Natura madre o matrigna

Abstract

 Il dilemma – tra leopardiano e amletico – risulta sempre più in auge in un mondo in cui fenomeni poco prevedibili e poco controllabili sono sempre più ricorrenti. Anche se quota parte della maggior ricorrenza è puramente fittizia, poiché associabile semplicemente alla maggior mediaticità della civiltà moderna.

Tre sono forse le immagini più rappresentative di quanto avvenuto nell’ Alto Bellunese lo scorso fine ottobre: intere piante divelte e scaraventate per aria dal vento come fossero fuscelli e rimaste qui e lì appese come palline di Natale; interi tratti di bosco piegati dalla furia degli elementi; laghi e torrenti totalmente intasati da tronchi.

 Il migliore dei mondi possibili

Leibniz

 Tre sono forse le immagini più rappresentative di quanto avvenuto nell’ Alto Bellunese lo scorso fine ottobre: intere piante divelte e scaraventate per aria dal vento come fossero fuscelli e rimaste qui e lì appese come palline di Natale; interi tratti di bosco piegati dalla furia degli elementi; laghi e torrenti totalmente intasati da tronchi.

Tutto ciò ci riporta a un dibattito vetusto: l’armonia o meno di quello che Leibniz considerava il migliore dei mondi possibili, fortemente contestata da chi come Voltaire – al ricordo del terremoto di Lisbona del 1755 – rispose nel sarcastico Candido, che registrava una ben più cruda realtà. Andando a tempi più recenti, citiamo lo tsunami del sud-est asiatico, il terremoto dell’Aquila, la centrale nucleare di Fukushyma, l’uragano Katrina negli Stati Uniti, quest’ultimo attestante poi come l’immaginazione e il linguaggio conferiscano tinta alle cose, inaugurando una serie di nomi dal sapore folkloristico e addomesticante come El Niño, Caronte, Nerone.

Andando, per converso, a qualcosa di geograficamente più vicino, citiamo la sparizione di paesi e frazioni come Marceana, Taulen e Sala nel 1700-1800 sulle pendici dell’Antelao, il crollo di bastioni  quali quelli di Marcora Cinque-Torri Cristallo, fino ai debris-flows che dai ghiaioni dei monti raggiungono i nostri torrenti, le nostre strade, le nostre case (Bigontina e Alverà, Punta Nera, Rusecco, Cancia, Peaio).

Un buon numero di popoli antichi avrebbe spiegato tutto ciò come la conseguenza di una qualche colpa che non di rado si tramanderebbe dai padri ai figli lungo più generazioni e che andrebbe espiata possibilmente tramite preghiere, offerte e, soprattutto, capri espiatori. Ma, ahinoi, le cose sono ovviamente e drammaticamente molto più complesse.

Miti, leggende e realtà

Tecnica e tecnologia, ancelle della scienza (o viceversa?) sembrano oggigiorno spesso onnipotenti e onnipresenti. Poi invece accadono catastrofi, cataclismi, disastri che ci riportano con i piedi per

Efesto incatena Prometeo (Dirck van Baburen, 1623)

terra e ci mostrano quanta verità ci sia ancora nel Prometeo incatenato di Eschilo, dove si asserisce che “la natura è di gran lunga più potente della téchne” e in Francesco Bacone, quando ammonisce che “alla natura si comanda solo ubbidendole”.

Nel contempo, come sentiamo il nostro corpo solo quando è malato, mentre siamo spensierati quando esso è in salute, così “sentiamo” il territorio tendenzialmente solo quando è falcidiato dalle disgrazie e risveglia in noi la categoria del tragico. O, comunque, quando siamo investiti nel “nostro”.

Tornando alle tre immagini iniziali: la prima è degna di una visione apocalittica da Armagheddon, per non dire quasi fantascientifica; la seconda assume persino connotati elegiaci, perché ci rammenta fragilità e caducità umane, che poeti e scrittori di tutti i tempi hanno cantato paragonandole a fiore reciso o dal capo reclinato e a foglia cadente; la terza  illustra una Vajont ecologica con cadaveri rimpiazzati da piante, una vera e propria ecatombe dal color rosso sanguigno non diverso da quello che impregnò il fiume Scamandro nei pressi di Troia quando Achille trucidò una messe di avversari.

D’altronde la storia, la leggenda e il mito alternano un susseguirsi di episodi simili: dal diluvio universale di Noè (di Deucalione per i Greci e di Gilgamesh per i Sumeri) alle sempre veterotestamentarie piaghe d’Egitto; dal terremoto con tsunami che contribuì alla decadenza della civiltà cretese, dalla distruzione della costa campana provocata dal Vesuvio ai più recenti maremoto di Messina e alluvione del ’66.

Guardando invece al futuro, siamo in attesa del cosiddetto Big One, che presumibilmente prima o poi devasterà la California, San Francisco e Los Angeles incluse, correlatamente ai movimenti della faglia di Sant’ Andrea. Viceversa, asteroidi in rotta di collisione con il nostro pianeta non ne sono stati avvistati!

Che si tratti di vendetta da parte di una Natura che noi stimiamo per lo più dormiente, di una qualche Nemesi? Il pensiero, l’analisi e la ricerca moderna sono ancora lungi dal quantificare il contributo antropico effettivo, che pure c’è e probabilmente tutt’altro che trascurabile.

Nel frattempo ci tocca constatare come purtroppo, persino in corrispondenza di calamità, sia sempre dietro l’angolo l’occasione di lucro: dalla speculazione edile per l’Aquila a quella energetica dopo Fukushyma; dagli spalatori di neve a prezzo maggiorato dopo la mega nevicata di qualche anno fa al viavai di gruppi elettrogeni sostitutivi; e via narrando fino al legname svenduto, alle varie forme di sciacallaggio, alla concorrenza turistica sleale e alle fake-news. Una volta di più la logica di mercato precede e sovverte l’etica.

Speranza e prospettive

E allora cosa ci rimane? La speranza, ultima dea, ma soprattutto la sollecitudine umana. Non a caso il cinico Machiavelli rilevava come la sorte/fortuna possa essere arginata dalla virtù umana, esibendo cioè l’uomo capacità quali quella che oggi viene definita “resilienza”, ovvero spirito di adattamento pro-attivo.

Bisogna però anche ammettere che dal male può talora sorgere il bene, come opportunità di comprensione, ripristino, ricostruzione, rinnovamento e, soprattutto, solidarietà. Anzi, andando oltre, persino certo ottimismo è spendibile: storia e la preistoria insegnano che i mammiferi, e di qui il genere umano. fiorirono solo perché un corpo celeste di proporzioni inaudite estinse i grandi sauri che si erano viceversa perfettamente acclimatati. Di più: la stessa vita sulla Terra si è resa possibile perché miriadi di asteroidi e meteoriti vi hanno depositato acqua e composti organici. Inferno e paradiso stanno cioè tra loro a un passo e sono sempre relativi.

Se poi restringiamo l’orizzonte a singoli settori, lungo i nostri fiumi è stata segnalata in questo periodo la presenza di reperti di epoca romana, emersi alla luce proprio “grazie” a quanto successo ad ottobre; così come le meraviglie di Pompei ed Ercolano le “dobbiamo” all’imperversare del Vesuvio duemila anni fa: quasi che l’etica, col passare del tempo e a distanza sufficiente, fosse barattabile con l’estetica. Eppure così gira il mondo.

E come un dilemma ha aperto queste righe, così un altro – implicito – lo chiude. Più di qualcuno di noi avrà infatti avvertito durante queste settimane la necessità di una rapida transizione – fin troppo rapida oseremmo ironicamente dire, seppur per altri aspetti lodevole – dalla fase del lamento (pienamente giustificato) alla fase del coraggio e dell’intraprendenza indispensabili per rimetterci subito in sesto. Miracoli di un Veneto che starebbe “in ginocchio solo per pregare” come (legittimamente) evidenziato da esponenti politici o anche di una stagione sciistica alle porte?

Citazioni

Anonimo: Quando cade un albero, tutti accorrfono prontamente per far legna.

Hoelderin: Lì dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva.

Saffo: come il vento che giù dalla montagna
             si frange sulle querce.

Stefano De Vido

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