Giovanni Battista Guarini madrigalista sommo

Abstract

Non doveva essere pacifica la vita dei poeti del cinquecento, specie se poeti di corte. Sappiamo dell’Ariosto e della sua insofferenza al servizio del duca d’Este nella Garfagnana, di Torquato Tasso e dei logoranti scontri con i cortigiani e con il duca alla corte di Ferrara, conosciamo meno la travagliata vita di Battista Guarini, uno dei madrigalisti più famosi in Italia e in Europa, e tra i più “sfruttati” dai compositori del suo tempo, secondo forse solo al Tasso: Luca Marenzio e Claudio Monteverdi ne musicano ognuno oltre quaranta poesie.

La vita travagliatissima del Guarini

Giovan Battista Guarini nasce a Ferrara nel 1538, studia presso l’Università di Padova, vi insegna retorica e poetica, fa parte della Accademia degli Eterei fino a diventarne Segretario, ed è a più riprese in questa città e a Venezia, per importanti incarichi e ambascerie per conto del duca Alfonso II d’Este; a Venezia, oltretutto, nel 1590 viene pubblicato il suo capolavoro, il Pastor Fido, ripubblicato nel 1592. Per inciso è spesso in missione a Torino presso i Savoia, a Roma presso il Papa, a Firenze e a Mantova, in Austria e a Gracovia per caldeggiare l’elezione del duca al trono di Polonia rimasto vacante. Quando, per intrighi cortigiani e vicissitudini familiari, si allontana da Ferrara e sceglie di vivere nella villa che si è fatto costruire a San Bellino in Polesine è spesso a Padova (“sicuro e solido porto de’ suoi naufragi”) dove anche morirà la moglie Taddea nel 1590. Il Guarini è conosciuto per la sua “favola boscareccia” il Pastor Fido, e, come detto, per i madrigali, una poesia tutta grazia, gentilezza e amore, ma, a scorrere gli eventi della sua biografia, si scopre un personaggio irascibile, vendicativo, egocentrico, tirannico. Innanzitutto nei confronti del primogenito Alessandro (di otto figli avuti dalla moglie Taddea di Niccolò Bendidio), mentre altri guai gli procurerà l’altro figlio, Girolamo.

Le pluriennali liti con il primogenito e l’assassinio della figlia Anna

Un problema che il Guarini si porta appresso per molti anni della sua vita riguarda il figlio Alessandro perché, a quanto si può dedurre dai fatti, da padre lo “costringe” a sposare una fanciulla quattordicenne, Virginia Palmiroli, erede di una nobile e ricca famiglia ferrarese, e si fa amministratore della consistente eredità della nuora, praticamente esautorando il figlio. Questi non ci sta e cerca di ribellarsi e il padre, per tutta risposta, caccia gli sposi e ne sequestra i beni. Segue una prima causa legale e malumori anche da parte del duca, per cui il Guarini decide di lasciare Ferrara, passa a Venezia, Firenze e Torino sempre alla ricerca di una nuova sistemazione, che non gli riesce, anche per interferenze del duca d’Este, che mal digerisce il comportamento del suo sottoposto. Segue una seconda causa intentata dal figlio a Rovigo, dove nel frattempo il Guarini si è trasferito. Il Guarini passa quindi a Mantova alla corte dei Gonzaga, con anche incarichi di prestigio, ma pure qui un intervento del duca d’Este lo fa licenziare. Nel 1597 una vera tragedia lo colpisce: la figlia Anna viene assassinata dal marito e pare che ne sia complice il figlio maschio del Guarini, Girolamo, fratello della vittima. Solo molti anni dopo ci sarà una riconciliazione tra padre e figli. Lasciamo ora gli aspetti biografici del Guarini che riguardano da un lato la ricerca di giustizia, e forse anche di vendetta, nei confronti del genero che sarà condannato a morte, le varie vicissitudini del rapporto conflittuale con i figli, tra liti e riconciliazioni, e, dopo il successo delle varie rappresentazioni del Pastor fido a Crema nel 1595, a Ferrara e a Mantova nel 1598, la sua presenza presso varie corti italiane al servizio dei principi a Firenze, Urbino, Roma, Ferrara, Venezia dove muore nel 1612 per occuparci della sua poesia.

Il Pastor fido e il mondo dell’Arcadia

Riprendendo il discorso sulla rappresentazione del mondo che ritroviamo nel Pastor fido ci viene in soccorso il giudizio di Silvio Pasquazi che sottolinea il “substrato ideologico” dei poeti dell’Arcadia (in Letteratura italiana. I minori, Milano, Marzorati, 1961): “l’aspirazione ad una vita tutta dolcezze, tuta pace, tutta gentilezza e raffinatezza di costumi che consente a ciascuno di poter seguire ‘il suo piacer’ “. Quanto lontana questa aspirazione dalla realtà, solo una aspirazione, che per Guarini e per gli altri poeti dell’Arcadia, un movimento poetico-culturale che si è diffuso capillarmente in tutta l’Italia, è la costruzione di un mondo ideale, parallelo, esteticamente allettante. Questa idealizzazione sul piano letterario dà luogo a schemi di pensiero artificiosi e a formalismi, “un gioco di immaginata perfezione” (Huizinga) che si ripete da poeta a poeta e naviga sulla superfice delle cose, raramente espressione di un vero sentimento, carico di emozione e passione, perché, va sottolineato, si tratta di poesia d’amore per una donna idealizzata, collocata in un mondo pastorale, bucolico. Qualcosa di simile avevamo conosciuto nella poesia dei poeti provenzali, ma con ben altra complessità e con altro rigore che non fosse solamente formale.

La fortuna della “favola tragicomica” il Pastor Fido, è nella sua rappresentatività, mentre la fortuna dei madrigali, di cui diremo brevemente, è nel rapporto con la musica che li rende la forma di intrattenimento più diffusa per oltre un secolo nei palazzi e nelle corti del rinascimento tanto che di molti madrigali, e in particolare di villanelle, strambotti, mottetti, frottole, la cui origine e diffusione sono genericamente popolari, non si conosce l’autore, come se fosse superflua l’attribuzione.

I madrigali

Il madrigale, dunque. Una forma poetica che viene definita “una stanza di canzone”, da cui si può ritenere che sia derivata, breve, sintetica, essenziale nei contenuti, efficace nella forma, varia nel metro, libera, pur nella prevalenza di endecasillabi e settenari, ritmata negli accenti al punto da sembrare già predisposta a ricevere la musica per un “andamento cadenzato e una sonorità vocale” (Antonio Vassalli in Le origini del madrigale, Atti, Asolo 1990). E questo fa sì che la musica predomini, anche per il grande successo della forma polifonica, fenomeno soprattutto italiano con vasta diffusione in Europa (quaranta o cinquantamila i madrigali apparsi a stampa secondo Lorenzo Bianconi), mettendo in ombra il testo poetico, pur se i maggiori compositori riconoscono il ruolo essenziale della parola poetica secondo le teorie di Niccolò Vicentino e contemporanei: La musica fatta sopra le parole, non è fatta altro se non per esprimere il concetto, et le passioni et gli affetti di quelle con l’armonia, concetti fatti propri da Gesualdo da Venosa circa la necessità che la musica segua, passo passo, quanto il testo poetico esprime, e riproposti con grande chiarezza da Monteverdi con la famosissima dichiarazione: “l’armonia sia non signora ma serva dell’oratione“.

I temi

Claudio Monteverdi, dipinto di Bernardo Strozzi, ca. 1640

Come già anticipato, Monteverdi e Marenzio hanno i madrigali di Guarini tra i testi prescelti per le loro composizioni, ma anche il principe Gesualdo da Venosa, Luzzasco Luzzaschi, Giulio Caccini, il padovano Angelo Notari, Benedetto Pallavicino, il tedesco Wilhelm Killmayer, Sigismondo d’India e altri che, quasi in gara fra loro, compongono musiche su uno stesso testo. Perché è la versificazione di Guarini che si presta alla trasposizione in musica di cui egli stesso è esperto. Da un lato è la forma del madrigale, flessibile, libera, aperta, ritmata, come si è detto, nel continuo variare degli accenti di settenari ed endecasillabi che dà un facile appiglio al compositore e poi c’è l’espressione degli affetti, sopra tutto l’amore, reificato e esteriorizzato, che muove sentimenti di partecipazione e suggerisce al musicista la scelta delle tonalità a seconda che si tratti di conquista, di esaltazione dei sensi o di dolorosa perdita.

Gli affetti, le passioni, i sentimenti hanno molteplici espressioni: attesa, desiderio, gioia, dolcezza, lode, bellezza, languore, ardore, vaneggiamento, diletto, gioco, respiro, sospiro, speranza o tormento, contrasto ed errore, pietà, vendetta, dolore, ferita, lacrime, abbandono, perdita, inganno, perfidia, martirio, così, alla rinfusa, per mostrare come sia possibile sopra tanto complessa variabilità l’innestarsi del lavoro variantistico del musicista.

Anche la presenza della natura con i suoi colori, le sue personificazioni è in funzione dell’amore: fiori, alberi, selve, animali fino a luna, sole, stelle riflettono gli stati d’animo dell’innamorato; spicca la presenza dell’usignolo e il suo canto melodioso, anche ripreso mimeticamente dal musicista.

Angelo Notari

Tutto dell’amata viene esaltato dal poeta, bocca, labbra, baci, occhi, ciglia, viso, petto, cuore, anima, mani, riso, canto, voce, e ogni particolare resta impresso dolorosamente e a lungo nel suo animo se l’amore finisce o se l’amata muore e poi ci sono le antinomie, parlare tacere, amore dolore, ghiaccio fuoco, e, in ultimo, vita morte, l’amore che dà vita o la perdita dell’amata che può portare a morte; è qui che il musicista ha vari modi di rappresentazione, dai registri gravi per il dolore, ai registri acuti per la gioia, con l’uso di più voci a seconda di quanto esprimono i versi e con le infinite possibilità che offre la musica, assecondando il testo, sottolineando i passaggi di senso o di stato, talvolta per contrasto, fino alle preziosità dei madrigalismi. Una poesia proiettata alla spettacolarizzazione che può avvenire solamente se il compositore la fa propria seguendone i ritmi dettati dalle rime e dagli accenti e ne esprime le trame, che si giocano, va detto, in pochissime formule, riconoscibilissime, spesso ripetute e variate, anche riprese da poeta a poeta, come sono i moti dell’animo preso dal turbinio delle passioni.

La lunga e complessa stagione dei madrigali che dal XV secolo trova il suo culmine nei due secoli successivi, ma va molto oltre, fin quasi alla contemporaneità, segna uno dei momenti di eccellenza del rapporto tra parola e musica, come in pochi altri momenti della storia, con scambi continui tra poeti, compositori, strumentisti, cantanti ed è senza confini, un fenomeno di grande successo che dall’Italia si diffonde all’intera Europa e di cui il Guarini è uno dei maggiori rappresentanti.

Alessandro Cabianca

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