Sommario
Abstract
Capita che artisti cosiddetti minori facciano la storia dell’arte in centri, appunto, minori, ma segnino con la loro arte il progresso di intere comunità. Si dovrebbe pensare, criticamente, non solo alle grandi capitali dell’arte e agli artisti maggiori, che lì riescono a esprimere interamente la loro creatività, anche per la presenza di mecenati con disponibilità economiche rilevanti, ma anche a quegli artisti che realizzano opere degne di essere considerate a distanza di molto tempo, perché rappresentano una cultura di uno specifico territorio e sono l’espressione di un sentire profondo e vero.
Niccolò da Cornedo
Niccolò da Cornedo è uno scultore minore del Quattrocento vicentino, ma le sue opere si ispirano alla pietà popolare. Pertanto numerosi sono stati i committenti e le sue opere sono presenti in diverse chiese della diocesi. Vive in un momento di esplosione del gotico a Vicenza. Si muove sotto l’influenza di maestri importanti come Niccolò e Antonino da Venezia.
Niccolò Garello di Cornedo, più semplicemente detto Niccolò da Cornedo, è senz’altro uno scultore minore nel panorama artistico vicentino del ‘400, ma l’humus da cui deriva e a cui attinge nei
suoi lavori è pregno di pietà popolare che lo porta a realizzare opere in tutto il territorio della provincia di grande impatto emotivo, ancora oggi molto venerate. Nato a Cornedo intorno al 1405 ancora giovane a Vicenza prese a frequentare la bottega del ben più noto e importante artista Niccolò da Venezia dove probabilmente apprese l’arte del lapicida che poi divenne la sua attività per tutta la vita. Attorno ai vent’anni si trasferisce nel capoluogo ed è in contatto con il figlio di Niccolò, Antonino da Venezia. Sempre a Vicenza entra in contatto con importanti personaggi e famiglie della città, da quella dei Trissino presso la cui abitazione lavora insieme ad altre maestranze, a quella dei Da Porto e altre ancora. La sua attività, come si diceva, si svolge in diversi paesi del Vicentino dove lascia numerose sculture oggetto di grande pietà popolare perché molto vicine al sentire religioso della gente. Dove si esibisce con più costanza e con maggiore maestria sono i cibori e i tabernacoli a forma di ciborio alcuni dei quali ancora oggi conservati, anche se non tutti in buone condizioni, nelle chiese di diverse parrocchie. Nella sua vita piuttosto breve (la moglie Giacoma a settembre del 1543 è detta vedova) Niccolò da Cornedo lascia diversi lavori, indice che la sua arte è ben conosciuta e apprezzata tanto da procurargli numerosi committenti. Niccolò da Cornedo opera alla presenza e sotto lo stimolo di scultori di pregio come Niccolò e Antonino da Venezia che si erano mossi, soprattutto il figlio, in tutta Italia venendo a contatto con i più importanti e rappresentativi artisti del momento, senza dire che l’influenza della Scuola Lombarda si era fatta sentire in tutta la valle padana portando anche in Veneto un modo di operare nuovo e molto vitale. In Veneto, soprattutto sulla terraferma e particolarmente a Vicenza così attardata nelle sue realizzazioni (è il periodo della erezione dei grandi palazzi per l’aristocrazia locale lungo il decumano massimo, poi corso Palladio) è ancora in piena fioritura il gotico che vorrebbe in qualche modo rifarsi al gotico fiorito veneziano ormai però in via di esaurimento. È in questo stile così pieno di accidenti che Niccolò si trova a suo agio esprimendosi forse con non grandissima qualità ma senz’altro in modo dignitoso in un linguaggio appreso con molta applicazione da personaggi di ben altro spessore, apertura mentale e capacità creativa perché dotati di un maggiore bagaglio culturale e afflato artistico.
Alcune opere
Seguo diligentemente i profili del critico d’arte Giuliano Menato stesi per il fascicolo “Niccolò da Cornedo” della biblioteca civica del comune in occasione della realizzazione di una mostra intitolata all’artista curata da Giobatta Meneguzzo, Angelo Urbani e Giuliano Zaupa.
La prima opera presentata è il tabernacolo della chiesa di sant’Andrea di Trissino ed è anche il primo lavoro documentato dello scultore. Si presenta molto rovinata, quasi illeggibile in certi particolari. Sotto un baldacchino molto elaborato ci sono le figure del Cristo e dei santi Maria Maddalena e Giovanni Evangelista. Sopra il baldacchino compaiono Dio Padre e, sotto forma di colomba, lo Spirito Santo. Coperti da baldacchini laterali più piccoli compaiono le figure della Madonna e di sant’Andrea con i volti molto rovinati. L’opera giovanile datata 1438 non è delle più riuscite per l’assenza di una armoniosità dell’insieme e il concentrarsi ti troppi elementi.
Il tabernacolo in origine pensato per la vecchia parrocchiale di Cornedo, ora posto con la stessa funzione dietro l’altare maggiore della nuova parrocchiale, è del 1440 come compare dalla scritta in alto: “1440 M. Nicholaus Da Cornedo”. Qui siamo di fronte ad un’opera di ben altra qualità rispetto alla precedente: infatti nell’insieme mostra maggiore unità ed equilibrio, dove anche i corpi delle figure dei santi sono ben modellati, i volti ben curati, quello del Cristo molto espressivo, mentre quelli delle figure laterali mostrano grande dignità. Pur perfettamente inserito nello stile gotico, il tutto è molto più curato e armonizzato.
Del tabernacolo del 1442 custodito nel museo di Vicenza c’è poco da dire perché il suo stato di conservazione è pessimo e per molti tratti illeggibile.
Sopra la porta d’entrata della sacrestia della parrocchiale di Cereda è appeso un ciborio da alcuni interpretato come un tabernacolo a cui è stata tolta la porticina per l’introduzione del Santissimo. E’ del 1446. Il Cristo sotto il baldacchino centrale piuttosto accentuato domina la scena mentre ai lati, sotto baldacchini molto più piccoli sono posti da una parte la Maddalena e dall’altra san Giovanni Evangelista che gli sorreggono le mani. Nell’insieme si rileva una certa armonia compositiva. Sia dal volto del Cristo che da quelle dei due santi laterali traspare una grande sofferenza esibita con grande dignità, pur scorgendovi, soprattutto nel volto dell’Evangelista, un riflesso della pietà popolare che tende ad esasperare i tratti derivanti da forti emozioni.
Un’opera di notevole livello è il ciborio del 1448 della parrocchiale di Carrè, comune di Thiene. Il tutto è armonicamente disposto con grande equilibrio compositivo. La struttura che contiene i personaggi, con al centro il Cristo passo, a destra la Vergine e a sinistra san Giovanni Evangelista è essenziale pur nella sua elaborazione impostata al gotico come era nel suo bagaglio culturale. Le figure inoltre sono ben delineate, i volti espressivi ma composti, il busto del Cristo scolpito con vigore, i ricchi drappeggi delle vesti dei santi sono morbidamente elaborati.
Del 1447 è senz’altro la migliore opera di Niccolò: la statua della Vergine attualmente nella ex chiesa parrocchiale di Priabona posta sul colle di San Vittore, comune di Monte di Malo. Lo studioso Franco Barbieri, solitamente piuttosto negativo nel giudicare i lavori di Niccolò da Cornedo, di fronte a questa scultura ritiene che sia stata realizzata in un momento di “particolare felicità creativa”. Non si può infatti rimanere indifferenti di fronte alla sensazione di grazia che deriva dalla vista della maternità della Madonna che sul braccio sinistro sorregge il figlioletto anch’egli molto aggraziato nella espressione del volto, con la mano destra alzata in segno di benedizione e con la sinistra reggente il globo, mentre la mano destra della madre gli tocca delicatamente i piedini. Alla base della scultura compare la scritta: M. Nicholaus fecit de 1447. In questo lavoro è indubbia l’influenza dei maestri veneziani che con le loro opere hanno lasciato tesori ancora ammirati nelle maggiori chiese di Vicenza e del Vicentino.
Federico Cabianca



