS MDCV / DIE IX AVGVSTI
Traduzione:
“Giovanni Antonio Secco, tristissimo coniuge superstite, provvide a tumulare in questo luogo le ossa della nobile Ginevra Benvenuti, cremasca [cioè della città di Crema]. Visse 32 anni, 10 mesi, 29 giorni. Morì nell’anno di grazia 1605, il giorno 9 agosto”.
Due lastre tombali parallele, e in direzione trasversale rispetto al sepolcro di Ginevra, sono d’epoca molto posteriore (circa un secolo) e indicano il luogo in cui furono raccolte le ossa di altri membri del parentado o del casato dei Secco. Le scritte, incise sulle relative pietre, riportano la dicitura “Pro mulieribus corigiatis” e “Pro viris corigiatis” [cioè “Per le donne della stessa origine nobiliare” e “Per gli uomini della stessa origine nobiliare”]. Nel latino del XVII secolo, infatti, “corigiatus” significa “legato da catene”, per cui, nel contesto delle due didascalie, questo aggettivo dovrebbe essere interpretato nel suo significato estensivo, così: “legati da catene dinastiche”.
Enzo Ramazzina

