Angelo Beolco, il Ruzante e il cardinale Marco Cornaro

Abstract

Tra le ricorrenze di quest’anno 2021 vi sono i cinquecento anni dal 15 agosto 1521 quando l’insediamento del Cardinale Marco Cornaro a Vescovo di Padova diede modo al Ruzante, allora notissimo teatrante, di dedicargli una Orazione, rimasta nella storia, in quel suo linguaggio rustico, pavano, che ancora oggi attori appassionatissimi, come Aristide Genovese, di Theama Teatro, tengono vivo riproponendolo attraverso gli scritti e le stupende commedie di questo grande personaggio che, proprio a causa del linguaggio arcaico, oggi ostico, sarebbe andato definitivamente dimenticato. Ce ne parla lo scrittore Enrico Grandesso.

L’orazione per la nomina del Cornaro a Vescovo di Padova

Tiziano Vecellio, Girolamo e il cardinale Marco Corner
(Wikipedia, pubblico dominio)

Non tutti i vescovi, festeggiando il loro insediamento in una nuova diocesi, hanno potuto vantare l’orazione di un grande scrittore. Fu così per il Cardinale Marco Cornaro, che nel 1517 era stato nominato Vescovo di Padova – anche se in quattro anni, non ci aveva mai messo piede. E allora Angelo Beolco detto il Ruzante (Pernumia, forse 1496 – Padova, 1542) pensò bene di scrivere qualcosa per l’occasione, dedicandogli la sua Prima Orazione, da lui recitata per la prima volta cinquecento anni fa, al Barco di Altivole. il 15 agosto 1521. 
Questa pièce è stata rappresentata nel luglio scorso all’Odeo Cornaro da Aristide Genovese (che vediamo nelle due foto) e in seguito proprio ad Altivole, il 6 agosto scorso, insieme ad Eugenio Allegri. In quella commemorazione sono seguiti il Mariazo pavano, recitato da Bruno Lovadina, Il reduce (Genovese, Anna Zago, Daniele Berardi) e il Secondo Prologo de l’Anconitana (Emanuele Piovene).
Nella Prima Orazione Ruzante polemizza contro i sletràn (letterati) della città ed espone al Cardinale la bellezza e le virtù della campagna padovana. Ecco gli animali, grandi, servizievoli, contenti di vivere in questa terra e di servirne i loro padroni; i molti alberi da frutto; fino all’inarrestabile elenco delle piante, dei cereali e delle verdure: “Pezuoli, po, fasuoli? Mare Biata, che ciama verze imbraghèda mile mii. Mo çésere, mo? Lente, bisi, mo? Panizo, po? Mo biave, po cum’è mégio sorgo, spelta, segala, orzo, scandela vena e veza” (E ceci, poi, e fagioli? Madre Beata, che chiaman verze soffocate da mille miglia. E cicerchie? E lenticchie e piselli? E panico? E biade, poi, come miglio, sorgo, spelta, segala, orzo, scandella, avena, veccia). Per proseguire con le donne della campagna padovana: robuste, rubiconde, grasse – anzi, tendenti all’enormità: a cominciare dai piedi…. e proseguendo verso l’alto!
Ruzante ricorda al Cardinale e al suo pubblico, in un testo buffo ma che non dimentica il povero e sofferto orgoglio dei villani, che è la campagna a nutrire i signori di città: “Pavan, an? Mo ’l pan e el vin che ge nase po, sì bon e in tanta quantitè!” (“Pavan, an? Poi il pane e il vino che nascono qui, buoni e in gran quantità!”).

Il linguaggio di Ruzante, la sua fortuna

Angelo Beolco, detto il Ruzante (Wikipedia, pubblico dominio)

La sua lingua è il dialetto aspro e irsuto dei contadini, con vocaboli attinti anche dai dialetti di altre località padane; è una lingua spontanea, grezza e sgrammaticata, in assoluto contrasto con quella aulica e classicheggiante che ebbe in Pietro Bembo, in quegli anni, il suo massimo teorico. ”Recitare il teatro di Ruzante” ci ha detto il padovano Daniele Berardi, “impone uno studio che, a partire dalla difficoltà lessicale, costringe ad approfondirne la densità dei temi letterari, storici e sociali. E’ un’esperienza di grandissimo interesse, in particolare perché aiuta a ritrovare le radici patavine – o meglio, pavane – nelle sonorità linguistiche e nelle modalità di vita dei nostri avi”.
Conosciutissimo nel Cinquecento, Ruzante subì poi per secoli – come la letteratura in dialetto e quella in macaronico – un lungo declino, Ritornerà progressivamente in auge nel secondo Novecento, grazie all’opera continua di molti studiosi, registi e attori di valore; ed oggi è, finalmente, ritornato ad essere un punto fermo del nostro teatro.

Enrico Grandesso

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