Andrea di Pietro della Gondola, il Palladio (Padova, 1508 – Maser, 1580)

Abstract

Andrea di Pietro della Gondola, il Palladio (Foto 01), il più grande architetto veneto, nacque a Padova nel 1508. Figlio di Pietro della Gondola, mugnaio, e di Marta detta “zota”, il giovane Andrea fu avviato ai lavori di scalpellino nella bottega padovana di Bartolomeo Cavazza da Sossano (nei pressi di Ponte Tadi), con un impegno di apprendistato di 6 anni a partire dal 1521. I suoi inizi furono quindi travagliati a causa del suo umile lavoro di ragazzo ‘a bottega’ cui il ‘padrone’ non voleva rinunciare.

Andrea, modesto “tajapiera”

Nel 1523 fuggiva a Vicenza col padre, sottraendosi all’impegno col Cavazza. Scoperto, fu perseguitato per inadempienza e costretto a rientrare. Già l’anno successivo tornava a Vicenza, dove si iscriveva alla locale faglia dei muratori e lapicidi, con le garanzie offertegli da Giovanni di Giacomo da Porlezza, la cui bottega di Contrà Pedemuro doveva averlo evidentemente assunto. Lavorò quindi per ben 14 anni come modesto “tajapiera” in un laboratorio da dove usciva la maggior parte dei monumenti sepolcrali, degli altari, dei portali e delle altre decorazioni scultoree nel nuovo stile sanmicheliano che si diffondeva lentamente nella città dei Berici.

L’incontro con Giangiorgio Trissino

Nel 1534 sposò Allegradonna, da cui ebbe 5 figli: Leonida, Marcantonio, Orazio, Silla e Zenobia.

Agli anni 1537-38 risaliva l’incontro con l’umanista e letterato Giangiorgio Trissino, che stava costruendo per la sua tenuta di Cricoli (Vicenza) una nuova Villa, memore, nella presenza delle torri angolari, della tradizionale villa veneta quattrocentesca, ma attento anche, nell’inserto centrale del prospetto, alle lezioni romane e contemporanee di Bramante e Raffaello.

Nel cantiere edile dove Andrea lavorava, il Trissino ebbe modo di scoprire il talento del giovane “tajapiera” e, prendendolo sotto la sua protezione per istruirlo e valorizzarlo, compì il prodigio di scoprire un architetto, nel quale sarebbero sempre coesistiti l’intelligenza pratica faticosamente accumulata nell’apprendistato giovanile, la scrupolosità e la coscienza dell’uomo, l’inesauribile poesia dell’artista, che in egual misura possedeva il senso profondo della concretezza e la capacità di esprimere le proprie intuizioni creative.

Il Palladio

Ribattezzando lo scalpellino con lo pseudonimo classico di Palladio – l’angelo messaggero del poema L’Italia liberata dai Goti che l’umanista andava componendo – il Trissino intravvide la possibilità di farne il promotore di quel classicismo cui la società vicentina del tempo desiderava adeguarsi per affidargli il messaggio storico di un rinnovato prestigio economico e civile.

Nei tre anni seguenti Andrea di Pietro (il Palladio) e il Trissino viaggiarono per il Veneto, fermandosi a Padova, dove entrarono in contatto con i circoli umanistici locali, venendo a conoscenza delle teorie di ritorno alla natura, promosse da Alvise Cornaro.

Nella natia Padova Andrea “architetto” poté apprezzare le opere scultoree di Jacopo Sansovino, uno dei massimi artisti giunti nel Veneto dopo la diaspora seguita al sacco di Roma, compiuto dalle truppe imperiali di Carlo V nel 1527 (Foto 02).

Sempre a Padova poteva sentire parlare del bergamasco Andrea Moroni, invitato prima (1532) nella ricostruzione della basilica di Santa Giustina e poi (1539) nella progettazione del Palazzo del Podestà (Attuale Palazzo Moroni, Foto 05).

A Verona Palladio ebbe modo di studiare l’opera di un grande architetto Veneto, Michele Sanmicheli che nella città dell’Adige costruì Porta Nuova (1533), Palazzo Pompei (1533), i Palazzi Canossa e Bevilacqua (1539) e più tardi Porta Palio (1548 circa). Operoso anche a Padova e a Venezia, Sanmicheli ebbe un’influenza determinante su Palladio.

A Roma, Palladio andò con il Trissino nell’estate del 1541 alla ricerca di un ideale morale prima che estetico. Qui conobbe non solo i monumenti antichi, ma anche le architetture classiche “moderne” di Bramante, di Raffaello e del Peruzzi.

Nel 1542 fu a Mantova dove Palladio si accostò al manierismo del più dotato degli allievi di Raffaello, Giulio Romano, altro importante artista nella formazione di Palladio.

Anni 1542-46. Fu di questi anni Villa Pisani a Bagnolo, Vi (Foto 06).

L’eredità architettonica della Roma antica

Dopo il viaggio a Roma del 1554, incontro determinante fu per Palladio l’architettura di Michelangelo che impresse, anche se indirettamente, una svolta nella sua ultima attività.

Ormai il classicismo di Palladio che voleva far rivivere la eredità architettonica della Roma antica, in un mondo ansioso di recuperare anche sul piano formale i traguardi di civiltà da essa raggiunti, stava per divenire una realtà nel cuore stesso della sua città d’adozione.

Sono degli anni ’50 alcune delle più importanti affermazioni dell’arte palladiana a Vicenza: i palazzi cittadini per Iseppo da Porto e per Girolamo Chiericati.

Tra il 1552 e 1553 Palladio ricevette le commissioni per due residenze extraurbane nel Padovano, a Montagnana e a Piombino Dese (Foto 19). Furono praticamente le uniche nel territorio della sua città natale, nella quale egli non operò mai; vi dominava il Moroni (il Cortile dell’Università, 1552, oltre alle opere citate) cui si alternava, Andrea da Valle di Capodistria (Coro del Duomo, 1547) mentre giungeva a Padova anche il fiorentino Bartolomeo Ammannati.

Nel ventennio 1560-80, gli si dischiuse Venezia anche se l’accesso alla Serenissima si presentò difficile. Una preesistente diffidenza e l’incombente presenza di Sansovino, “l’architetto di Stato” , relegarono Palladio a incarichi marginali. Solo la morte (1570) poté oscurare la fama del grande Sansovino e Palladio poté sbarcare alla Giudecca, edificò il Redentore, bianco Pantheon cristiano, San Giorgio Maggiore, le Zitelle, e la facciata di San Francesco della Vigna.

Nel frattempo, presero forma edifici memorabili. La Rotonda (Foto 07), i Palazzi Barbarano e Valmarana, Palazzo Thiene, Vila Pisani, Villa Emo, il Teatro Olimpico (Foto 10). Ma mentre ancora le fondamenta del Teatro Olimpico erano appena gettate e si cominciava la costruzione del proscenio, Andrea Palladio moriva, nel 1580, e fu lo Scamozzi, altro architetto geniale, a completare l’opera.

Marta Celio

Bibliografia

Andrea Palladio, I Quattro libri dell’architettura (Studio Tesi edizioni, Roma 1992).
Fernando Rigon , Palladio, (Capitol, Bologna 1980).
Manfred Wundram, Thomas Pape, Paolo Marton, Andrea Palladio, un architetto tra Rinascimento e Barocco, (Benedicht Taschen Germania 1990).

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