L’Abbazia di Carceri e il Monastero di San Salvaro

Abstract

L’Abbazia di Santa Maria delle Carceri fu fondata nel XII sec. come ospizio per i pellegrini, fu ampliata nel XV sec. dai monaci camaldolesi, fu venduta nel 1690 per finanziare la guerra della Serenissima contro gli ottomani e, trasformata in villa, è stata quindi abbandonata. Il recupero è piuttosto recente e, diventata Museo della civiltà contadina, sta ritrovando una nuova funzione sociale.

Notizie storiche relative all’antico corso dell’Adige

Gli storici scrivono che dal VI secolo d. C. vi fu un significativo peggioramento delle condizioni climatiche globali con aumento delle piogge e l’esondazione di numerosi corsi d’acqua; pare che tutta l’idrografia della zone del Veneto abbia subito radicali cambiamenti. L’evento più significativo fissato nelle cronache è la rotta della Cucca del 17 ottobre 589, nella zona della attuale Veronella, che modificò il percorso dell’Adige. Di certo con la caduta dell’Impero Romano, che molte zone aveva reso produttive attraverso le centuriazioni, con il conseguente impoverimento della popolazione, con le invasioni barbariche e l’abbandono delle terre, era venuta meno la manutenzione dei corsi d’acqua e aveva portato con sé la fragilità degli argini; a questo si è aggiunta una fase di particolare piovosità e le conseguenze furono disastrose con l’impaludamento di interi territori. L’Adige oggi bagna Legnaro e Rovigo mentre l’antico corso (Foto 01), praticamente estinto, passava per Este e Montagnana (1).

“L’Adige… mal contenuto da argini da secoli lasciati nell’incuria, nel 589 improvvisamente, in località “La Cucca” di Pressana (Verona), straripava, dilagando con le sue acque cariche di melma e di sabbia per le valli veronesi e per l’Agro Atestino… il fiume, disalveato, vagando per tre secoli nella pianura, la sommerse con fango e con sabbia, mentre folte e intricate boscaglie l’andavano coprendo e ne cambiavano completamente il primitivo aspetto”. (2)

Ma non fu l’unico fiume che, lasciato nell’incuria, non resse le piene di quel periodo piovosissimo; oggi gli studiosi sottolineano che anche il Piave, il Sile, il Brenta, il Bacchiglione e altri corsi d’acqua minori modificarono il loro corso con conseguenze durature sui territori interessati. Un’altra disastrosa alluvione colpì il territorio più a sud, modificando ulteriormente il corso dell’Adige: fu la rotta del Pinzone, nella zona della attuale Badia Polesine, pochi anni prima del 950.
Il territorio di Carceri, poco a sud di Este, da cui passava il tronco dell’Adige che esondò, si trovò nel pieno dello sconvolgimento e fu qui che divenne fondamentale il lavoro dei monaci che nei secoli successivi bonificarono, dissodarono, resero produttive zone divenute malsane o inabitabili.

Il monastero agostiniano

La più antica chiesa di cui si hanno notizie, una ‘pieve campestre’, risale a prima del 1000 e fu presa in custodia dai canonici di Este; ne rimane solamente il battistero. Una data di riferimento è in un documento di Enrico III Duca di Sassonia, figlio di Guelfo IV, che se ne dichiara protettore ed è il 1107 (o 1117 per altri storici): una di queste due date segna l’inizio di una lunga serie di donazioni successive fatte dai duchi di Este e anche dai vescovi di Padova e Verona, che arricchirono la piccola chiesa fino al punto di doverla ingrandire per le aumentate necessità sia religiose che secolari, come l’ospizio. Fu quindi sostituita da una nuova chiesa a tre navate in stile romanico consacrata nel 1189. Fu retta per alcuni secoli da monaci agostiniani detti anche canonici Portuensi perché la loro origine era legata al porto di Ravenna dove si erano costituiti in congregazione intorno a una chiesa costruita nel 1103 in onore di Maria per venerarne una immagine sacra (detta Madonna greca) lì ritrovata.

Le attività

Oltre agli aspetti religiosi, questa comunità, come le molte comunità di monaci, si dedicò al dissodamento delle terre, alle bonifiche delle zone acquitrinose e piuttosto insalubri con canalizzazioni, costruzioni di argini per evitare le frequenti esondazioni dell’Adige che attraversava quelle terre e rendeva inutilizzabili per mesi e a volte per anni ampie zone del territorio. I monaci costruirono fattorie, mulini, ponti e strade e di conseguenza migliorarono significativamente l’alimentazione e quindi le condizioni di vita della popolazione con positivi effetti anche sul ripopolamento. Nel periodo di massima attività l’Abbazia gestiva 3600 campi padovani e una stalla con centinaia di animali. Inoltre c’era una farmacia legata alla conoscenza dei monaci di botanica e delle erbe officinali e ancora oggi c’è un brolo interno alla abbazia detto: Giardino dei profumi, dove si coltivano numerose piante officinali. Stando alle stime, per quanto imprecise, l’Abbazia con il Monastero di San Salvaro nel periodo di massima espansione potrebbe aver operato su un’estensione di circa 15.000 campi. Numerosi monasteri erano collegati o soggetti a questa Abbazia, come anche Curtarolo, benché lontano geograficamente, almeno fino al 1670.
Un’invasione di cavallette nel 1340 distrusse parte dei raccolti riducendo alla fame la popolazione, a questo si aggiunse pochi anni dopo una pestilenza che colpì anche i monaci; non fossero bastate queste calamità, a completare l’opera di distruzione ci pensarono gli eserciti dei Carraresi e degli Scaligeri, in guerra continua e feroce fra loro, che spopolò il territorio (Foto 02).

L’Abbazia camaldolese

Alla comunità di monaci agostiniani non più in grado di gestire il territorio si sostituirono nel 1407, su decisione di Papa Gregorio XII; i camaldolesi giunsero numerosi dalla Chiesa di San Michele di Murano e ne furono custodi fino al XVII secolo e il monastero fu elevato alla dignità di Abbazia (1427). Questo fu il periodo d’oro dell’intero complesso abbaziale (Foto 03).
I monaci diedero nuovo impulso alle attività perché, oltre a proseguire le opere di bonifica già inizate in precedenza, ampliarono l’Abbazia, dotandola di ben quattro chiostri, di una foresteria per accogliere i pellegrini che lungo la via Annia si dirigevano a Roma, continuando l’opera di accoglienza, anche dei poveri, che aveva caratterizzato il primo periodo della chiesa, costruirono una Biblioteca e una Accademia per la conservazione di documenti e codici antichi e una scuola di formazione dei monaci e l’Abbazia divenne Centro di studi e acquisì prestigio, potere anche temporale e ricchezze e si dotò anche di un forno per lavorare la ceramica.

La chiesa e i chiostri

Di questo periodo si sono conservati il Chiostro rinascimentale detto Chiostro grande (sec.XVI), di cui una parte di uno dei lati crollato per l’eccessivo peso del grano ivi stipato, e alcune strutture della chiesa, come il coro e la Biblioteca, che oggi ha perso questa funzione essendo priva dei libri e dei manoscritti. L’antica chiesa a tre navate nel 1643 fu distrutta da un incendio e fu ricostruita ad un’unica navata (in stile barocco), l’attuale, consacrata da San Gregorio Barbarigo nel 1686 (Foto 04).
Il chiostro più antico è composto da 24 colonnine elegantissime in marmo rosso di Verona che sostengono capitelli e archi e, a dispetto della loro apparente leggerezza, sostengono una parete in muratura alta e piuttosto pesante (Foto 06).
Papa Alessandro VIII ebbe la “brillante idea” di alienarla, come fece per altri beni ecclesiastici del territorio, per finanziare la guerra di Venezia contro gli Ottomani e forse anche per finanziare la costruzione del seminario di Padova; ad acquistarla nel 1690 fu la famiglia dei Conti Carminati, che la trasformò in una grande fattoria agricola facendole perdere la funzione principale di tipo religioso poiché fu data in locazione e fu spogliata della maggior parte dei beni. Duecentocinquant’anni dopo, nel 1951, i Carminati donarono l’Abbazia, o quel che ne rimaneva, alla parrocchia di Carceri; di questo periodo rimane la villa dei Carminati trasformata in casa canonica.

La Biblioteca affrescata, XIII secolo

La biblioteca era ricca di volumi e di codici che in parte furono spostati nei monasteri di San Michele e di San mattia a Murano, di San Giovanni della Zuecca e nella Chiesa di Santa Lucia di Vicenza, in parte finiti alla Marciana di Venezia, in parte dispersi dai monaci stessi nel periodo della soppressione come testimoniato da padre Gregorio, della congregazione di Carceri, che informa che, di 78 sacchi in cui erano stati riposti “libri Scritturali, Caustici, Juristi, Historici, Matematici” spesso magnificamente istoriati, ne risultavano dispersi ben 18 e i restanti finiti in un magazzino umido e malsano. (3) Posta al piano superiore, sopra la sala che fungeva da refettorio, per raggiungerla si percorre ancora oggi il loggiato.La sala ha un aspetto solenne per la presenza di affreschi su tutte le pareti, è ricca di affreschi, alcuni in buono stato di conservazione, che richiamano come impianto la Sala dei Giganti della Reggia dei Carraresi di Padova, per lungo tempo attribuiti alla scuola del Salviati e oggi, forse con maggiore probabilità, alla scuola dello Zelotti. Recenti ricerche ipotizzano la presenza a Carceri del pittore ’olandese Lambert Sustris per alcuni anni attivo a Padova, fino al 1548. Raffigurano episodi e personaggi dell’antico e del nuovo testamento; a dividere gli episodi l’uno dall’altro una finta architettura con colonne e capitelli che dà armonia all’insieme. Con la soppressione voluta da papa Alessandro VIII, per dare danari a Venezia in guerra con i turchi, l’Abbazia fu posta in vendita e spogliata anche di molti quadri, di oggetti preziosi e di altri beni; i preziosi stalli finirono ad abbellire il duomo di Chioggia e alcuni armadi si trovano a Palazzo Ducale di Venezia. Con la soppressione poi del monastero di San Michele di Murano ad opera di Napoleone, alcuni libri pregiati presero la strada di Parigi, ultima predazione.

Il battistero

Battistero, presbiterio e coro sono le uniche parti salvate dall’incendio della chiesa romanica del 1242. La sua funzione originaria era quella di torre d’angolo del Chiostro romanico, oggi unica rimasta. Alle quattro pareti affreschi di ottima fattura, tra cui questa belllissima Annunciazione (Foto 09) e, agli altri lati, una Crocefissione, una Pentecoste e una Resurrezione. Si notino sullo sfondo della Annunciazione le sagome dei Colli euganei. Tutto in questa Abbazia ci parla di Maria: vi si trovano ben quattro Annunciazioni, (4) oltre alle due statue della facciata sul tema, e forse se ne deve aggiungere una quinta, da poco riscoperta.
Alla scuola bolognese del Reni è attribuita una delle Annunciazioni presente in Abbazia oltre alla bella pala della Crocifissione dell’altare della chiesa.

La foresteria: struttura e funzione

La Regola di San Benedetto prescriveva tra le attività dei monaci la ospitalità di pellegrini e l’accoglienza dei poveri , a questo scopo, già dal 1200, era stata costruita l’ampia foresteria. I Camaldolesi poi la elevarono di un piano rendendo il complesso anche dal punto di vista architettonico armonico e imponente (Foto 11).

L’Abbazia oggi. Il Museo della civiltà contadina

Con il passaggio della proprietà alla parrocchia sono iniziati ingenti lavori di recupero e restauro con il consolidamento delle strutture murarie (portici, loggiati, chiostri), la sistemazione dei tetti dei vari edifici, il restauro della facciata della chiesa e la costituzione di un Museo della civiltà contadina. Ubicato al primo piano del Chiostro grande dell’Abbazia il Museo offre un percorso completo sulle attività rurali, semina, coltivazione e raccolta dei prodotti dei campi: frumento, grano, barbabietola, uva, e sui lavoratori del borgo rurale: tessitore o tessitrice, calzolaio, falegname, fabbro nonché sugli strumenti del lavoro dei contadini e delle massaie e di molti altri lavoratori attivi nel territorio. Inoltre sono visibili alcune carrozze, le macchine e gli attrezzi agricoli, le bardature dei cavalli, dal momento che il cavallo era uno degli strumenti principali sia di trasporto che di lavoro (Foto 12 e 13).

Dal 2014 l’Abbazia è anche sede della associazione “Centro di spiritualità Scout Carceri”.
Sono associate al CSSC: Agesci – Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani – Comitato regionale Veneto; Avsc – Associazione Veneta Scout Cattolici e Fse – Federazione Scout d’Europa.

Il Monastero di San Salvaro a Urbana

Castelli e chiese del circondario, dove l’Abbazia aveva acquistato o avuto in dono terre e masi, sempre più gravitarono nella sua orbita: Ponso, Vighizzolo, Gazzo, Villa Estense, Baone, Curtarolo mentre mostrarono grande generosità nei suoi confronti innanzitutto i Marchesi d’Este, poi vari vescovi: di Padova, di Vicenza, di Belluno e il patriarca di Aquileia. Nel 1181 il Monastero di San Salvaro, già attivo da più di un secolo sulla riva del fiume Fratta, fatto costruire dal vescovo di Padova, forse per impulso degli estensi, signori del territorio, ai confini tra le province di Padova e Verona, passa sotto la giurisdizione dell’Abbazia di Carceri e diventa un priorato, così aggiungendo ricchezza e potenza a quella Abbazia. Per molti versi la sua storia ricalca quella della Abbazia di Carceri, passando nello stesso periodo dagli agostiniani ai camaldolesi, sia nell’ospitalità di pellegrini sul percorso di Santiago di Compostela, sia nella cura del vasto territorio circostante (circa 3000 campi padovani), producendo anche vino, olio, miele e forse anche medicamenti; allo stesso modo fu venduto ai Conti Carminati e subì le sorti di quella famiglia, divenendo azienda agricola e poi fu lasciato nel degrado, fino all’acquisto nel 1995 da parte del comune di Urbana e della parrocchia che inziarono il recupero e oggi ospita il Museo delle antiche vie con documentazione cartografica del territorio, reperti della centuriazione romana, mappe, documenti, strumenti di trasporto come carri o barche, che transitavano sul vicino Fratta, oltre agli strumenti degli antichi mestieri e ad alcuni paramenti sacri. Fu schola sacerdotum in origine, fin dal 1099, e ora torna tra l’altro all’antica funzione di luogo di formazione dei futuri preti (Foto 14).

Alessandro Cabianca

Note

1) https://www.euganeamente.it/archeologia-del-paesaggio-antico-este-dintorni/
2) Giuseppe Zattin, Il monastero di Santa Maria delle Carceri, Padova, Tipografia Antoniana, 1973, p.15
3) ivi, p.139

Le Annunciazioni della Abbazia di Carceri

4.1) L’affresco della Annunciazione sulla parete del Battistero sopra riportato
4.2) Sopra la trabeazione del Coro è posto un quadro raffigurante l’Annunciazione, opera di notevole valore di Luca da Reggio, della scuola di Guido Reni, che molto dipinse a Padova (Foto 16).
4.3) Annunciazione in un “ex libris” (Foto 17) appartenuto all’Abbazia di Carceri (da Zattin fig.37)
4.4) Nella Biblioteca: Angelo nunziante (Foto 18) e Maria (Foto 19), fra le due figure, Isaia? con il rotolo della profezia. Affresco.
4.5) Statue sul frontone della chiesa raffiguranti l’Annunciazione
4.6) Una Annunciazione scoperta all’interno delle ante di un armadio, tra gli arredi dell’Abbazia finiti a Palazzo Ducale di Venezia, da parte dei volontari che da anni operano per la valorizzazione del complesso abbaziale è di prossima pubblicazione.

Altre voci bibliografiche:

Mauro Vigato, Il Monastero di S. Maria delle Carceri, i comuni di Gazzo e Vighizzolo, la comunità atestina, Comune di Carceri (Padova), 1997 (Questo volume presenta una vastissima documentazione bibliografica relativa all’Abbazia).

Ofelia Cestaro (a cura di), Un tesoro da salvare. L’Abbazia di Santa Maria delle Carceri, Este, Grafica Atestina, 2016 (Guida essenziale con suggestiva documentazione fotografica).

Si ringraziano Thomas Tosato, Rosetta Bertazzo, Stefano Muraro e don Riccardo Comarella per la collaborazione e per le foto.

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