Martin Lutero ad Abano?

Abstract

Nel 1511, Martin Lutero avrebbe raggiunto il santuario di Monteortone, ai piedi dei Colli Euganei, per implorare dalla Vergine della Salute la guarigione da un dubbio e da un’angoscia che, già da allora, piagavano la sua anima. Leggenda o realtà?

Il viaggio a Roma

Martin Lutero

Una tradizione popolare – peraltro mai smentita –, vuole che il monaco Martin Lutero (1483-1586), all’inizio del 1511, si sia recato in visita a Monteortone e a San Daniele in Monte, località distanti circa tre chilometri da Abano Terme. A Monteortone, com’è noto, accanto al celebre Santuario della Beata Vergine della Salute, c’era un cenobio di frati agostiniani, fondato da fra Simone da Camerino (1404?-1478), famoso fautore della Pace di Lodi (9 aprile 1454), mentre sul Colle di S. Daniele sorgeva un importante complesso monastico dove i canonici regolari del S. Salvatore, anch’essi osservanti la regola di S. Agostino, vivevano in comunità. A tal proposito, ci chiediamo: “Ma la notizia sarà vera, o si tratta di una leggenda?”.

Anzitutto, diamo per certo che il giovane teologo, nel novembre 1510, si trovava a Roma insieme con un suo confratello, per recapitare a papa Giulio II – detto “il papa guerriero” a motivo delle numerose campagne militari intraprese durante il suo pontificato –, una lettera di protesta in merito ad una diatriba interna del proprio ordine religioso, che aveva sede ad Erfurt, in Germania.

In quell’occasione, e in veste di pellegrino, Lutero ne approfittò per visitare la Città Eterna, facendo il giro dei luoghi santi. Non ci risulta, comunque, che l’illustre monaco, in quelle uggiose giornate autunnali, stesse già maturando l’idea di riformare la Chiesa. Sappiamo solo che, quattro lustri più tardi, sfogherà la propria indignazione scrivendo d’aver riscontrato – mentre era in visita alle basiliche e alle catacombe dell’Urbe –, un atteggiamento troppo scanzonato e disinvolto del popolo romano sulla religione. Pare, insomma, che non fosse particolarmente edificato dai costumi della città.

La tappa a Padova

È assodato, invece, che egli, nel suo ritorno da Roma avvenuto l’anno successivo, ha fatto tappa a Padova, andando ad alloggiare, precisamente, in quel cenobio che, all’epoca, sorgeva accanto all’attuale basilica degli Eremitani e si chiamava “Monastero di S. Maria della Carità all’Arena”. Ciò è avvalorato da un’importante testimonianza dell’abate cistercense Matthäus Roth che, nel 1554, scrisse:

In monasterium Heremitarum cella est, in qua Martinus Luther conversatus est, quando Patavi studuit [!]. Ea in hodiernum usque diem vacua relinquitur et a nemine inhabitatur, propterea quod malignus spiritus eam inhabitare perhibetur.

(“Nel monastero degli eremitani c’è una cella nella quale soggiornò Martin Lutero quando studiò [!] a Padova. Ancora oggi è vuota e non è abitata da nessuno, tranne che si dice sia occupata da uno spirito maligno”).

Ovviamente, l’autore del testo prende un abbaglio, quando attribuisce a Lutero un periodo di sua frequenza allo Studio Patavino, perché sappiamo che la cella di cui fa menzione venne riservata al nostro personaggio per offrirgli una momentanea ospitalità, e non per motivi di studio. Un biografo tardivo, inoltre, narra che il suddetto teologo ebbe occasione, in quella particolare circostanza, di constatare la vita mondana di certe comunità monastiche, dove, tra l’altro, nei giorni di digiuno si mangiava ogni genere di carne: particolare che lo lasciò scandalizzato.

Comunque, la città del Santo fu una delle sue mete. Ma siamo a ribadire la nostra perplessità in merito al fatto se sia poi vero che, da Padova, abbia progettato di fare una capatina a Monteortone. In tal caso ci chiederemmo come, e perché, abbia maturato tale idea. Forse per portare il proprio saluto agli agostiniani di quella congregazione ritenuta speciale e privilegiata? o per sfogare le proprie ansie (era ossessionato dalla presenza del male rappresentato dal diavolo) davanti al quadretto della Beata Vergine della Salute?

Santuario di Monteortone, l’immagine della Madonna della salute

È plausibile, infatti, che gli eremitani abbiano cercato di stuzzicare la sua curiosità raccontandogli i fatti straordinari avvenuti in quel luogo 82 anni prima[1]. E non è da escludere che gli abbiano magnificato – magari calcando un po’ la mano – la notorietà e la fortuna di quel centro monastico, fondato da un confratello eminente, protagonista, tra l’altro, di un grande avvenimento storico (la “pace di Lodi”, appunto) e, per giunta, in odore di santità.

Purtroppo, nonostante le oculate e scrupolose indagini degli autori che ci hanno preceduto, non sono mai emerse le prove della sosta di Lutero a Monteortone e a San Daniele. È interessante, a tal proposito, ciò che scrive Francesco Aldo Barcaro nel suo saggio “Il Santuario e il complesso monastico di Monteortone” (Padova, 1986):

Eppure potrebbero esistere almeno due ipotesi da cui dedurre la sua presenza: il libro delle messe e quello degli ospiti. Il governo della Serenissima Repubblica aveva stabilito che tutti i celebranti apponessero la propria firma in un registro specifico, appunto quello delle messe. Ai monasteri era fatto, poi, obbligo di tenere un libro che registrasse tutti i monaci di passaggio e la durata della loro permanenza. Se si trovassero questi libri (ho cercato, ma senza frutto), si potrebbe avere la testimonianza concreta della presenza dell’illustre ospite tra noi.

In verità, anche oggi negli istituti religiosi, nei conventi e nelle parrocchie, vige l’usanza di tenere registri per questo scopo, ma crediamo che l’ipotesi di Barcaro resti una mera illusione, perché la comunità monastica degli eremitani di Padova, il cui antico edificio, peraltro, fu demolito e in parte trasformato in museo nei tempi moderni, e il convento agostiniano di Monteortone, attualmente gestito dai padri salesiani, vennero definitivamente soppressi nel 1806 per decreto napoleonico. Quanto ai canonici regolari del S. Salvatore, è risaputo che dovettero lasciare San Daniele nel 1771, allorché la loro imponente struttura fu acquistata dalla nobile famiglia Todeschini di Venezia. Perciò, dato che i registri di cui parla il nostro stimato storiografo andarono sicuramente dispersi, non sapremmo mai se Lutero vi abbia lasciato traccia.

[1] Nel maggio 1428, la Madonna apparve al soldato Pietro Falco in un boschetto, a ridosso del colle Ortone. Gli comunicò la fine della peste e la guarigione da vecchie ferite riportate in battaglia. Il veggente, così come gli era stato comandato, s’immerse nella fonte d’acqua termale, che scaturiva lì accanto, guarendo istantaneamente dai suoi mali; poi, nel fondo, trovò il quadretto con l’immagine della Vergine e lo fece appendere ai rami più alti di un frassino. Sul luogo, di lì a poco fu costruita la chiesa.

Enzo Ramazzina

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