L’Oratorio del Redentore a Padova

Premessa

Facciamo seguito a un precedente articolo del 2024 con ulteriori informazioni sull’Oratorio del Redentore partendo dalle Confraternite che a Padova hanno permesso la proliferazione di Oratori o Scolette come luoghi di culto e di incontro con la presenza dei migliori pittori del periodo quasi in gara per affrescare le pareti e dare lustro alle iniziative benefiche e assistenziali delle confraternite stesse.

L’Ospizio di Santa Croce

A Padova, esistevano, all’estremità dell’attuale Corso Vittorio Emanuele, laddove questo si allarga nel piazzale Santa Croce, un Ospizio di Santa Croce (preposto al ricovero gratuito dei pellegrini diretti a Roma) e un Lebbrosario per gli ammalati che, secondo le usanze dell’epoca, prendevano parte alle processioni, preceduti da un “compagno” che portava una Croce.

A ridosso dell’antica chiesa di Santa Croce fu costruito nel 1400 un edificio a pianta rettangolare, che sarà in seguito affrescato e avrà funzione di sede della Confraternita del Redentore che qui si stabilì “Adi 3 marzo 1494 fo principia”, come testimonia l’iscrizione in un lacerto di affresco ancora leggibile e come appare nello Statuto de La Confraternita del Corpo di Cristo di Santa. L’Oratorio, ovviamente, è di molto antecedente alla Chiesa barocca che oggi ammiriamo, mentre la chiesa più antica era dedicata alla “Invenzione della Santa Croce di Gerusalemme”.

L'Oratorio del Redentore

Le antiche Confraternite di Padova

Molte sono le confraternite nate a Padova dal 1300 in poi e, tra queste, vorrei ricordare: Santa Maria dei Colombini istituita nel 1298, Santa Lucia e SS. Rocco e Lucia (1324), Sant’Antonio, che esisteva già nel 1298 ma che si rinnovò nel 1334, Sant’Antonio da Vienna, San Giovanni evangelista della morte. Gli statuti, per queste e altre confraternite, riflettevano esperienze già fatte prima dell’istituzione delle stesse e quindi la nascita delle istituzioni vere e proprie è preceduta da un periodo di vita più informe e, in qualche modo,  più spontaneo.

Non si hanno grandi notizie della Confraternita del Corpo di Cristo, ma la Visite Pastorali del XVI secolo definiscono il Capitolo “pulcherrimum”. La nascita di questa confraternita è certo frutto dell’iniziativa dei futuri soci ma anche dell’impulso del Vescovo della Diocesi di Padova, Pietro Barozzi (Venezia, 1441 – Padova, 10 gennaio 1507), che si definisce infatti “auctor” di questa associazione.

Lo statuto della Confraternita del Corpo di Cristo di Santa Croce è in lingua “volgare”, infatti, al finire del 1300 si passerà, nella stesura degli statuti, da un bilinguismo ancora molto soggiogato alla lingua latina a una scelta del “volgare”. Tutti gli statuti quattrocenteschi per le confraternite padovane sono scritti in lingua “volgare” con l’obbligo tassativo di leggere il testo statutario nelle adunanze mensili.

I pittori attivi nell’Oratorio

Ora, in sintonia col culto del Redentore gli affreschi che troviamo all’interno della Scuola-Oratorio ci parlano con grande fervore religioso della Passione di Cristo.

La confraternita era assai fiorente nei primi decenni del ‘500 e l’Oratorio era tenuto in grande considerazione, come pure il giardino prospiciente, adibito a cimitero col nome di “Paradiso”. Il sentimento religioso che l’Oratorio ancora ci dona affonda le sue radici nella pietà popolare per la Croce e l’Eucarestia e sarà questo sentimento a indicare “la via” ai tre pittori chiamati ad abbellire la “Casa” della stessa Confraternita.

Cristo porta la Croce

Girolamo Tessari, noto piuttosto come Del Santo (Padova, 1480- 1561), Domenico Campagnola (Venezia, 1500 circa – Padova, 1564), Stefano dall'Arzere (talvolta anche noto come dell'Arzare o dell'Arzere; Merlara 1515 circa – Padova, dopo il 1575) sono i principali “dipintori” della storia che si dipana lungo le quattro pareti dell’Oratorio: una cronaca da consegnare ai grandi del tempo, istruiti, così come ai poveri analfabeti in una sequenza d’immagini simile ad un album fotografico: un meta-linguaggio pittorico, se vogliamo, a sei mani.

Il 3 agosto 1511 fu commessa al Tessari una prima opera nella Scuola del Santo, dove Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore 1488/90 – Venezia 1576) era da poco all’opera e questo “operare” o lavorare assieme deve essere stato estremamente interessante e importante per il padovano. Tiziano, che aveva assimilato la pittura tonale del Giorgione (Castelfranco Veneto, 1478 circa – Venezia, 17 settembre 1510), cerca di sbrigliare il suo genio dalla forte influenza Giorgionesca incamerando però a pieno le tecniche apprese, mentre Gerolamo Del Santo probabilmente guarda al Tiziano come al “Maestro” cinquecentesco da seguire, cosciente del cambiamento epocale del nuovo secolo, ma incapace di svincolarsi completamente dal manierismo del secolo precedente e dalla influenza del Romanino.

Lavorerà, Girolamo, oltre che alla Scuola del Santo, anche nel complesso della Basilica abbaziale di Santa Giustina, nella chiesa di Santa Maria in Vanzo del Seminario, nella Scuola del Carmine, nel convento di Praglia e, prima di assumere l’ incarico per l’Oratorio del Redentore, affrescherà la Cappella di Santa Maria nella chiesa di San Francesco (commissionata dalla Scuola della Carità) tra gli anni 1523-1526.

A Girolamo Dal Santo vanno attribuite la maggior parte delle scene sulla Passione di Cristo. La lettura dei riquadri va fatta partendo dalla parete orientale con la “Preghiera nell’Orto”, il “Bacio di Giuda” (parzialmente rovinato da una finestra che dà sul Corso Vittorio Emanuele), “Cristo davanti a Caifa”, “Inchiodatura”, “Crocifissione”, “Gesù tolto dalla croce”, “Deposizione in sepolcro” e infine il “Sacrificio di Isacco”.

San Prosdocimo e Santa Giustina

               Sant'Antonio e San Daniele

Caratteristiche e attribuzione degli affreschi

In questi affreschi, nell’Oratorio del Redentore, troviamo un’accentuazione della cromia rispetto alle sue opere precedenti. Qui la mano è meno lieve di quella che si percepisce nella Cappella di Santa Maria della Carità in Chiesa San Francesco e ciò è probabilmente dovuto alle tematiche affrontate in questo lavoro. Anche lo spazio, nel quale sono disposte le figure, non è dosato su una razionale disposizione dei piani ma, piuttosto, su un “lavoro” di colori, emozioni e schiettezza di sentimenti.

Nel riquadro della “inchiodatura” alla Croce di Gesù ci si può veramente soffermare e sentire la sofferenza solitaria del Cristo, circondato, oltre che dalle Marie, dai vari personaggi che svolgono il loro triste lavoro con ghigni e fattezze grossolane (per certo di maniera Romaninesca) e che, in questo triste e tristo modo, esaltano l’espressione del Redentore, remissiva e dolente allo stesso tempo.

Altro pittore dell’Oratorio è Stefano dall’Arzere la cui attività si sviluppa quasi esclusivamente nel Padovano lasciandoci meravigliosi affreschi nell’Oratorio di San Rocco, nella Scoletta del Carmine, nella poco conosciuta Cappella di San Tommaso (inglobata nell’attuale Chiesa Parrocchiale di San Tommaso ad Albignasego) e nell’Oratorio di San Bovo, mentre una delle sue prime attività è la collaborazione al ciclo di affreschi dell’Oratorio di cui stiamo parlando.

Gli affreschi a lui attribuiti sono: “Noli me tangere”, “Ultima cena” “Cristo dinanzi a Pilato”, “Gesù incoronato di spine”, “Cristo che cade sotto la Croce”.

Nel “Cristo dinanzi a Pilato”, arrivato a noi molto rovinato anche dopo il sapiente restauro iniziato nel 1993, troviamo un personaggio estraneo alla scena che, con tutta probabilità, è il guardiano della fraglia.

Nel “Gesù che cade sotto la Croce”, in condizioni molto migliori degli altri affreschi di Stefano, riscontriamo lo spirito e la maniera grandiosa del pittore, l’influenza del Romanino e della scuola emiliana. Il particolare più bello, però, è il volto di Cristo sotto il peso della croce, che con la sua bellezza/tristezza racchiude nel cenno del suo sorriso il messaggio di redenzione, che è poi proprio ciò che la Confraternita voleva per la sua “casa”.

Come scriveva Mons. Bellinati in occasione delle celebrazioni per il finito lavoro di restauro il 30 novembre 1995: “Questa sala sa davvero trasferire a noi il pathos dell’episodio evangelico”. E il volto del Cristo di Stefano Dall’Argine ne è appunto la massima espressione.

Cristo davanti a Pilato

Il bacio di Giuda

Infine Domenico Campagnola, che nasce nel 1500 e muore nel 1564. Di lui sappiamo che era figlio di un artigiano tedesco e adottato in giovane età da Iulio Campagnola, che gli assegnerà il nome di Domenico. A questo pittore spettò il compito di affrescare la parete meridionale, a destra e a sinistra della porta d’ingresso. Questi affreschi sono in buono stato e ci parlano di un Domenico dal tocco “limpido”, attento a certi dettagli, quali le maniche damascate della Vergine Giustina o i broccati di San Prosdocimo e San Daniele, accortezze queste certamente in omaggio al più anziano maestro Girolamo Dal Santo. Questi aveva senza dubbio ricevuto l’incarico di dirigere i lavori e pertanto Domenico Campagnola e Stefano dall’Arzere hanno certo operato sotto di lui.

Situazione attuale

L’Oratorio del Redentore (come la Scuola della Carità, l’Oratorio di San Bovo e anche l’Oratorio di San Michele Arcangelo in Via Tiso da Camposampiero) è stato usato via via come ripostiglio, sala cinematografica e laboratorio di falegnameria per cui, come già detto, vari affreschi ci sono pervenuti in cattive condizioni ma, nonostante tutto ciò, il messaggio che la confraternita ha voluto “scrivere” negli antichi muri della sua “casa” è ben definito dal “Sacrificio di Isacco” di Girolamo quale simbolica allusione al sacrificio del Redentore.

Anna Maria Rizzato

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