Sommario
Abstract
In un momento in cui tutta l’attenzione sembra ripiegata sul contingente (perfino il papa, e giustamente per quello che sta succedendo, a volte sembra rivolto più alle cose di questo mondo che all’eterno) credo che non sia inutile soffermarci un attimo su una dimensione che ci aiuti a guardare la realtà da un diverso punto di vista.
Rig Veda
“Né l’Esser, né il non Esser v’era allora,
Né l’aria co’ vapor, né il cielo eccelso:
E chi si mosse? E dove? E chi lo mosse?
L’acqua esisteva? Ed il profondo abisso?
Morte non v’era allor, né il suo contrario,
Né divario fra il giorno e la notte:
Uno solo respirava da sé solo,
Altro non v’era fuor di questo Solo.
L’oscurità avvolta era in tenèbra
Sopra un’indistinta massa d’acque
Ed il vuoto incombeva sul deserto:
La forza del calor produsse l’Uno.
E chi mai sa, chi mai potrebbe dire
Donde questo creato, donde nacque?
E vennero gli Dei dopo il Creato?
Ma chi conosce donde son venuti?
Donde questo Creato, donde nacque?
E fu creato oppure fu increato?
Lo sa Colui che dagli eccelsi cieli
Contempla il tutto: o forse Ei pur l’ignora?”
Parto da questo stupendo inno tratto dal Rigveda:
Quell’allora che compare al primo verso e che si ripete all’inizio della seconda strofa si riferisce indubitabilmente al principio, ma al principio di che cosa? Al principio temporale, un principio tanto indeterminato da non poterlo inserire in un punto del tempo, ma da doverlo collocare prima dell’origine del tempo, in un punto che è prima di qualsiasi altro punto, una realtà, cioè, che attiene più ad una dimensione dell’eterno. Questo concetto di indeterminatezza ricompare successivamente al penultimo verso, quando l’inno si chiede donde viene l’universo, se sia creato o se sia increato, nel qual caso, ovviamente, non può che essere eterno.
Una delle dimensioni del tempo è l’eternità, la sua estensione senza limiti, senza inizio né fine. E’ questo un attributo che generalmente i credenti riferiscono alla divinità e i filosofi, anche se espresso in modi diversi, a quello che possiamo considerare come l’ente primo; qualcuno, come Aristotele, ad esempio, alla stessa materia. Questa illimitatezza del tempo, da molte religioni è attribuito anche all’essenza degli esseri animati, principalmente agli esseri umani, non nel senso che non hanno un inizio, ma che qualche cosa (lo spirito, l’anima) sopravvivrà alla morte del corpo e andrà incontro al suo premio o al castigo, a seconda di come la persona si è comportata durante la sua vita terrena. Qualche religione, come quella indiana, pur nelle sue varie manifestazioni, concepisce il mondo nel suo insieme come un ente esistente dall’eterno e che continuerà ad esistere in eterno, con delle fasi epifaniche diverse, due principalmente, come in un infinito respiro cosmico, quella di massima concentrazione in cui tutto viene richiamato in un concentrato ritiro in sé di ogni cosa che da lui ha preso forma e vita, e in questo momento nulla può avere forma, dimensione ed esistenza autonoma, e quella di massima estensione, di esplosione del Sé, in cui l’universo si espande indefinitamente, dando luogo a tutte le forme e a tutti gli esseri che non sono sue creature, ma sue emanazioni, picchi esistenziali in qualche modo da lui derivati, dotati anche di coscienza nel caso dell’uomo. Questi stessi esseri sono sottoposti ad una continua trasformazione che presenta la sua massima manifestazione nel samsara (metempsicosi), attraverso cui l’atman (l’anima individuale), al termine di un’esperienza in un individuo, trasmigra in un altro essere cui finisce per dare vita, in una spirale di reincarnazioni che potenzialmente si estende all’infinito, a meno che, per meriti acquisiti nelle precedenti forme incarnate, non riesca a confluire nel brahman, l’anima universale in cui tutte le sue pene si placano e da cui è presa in un abbraccio divino senza fine.
Anche la poesia “L’Infinito” di Leopardi ha come contenuto questo concetto, declinato in più dimensioni:
L’Infinito

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Come la poesia “Il sogno” di lord Byron presenta una eccezionale visione di ciò che avviene nella mente umana in una particolare fase della sua attività, come la poesia “Itaca” di Kavafis è una parafrasi potente del viaggio della vita, così la poesia “L’Infinito” di Giacomo Leopardi è una straordinaria sintesi del pensiero occidentale su questo tema. Ma l’infinito di Leopardi non è un infinito bene individuato, è un infinito vagheggiato non reale, un infinito immaginifico, sognato, un infinito della mente e proprio per questo pieno di fascino
Moltissime opere della letteratura non esisterebbero se alla base non ci fosse il problema dell’infinito. Non ci sarebbe la Divina Commedia innanzitutto, la più importante opera della letteratura italiana, che sull’idea della vita eterna, naturalmente dopo la morte, ha il suo motivo di esistere, il suo fondamento. Non ci sarebbe la Bibbia (i Vangeli, quanto meno, che dall’inizio alla fine manifestano una continua tensione, un continuo richiamo alla vita eterna dopo la morte). Non ci sarebbe l’epos di Gilgamesh che si consola con il ricordo imperituro dei suoi atti eroici, dopo che la reale possibilità di una vita immortale se l’era conquistata andando a cogliere il fiore della giovinezza in un lago dell’oltretomba, ma che in modo fraudolento un immondo serpente gli aveva sottratto inabissandosi repentinamente tra le acque. Non ci sarebbe Leopardi che, nella contrapposizione tra l’illusione (e la delusione) del presente e la evocazione fantastica di una vita che non può presentare i limiti dell’attuale, fonda la sua poetica; d’altronde il personaggio del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia si rivolge alla luna come ad un essere immortale, una divinità senza tempo; e come sospeso in una dimensione atemporale, come abbiamo visto, è l’infinito evocato nell’omonima poesia. Non ci sarebbe il romanzo dei Promessi Sposi che dell’esistenza della Divina Provvidenza, che è oltre il nostro tempo limitato e che di lì guida secondo un suo piano preciso gli atti degli uomini, è tutto permeato e senza di essa non avrebbe senso. Non ci sarebbero le opere di molti autori, che sull’esistenza o sulla negazione, e più spesso sulla problematicità e sugli interrogativi che l’idea della vita ultraterrena pone, hanno intessuto le loro trame, o ne hanno fatto l’idea guida o una delle idee guida, da Pascal a Hugo, a Tolstoj, a Dostoievski, a Nietzsche, a Sartre, a Primo Levi, per non dire di alcuni.

Dice Tullio Regge, uno dei più rappresentativi fisici italiani:
“L’idea di infinito si affaccia nella storia dell’uomo nel momento stesso in cui egli comincia ad interrogarsi sul senso della propria presenza sulla terra e si pone le domande fondamentali che ci assillano oggi: l’inizio, il futuro, la fine, le dimensioni del tempo e dello spazio, le spiegazioni ultime. Da allora l’infinito non ha smesso di porre interrogativi, di stimolare riflessioni e ricerche, di generare paradossi e di alimentare polemiche in cui la violenza verbale è pari almeno alla posta in gioco”.
Idealmente il controcanto glielo fornisce Nietzsche (anche se la sua opera in termini temporali viene prima), con uno dei suoi celebri aforismi:
“Non andiamo forse errando in un nulla infinito?”, con ciò spostando l’argomento su un nulla che può essere illimitato (c’è solo e sempre il nulla), o, se vogliamo, pur nel paradosso, nell’infinitamente piccolo di Zenone, dove la freccia non potrà mai essere scoccata dall’arco, né potrà giungere al bersaglio perché nel dimezzamento concettuale continuo degli spazi da percorrere rimarrà sempre un residuo infinitesimale da percorrere; analogamente il piè veloce Achille non potrà mai raggiungere la pur lenta tartaruga).
* * *
L’uomo nasce dall’infinito e torna all’infinito

L’infinito, è per noi umani qualche cosa di irraggiungibile, una illusione, proprio come l’infinito che il Leopardi immagina oltre l’ermo colle e oltre la siepe del monte Tabor a Recanati, o una speranza: e come le illusioni del grande poeta esso si pone dinnanzi a noi, come immagine evocata, ma noi, poveri esseri chiusi nel finito, non possiamo che postularlo, poiché c’è sempre un colle a impedirci di contemplarlo.
D’altronde l’idea di infinito non si esaurisce nella dimensione temporale, ma si può esprimere anche nelle dimensioni spaziale, concettuale, matematica, ecc., essendo noi edotti anche dalla lezione einsteiniana dello stretto legame tra spazio e tempo, dove non può esistere l’uno senza l’altro, essendo questi due aspetti, due dimensioni appunto della realtà così come ci si presenta intimamente connessi.
“L’uomo nasce dall’infinito e torna all’infinito” si è sempre tradotto uno dei frammenti di Anassimandro, e così lo intesero tutti i critici che si occuparono dei suoi pochi e frammentari scritti rimastici di lui, intendendosi con ciò che l’infinito, per il filosofo della scuola ionica di Mileto, è all’origine di tutte le cose, è il principio, anche se in realtà un dotto e attento filologo moderno, Giovanni Semerano, autore di interessantissime ricerche sull’origine delle lingue europee, volendo andare a fondo del significato delle parole usate dagli antichi filosofi, trovò che non dal greco apeiros deriva quel sostantivo, ma da una radice mesopotamica che ha nel semitico apar, nell’accadico eperu e, più tardi, nell’ebraico aphar, il proprio corrispettivo, con il significato di polvere, fango, (d’altronde Senofane parla esplicitamente di terra genitrice come origine), riscontrando in ciò una evidente affinità tra la cultura greca e quanto in medioriente era comparso prima di essa; in una parola, la cultura greca non proveniva dal nulla. Ciò permetteva all’insigne filologo di chiudere il cerchio della ricerca sui primi filosofi, agli albori della comparsa del pensiero razionale intento a indagare l’universo da una posizione di mera speculazione filosofica, riguardo l’origine delle cose, il cui assunto, così come era stato tramandato dalla tradizione critica, gli sembrava alquanto lacunoso e confuso; Talete, infatti, aveva posto l’origine del tutto nell’acqua, nell’umido, Anassimandro, invece, secondo Semerano, nella polvere, Anassimene in ciò che vi può penetrare, il pneuma, l’aria, lo spirito. Acqua, terra, aria, in questo modo, formano le basi dell’universo e della vita, e in ciò si crea un salutare parallelismo con la tradizione biblica, secondo cui Dio creò l’uomo impastandolo con l’argilla (terra ed acqua) e, alitandovi sopra, gli conferì la vita, il che ci indurrebbe a ipotizzare delle radici comuni alle due culture, probabilmente in quella terra tra i due fiumi in cui la Bibbia colloca l’origine della stessa coscienza umana.
Come abbiamo visto, in molti filosofi, esplicitamente o implicitamente, è congenita l’idea di infinito. E’ presente nella concezione del mondo di Eraclito, nel fuoco eterno che lo anima e nelle

trasformazioni senza fine che lo percorrono; è presente nell’ente immoto e immutabile di Parmenide, come nella realtà fisica che ne deriva; è presente nel Nous, l’Intelletto di Anassagora, che d’altra parte sull’origine della realtà ebbe a dire: “Insieme erano tutte le cose, illimiti per quantità e per piccolezza, poiché anche il piccolo era illimite”; e ancora: “In effetti del piccolo non c’è un minimo” così come “del grande c’è sempre un più grande”, aprendo una finestra anche sull’infinitamente piccolo, come già aveva fatto intuire, pur nei paradossi, il sostenitore della posizione di Parmenide, Zenone di Elea; è presente nel substrato concettivo che sta alla base delle formulazione dell’idea di verità universale di Socrate; è presente nella concezione iperuranica di Platone, dove eterne e infinite sono le Idee; è presente nell’Ente primo di Aristotele, ed eterna è la materia, l’universo, ma non infinito perché l’infinito, prima di Plotino, ha i connotati dell’imperfetto, quindi, solo il finito può attingere alla perfezione, e l’universo può considerarsi perfetto soltanto se finito; al centro di esso vi è la terra; se fosse infinito con molti mondi simili alla terra, sarebbe privo di equilibrio; è presente nella speculazione di Epicuro, il quale così si esprime: “Ma anche i mondi sono infiniti, quali simili a questo nostro e quali dissimili. Gli atomi, infatti, infiniti come prima si è dimostrato, percorrono anche le più grandi lontananze; e quegli atomi che sono capaci di formare un mondo non si esauriscono nella formazione di uno solo né di un numero di mondi limitato… Così niente si oppone a che vi siano infiniti mondi”; è presente negli atomi di Democrito, che combinandosi e ricombinandosi, formano la realtà; è presente nell’Assoluto di Plotino; è presente nel Dio ebraico-cristiano degli estensori della Bibbia e dei filosofi e teologi che su quel filone religioso, filosofico, teologico si sono soffermati (un Dio espresso alla massima potenza, in tutti i suoi attributi e in tutte le sue manifestazioni: l’Assoluto, l’Essere Supremo, l’Onnipotente, l’Onnisciente, il Sommo Amore: d’altronde, uno dei nomi con cui gli Ebrei chiamavano Jahvé, per sé impronunciabile, era Elohim (plurale di El, nome con cui i Semiti indicavano la divinità del cielo) non nel significato letterale di tutte le divinità, ma per esprimere che tutte le potenze del divino sono presenti in lui, tutta l’infinita divinità è nel suo essere, anche se qui l’Essere è concepito come puro spirito, assolutamente trascendente); è presente negli infiniti mondi di Giordano Bruno; è presente nel criticismo di Kant, il quale ebbe a distinguere il mondo dei fenomeni indagabile con la ragione dal trascendente non per negare quest’ultimo, ma per sottrarlo a speculazioni che non gli si addicono, poiché la mente umana non può essere dotata degli strumenti adeguati per farlo, e per collocarlo in una dimensione diversa, altra, soltanto intuibile dall’uomo: riguardo la creazione, inoltre, egli così ebbe ad esprimersi: “Ora sarebbe assurdo rappresentare la divinità che entra in azione con una parte infinitamente piccola della sua potenza e pensare alla sua infinita potenza – la fonte inesauribile di una vera immensità di nature e mondi – come inoperosa e bloccata per l’eternità in uno stato di inattività. Non è forse molto più ragionevole rappresentare il sistema della creazione come deve essere per dare testimonianza di quella potenza che non può essere misurata con nessun canone?… L’eternità non è sufficiente per abbracciare le manifestazioni dell’Essere Supremo, se non è combinata con l’infinità dello spazio”, con il che , da un lato pone in modo esplicito il problema del trascendente, dall’altro sembra esprimersi chiaramente anche sul problema dell’esistenza dell’infinito spaziale e temporale; è presente nell’immanentismo degli idealisti, come, a seguirne fino in fondo la logica, nel materialismo di Engels e Marx, diversamente non si spiegherebbe l’origine della materia.
L’infinito matematico

L’infinito matematico prende consistenza di realtà concettiva con Cantor, il quale per primo riesce a dimostrare la possibilità di creare un numero infinito di infiniti anche partendo dal finito; inoltre questi infiniti sono insuperabili, nel senso che non esiste un infinito più grande di tutti, che li possa comprendere tutti, anche se deve esistere una gerarchia ascendente, ma appunto, senza limiti verso l’infinito, infinita essa stessa. Se un infinito sopra gli infiniti è possibile, questo è un attributo di Dio, ma allora siamo fuori dagli infiniti matematici, ed anche da quelli presenti nell’universo fisico. Al riguardo egli così si esprime: “L’infinito attuale si presenta in tre contesti: primo, quando viene realizzato nella forma più completa in un essere ultraterreno pienamente indipendente, in Deo, nel qual caso lo chiamo infiniti assoluto, o semplicemente assoluto; secondo, quando si manifesta nel mondo contingente, creato; terzo, quando la mente lo afferra in substrato nella forme di una grandezza matematica, di un numero o di un tipo di ordine. Voglio distinguere nettamente tra l’assoluto e ciò che chiamo il trasfinito, cioè gli infiniti attuali degli ultimi due tipi, che sono chiaramente limitati, soggetti a ulteriore incremento, e quindi corredati con il finito”. Seguendo, pertanto, la sua impostazione, risulta impossibile, nel rincorrere gli infiniti attuali, giungere al vertice, al massimo degli infiniti, con un infinito che contenga tutti gli altri infiniti. Tralasciando gli approcci non certo scientifici degli antichi, altri prima di lui si erano cimentati con il problema degli infiniti, da Pascal a Galileo, tanto per citarne alcuni, per lo più negando anche concettivamente la possibilità stessa dell’esistenza degli infiniti.
L’infinito, postulato o negato, è presente in geometria; per la geometria euclidea, ad esempio, la definizione di linea si rifà al concetto di infinito, quando asserisce che è una linea che parte dall’infinito e va all’infinito, così come la retta, del resto, che però ha anche altre caratteristiche; così è per il piano nelle direzioni che lo interessano, mentre per semiretta, semipiano e angolo si ammette un inizio, ma nella direzione opposta si ritiene che si dirigano all’infinito.
L’infinito nella fisica
Nel campo della fisica, diverse e variegate sono le posizioni presenti tra gli scienziati, ma in definitiva esse si possono sintetizzare in tre o quattro. La prima postula un universo chiuso, finito che,

per un eccesso della forza gravitazionale dovuta ad una quantità di materia (visibile e non visibile, oscura) che supera la soglia critica in esso contenuta, non potrà che ricadere su se stesso, considerato che ora è in una fase di moto espansivo causato dall’esplosione iniziale, il cosiddetto Big Bang. E’ chiaro che, in questo caso non siamo di fronte ad un universo infinito, ma il discorso potrebbe riaprirsi se soltanto ci chiedessimo: che cosa c’era prima? Che cosa succederà poi? E’ un universo posto in essere una tantum o, una volta collassato per effetto del Big Crunch, si ripeterà in una nuova esplosione, e così all’infinito? Una seconda posizione prevede une universo aperto, in incessante espansione: è il Big Bang senza il Big Crunch, è un universo, cioè, che continuerà ad espandersi all’infinito. Una terza posizione prevede un universo per se stesso infinito, che esiste da sempre e continuerà ad esistere per sempre, occupando tutti gli infiniti spazi. C’è anche una quarta posizione (e forse altre ancora) che ipotizza il proliferare di molti universi, considerando la possibilità che il nostro non sia il solo universo, ma che ne esistano in numero illimitato: è il cosiddetto multiverso, dove i vari universi proliferano l’uno sull’altro, rimanendo però per lo più separati, o addirittura coesistono in realtà parallele che, pur intersecandosi, non interferiscono tra loro perché posti su dimensioni diverse, o gli elementi primi che li compongono (per intenderci, gli atomi) occupano spazi contigui ma diversi; anche qui, però, c’è da chiedersi se questi sono in numero finito o infinito e se occupano gli spazi infiniti. Nella concezione di un universo con più di quattro dimensioni, c’è chi può sostenere anche che esso possa essere illimitato ma non infinito, concetto non facile da comprendersi da noi uomini che nella realtà quotidiana abbiamo esperienza delle tre dimensioni spaziali, più quella temporale, se vogliamo, ma a cui certamente nell’esperienza pratica non riusciamo a dare la stessa valenza che attribuiamo alle altre, non riusciamo, cioè, a concepirla come strettamente connessa alle dimensioni volumetriche della materia; per farci un’idea un po’ più chiara, ma sempre comunque piuttosto vaga e in forma del tutto intuitiva, per arrivare quanto meno alla possibilità di accettare questa tesi, possiamo analogicamente ricorrere allo spazio a due dimensioni, alla superficie della sfera in particolare, che non è infinita ma non ha confini. Una particolare attenzione merita una singolarità che scaturisce dalla teoria della relatività di Einstein, la quale, sviluppata in forma di equazioni, ad un certo punto porta all’infinito, fisicamente inteso come infinita concentrazione di tempo e spazio, quella singolarità che volgarmente è espressa anche con il termine di buco nero; la stessa teoria del Big Bang, da questo punto di vista, ne rappresenta uno sviluppo cosmologico, in quanto una singolarità di questo tipo, di concezione cosmica, è postulata all’origine dell’universo. Sappiamo, tuttavia, come questa teoria, come del resto la possibile presenza di infiniti fisici nella realtà stessa dell’universo, sia ancora attraversata da forti dubbi, dibattuta e controversa e non tutti siano disposti ad accoglierne gli sviluppi fino alle estreme conseguenze; un tentativo di superamento è stato effettuato negli ultimi 25 – 30 anni con la teoria delle stringhe, alla cui formulazione matematica contribuì in modo non irrilevante il lavoro dell’italiano Gabriele Veneziano: per la verità Veneziano trovò che una formula di Eulero, la funzione beta, si adattava perfettamente ai dati noti sull’interazione forte e fu sviluppando tale potenzialità teorica che altri giunsero alla formulazione vera e propria di detta teoria.
L’infinito nell’arte
L’infinito io lo scorgo anche nell’arte (o nella musica: le note del compositore Debussy, ad esempio, espresse soprattutto al pianoforte sono come tocchi di luce che si potrebbero riprodurre all’infinito), a cominciare dal dipinto della Gioconda di Leonardo da Vinci, nello sguardo di Monna Lisa, in quegli occhi in cui sembra celarsi il mistero infinito, quel mistero che molti vi scorgono ma che con estrema difficoltà le parole riescono ad esplicitare perché si manifestano inadeguate. Certo, è un infinito ben diverso da quelli che abbiamo considerato finora e che si avvicina più all’infinito che Leopardi intravede oltre il Colle, un infinito, cioè che attiene più alla sfera dello spirito che alla dimensione della fisica, perché “ci sono più cose nel cuore dell’uomo che stelle nel firmamento del cielo”, come dice un noto adagio, nel quale, se noi volessimo interpretare quel firmamento come infinito, saremmo indotti a meditare quale profondo mistero possa nascondersi dentro ciascuno di noi.

Si può intuire l’infinito in certi paesaggi dell’arte, ad esempio in certi cieli infiniti del Bruegel il Vecchio, solcati dal volo solitario di qualche uccello, quasi a misurarne l’infinita estensione, o in certi cieli di Magritte che sembrano pezzi di infinito trasposti su tela (non esistono tele dalle dimensioni infinite!), dove il mistero è evocato anche da presenze del tutto inattese, come conformazioni nuvolose assolutamente incombenti o strutture globulari che sanno di alieno; si può intuire anche in certe atmosfere create ad effetto, come in certi paesaggi metafisici del Carrà, o ancor più del De Chirico, dove l’infinito mistero che pare trattenuto sembra poter erompere da un momento all’altro.
Si percepisce l’infinito negli arabeschi, soprattutto musivi, che decorano gli edifici della cultura islamica, le moschee innanzitutto, dove il segno si slancia in ghirigori, spirali, volute e arabeschi che si ripetono elegantemente all’infinito se non ci fosse il limite delle strutture architettoniche a fermarlo.
Si può evocare contemplando un delicato affresco di Chatal Huyuk, in Anatolia, di ben ottomila anni fa, dove è rappresentata la dea madre, la divinità femminile probabilmente all’origine del culto del divino, in sette ambientazioni diverse, che però potrebbero anche essere infinite se anche qui non ci fossero i limiti imposti dalla struttura architettonica a contenerle, come potenzialmente all’infinito tendono le decorazioni nella ripetitività modulare del disegno che non conosce limiti se non imposti dall’esterno; un modo di decorare, del resto, ripreso in seguito da alcuni tappeti provenienti da quella regione, come ad esempio i Kilim; inoltre la stessa idea della divinità rinvia al concetto di infinito.
Si può intravedere in certe architetture modulari i cui elementi costitutivi possono essere ripetuti all’infinito come nei giochi ad incastro dei bambini, come del resto nelle strutture di certi porticati formati da teorie indefinite di elementi che si ripetono come arcate, colonne, trabeazioni che pure, idealmente, tendono all’infinito, o per lo meno, potrebbero continuare indefinitamente,
Si può immaginare di fronte a certe opere scultoree, come in “Forme uniche della continuità nello spazio” del Boccioni dove le forme che subiscono le masse muscolari per effetto del movimento possono essere infinite.
Per concludere: il concetto di infinito pervade la mente umana come qualche cosa che forse la trascende ma che nello stesso tempo le è connaturato come intuito che non la abbandona, ed essa ne ricerca le tracce – o almeno gli indizi – in tutte le realtà in cui svolge la sua indagine perché dentro di sé avverte uno stimolo che la spinge sempre oltre, senza fine.
Federico Cabianca

