Sommario
Abstract
Una lapide collocata all’esterno della chiesa di Santa Croce a Padova ricorda una tragedia del 1906: lo schianto del giovane pilota Ernesto Rossi a bordo di una moto Peugeot 6 HP.

Padova, Chiesa di Santa Croce, interno
Ernesto Rossi

A balzare in sella a certi “mostri d’acciaio”, quelli di cui era capace l’industria meccanica di oltre un secolo fa, ci voleva del fegato.
Ad osservarle quest’oggi, con quelle ossature così scarne e primordiali, le moto da corsa di allora sembravano rappresentare il rischio allo stato puro. Non a caso il protagonista di questa vicenda sfortunata era uno sportivo di razza, e aveva pure un nome di battaglia, Tradimento, che era indizio di spirito inquieto e temerario.
Si chiamava Ernesto Rossi, Era un pilota padovano, aveva ventinove anni e abitava in una casa signorile al Bassanello. Nel pomeriggio del 5 novembre del 1906 stava testando una Peugeot 6 HP con la quale avrebbe dovuto gareggiare a Treviso alcuni giorni più tardi. Si trattava di un modello sperimentale, incredibilmente sprovvisto di freni e di un qualsivoglia sistema per regolare la velocità. Per arrestare il mezzo si doveva unicamente azionare una leva che serviva sia ad accendere che a spegnere il motore.
Ma a causa di un guasto al dispositivo, la Peugeot di Ernesto Rossi, proveniente da via Cavallotti, acquistò progressiva velocità fino a toccare i 70/80 all’ora in prossimità della barriera daziaria di piazzale Santa Croce. Fu visto il conducente attraversare d’un lampo la barriera sfiorando uno dei pilastri laterali. Consapevole di quanto stava per accadere, egli tentò disperatamente di rallentare strisciando i piedi per terra e urlando contemporaneamente ai passanti: «Ciapéme! Ciapéme!». Uno di essi cercò di afferrare il motociclista per la giacca, ma il bolide era talmente fuori controllo che proseguì la folle corsa fino a schiantarsi contro il muro laterale della chiesa di Santa Croce, giusto accanto al nuovo campanile (1905) della cui costruzione il giovane stesso era stato uno dei promotori.
Prontamente accorsero le guardie daziarie ma trovarono il Rossi moribondo, in un lago di sangue, con la testa orribilmente fracassata. Tra quanti assistettero alla disgrazia ci furono anche il professor Tullio Gnesotto, docente di fisica, che più tardi recò la notizia ai colleghi dell’Università riuniti quel giorno per l’inaugurazione dell’anno accademico, e il direttore del Museo civico Andrea Moschetti, che si fermò a controllare il cuore e il polso del povero pilota, constatandone purtroppo il decesso.
Ernesto Rossi, a Padova era conosciutissimo. Era socio della ditta Antoniazzi, che in via Roma aveva un negozio di velocipedi e di motociclette. Era pure segretario della sezione locale dell’Audax. In campo agonistico era passato dal ciclismo, che gli aveva fatto vincere diversi trofei, alle moto da corsa che erano diventate la sua nuova, pericolosa passione.
Il Rossi era notevolmente soddisfatto della sua Peugeot. Era entusiasta delle prestazioni del mezzo benché non ignorasse che, per le particolari caratteristiche, esso poteva riservargli anche spiacevoli sorprese. Iscrittosi alla gara di Treviso, pare che avesse così confidato ad un amico: “O questa macchina mi fa guadagnare il premio, o mi uccide”.
La Lapide

I suoi funerali furono celebrati in forma solenne, il 7 novembre, nella chiesa del Bassanello. All’esterno della chiesa di Santa Croce, nei giorni successivi, fu collocata una lapide con la seguente iscrizione:
Ernesto Rossi
benemerito di questa sacra torre
qui lanciato a violenta fine
per incidente motociclistico
nel pomeriggio del V-XI-MCMVI.
Il Comitato del campanile
i colleghi dell’Audax italiano Sezione di Padova
e congiunti Braghetta
nel trigesimo della morte
p.p.
BIBLIOGRAFIA
“Il Gazzettino”, novembre 1906
“La Libertà. Giornale della democrazia”, novembre 1906
“La Provincia di Padova”, novembre 1906
“Il Veneto. Corriere di Padova”, novembre 1906
Pier Giovanni Zanetti, Santa Croce e Bassanello. Cent’anni dopo l’apertura della barriera Vittorio Emanuele II, Battaglia Terme, Ed. La Galiverna – Este, Zielo, 1986.
Paolo Maggiolo

