Il Monastero femminile di San Pietro a Vicenza

Vicenza sorprende per Padova sorprende

Abstract

Non soltanto importanti monasteri maschili, ma anche influenti monasteri femminili sono sorti a Vicenza intorno all’anno Mille o poco oltre, come il monastero di san Pietro, sorto come monastero benedettino maschile intorno al VII – VIII secolo, e trasformato in monastero femminile dopo gli anni cinquanta del Mille, così autorevole che lo stesso borgo in cui sorgeva ne prese il nome, dove le monache avevano vasti e ricchi possedimenti e esercitavano per concessione vescovile il diritto di decima insieme ad altri diritti di stampo medievale: Grumolo, già in tempi molto antichi ebbe allegato l’attributo delle Abbadesse, tanto era il potere che esse avevano su quelle terre e su quei coloni.

Cenni storici

Facciata cinquecentesca della chiesa di san Pietro

Un epitaffio appena dentro la chiesa riporta in lingua latina: “Elica, di nazione alemanna, prima fondatrice, ricorrendo cinquecentodieci anni di questo monastero, fu tumulata qui nel 1337 dalla badessa Fiore, nata dalla famiglia dei Porcastri” (traduzione di Natalino Sottani). La fondazione del monastero quindi, stando a questa iscrizione risalirebbe all’anno 827, ma la veridicità di quanto riportato è molto dubbia. In ogni caso dalla fondazione e per un lungo periodo il monastero dovrebbe essere stato sede di una congregazione maschile, e precisamente di monaci dell’ordine benedettino se nel Privilegio del vescovo Astolfo dell’anno 1033 è riportato che lo stesso vescovo concedeva ad un certo Arnaldo, fedele alla Regola benedettina, la guida del monastero. Un diploma del 1055 dell’imperatore Enrico III assicurava la protezione imperiale chiesta dalla stessa comunità, che evidentemente non si sentiva sicura e poco dopo, tra il 1061 ed il 1066, a seconda delle interpretazioni, il vescovo Liudigerio con un Privilegio affidava chiesa e monastero ad una comunità femminile, sempre dell’ordine di san Benedetto, guidata appunto da quella badessa Elica di cui all’iscrizione più sopra riportata. Il papa Callisto II, nell’anno 1123, concedeva la propria protezione al monastero avvalorando con ciò la legittimità delle vaste possessioni che esso vantava in diversi territori del Vicentino, con privilegi e diritti su interi paesi: la badessa poteva concedere investiture di terre e feudi, tenere giudizi, dettare sentenze, imporre condizioni, concedere benefici religiosi, tanto che a volte sorgeva qualche contrasto con la stessa autorità del vescovo che non sempre si trovava d’accordo con le sue decisioni, ma alla fine si doveva pur arrivare ad un compromesso che non scontentasse nessuna delle due posizioni. Molte funzioni non potevano essere svolte dalla badessa, in quanto donna, per cui il convento era assistito da un avvocato, almeno dal 1075, e alcuni avvocati, talora vere e proprie dinastie, furono citati in giudizio dalle monache per gestioni del patrimonio piuttosto scorrette, accompagnate da soprusi, forme di maltrattamento, violenze. Raramente le monache ebbero soddisfazione perfino da parte del vescovo, la posta in gioco era molto elevata.

Chiostro quattrocentesco del monastero

I possedimenti di questo convento erano così vasti che nessuno degli altri conventi vicentini anche maschili poteva eguagliarlo. Alcune chiese dipendevano da questo monastero come san Vitale e sant’Andrea, situate all’interno del borgo San Pietro e San Pietro in Monte, chiesetta che nel 1280 fu ceduta alla Compagnia dei Cavalieri Gaudenti, situata dove ora sono le scalette di Monte Berico.Possedimenti del monastero erano la importante Selva Mugla, una zona tra Polegge e Cavazzale, parte del territorio da Settecà a Casale, da Lerino a Grantorto e Rampazzo, fino a Grumolo. Le monache migliorarono le condizioni di vita dei coloni con disboscamenti, intervennero sulla produttività delle colture, sull’allevamento del bestiame e in particolare introdussero la coltura del riso e costruirono abitazioni per i contadini.

Accuse di eresia, poi rientrate, e fasi di decadenza

Interno dell’oratorio di san Pietro o delle monache

Sospettate di eresia vicina alle posizioni catare da parte di fra Bartolomeo di Breganze, in seguito vescovo di Vicenza, le monache di san Pietro furono in un secondo momento del tutto scagionate poiché l’accusa si rivelò falsa. Nel 1329 fu nominata badessa quella monaca Fiore Porcastri che già si è incontrata per via dell’iscrizione sulla fondazione del convento e del ricordo della presunta iniziatrice. Nel 1400 la comunità entrò in un periodo di grande decadenza per comportamenti scorretti da parte delle monache e per la corruzione di cui si rese responsabile la stessa badessa del momento, tanto da essere oggetto di attenzione da parte del papa Eugenio quarto e da costringere il vescovo a intervenire trasferendo la badessa e nominando una molto stimata e timorata di Dio, Antonia Loschi; in breve tempo la vita religiosa riprese in modo esemplare. Alla fine del secolo il monastero fu aggregato alla congregazione di santa Giustina di Padova a cui anche il monastero di san Felice, al quale le monache erano sottomesse, aveva aderito in precedenza, e questo portò un grande giovamento con un notevole aumento delle adepte. Il nuovo fervore religioso spinse alla ristrutturazione della chiesa che probabilmente aveva subito gravi lesioni per cause non rilevabili nell’attuale struttura. Purtuttavia il fatto che san Pietro dipendesse da un monastero maschile, in questo caso da san Felice, era spesso oggetto di critica, se non di scandalo, da parte dei fedeli, lamentato addirittura dall’autorità vescovile del momento. E infatti nel proseguo, passato un primo momento di fervore religioso, come rileva il Mantese, le monache erano più intente a difendere le proprie prerogative e i propri diritti che a dedicarsi con vero spirito di adesione a quella vita religiosa che esse avevano abbracciato, probabilmente non sempre di loro spontanea volontà, ma per opportunismo delle loro famiglie d’origine, quasi sempre di condizione elevata, poiché questo modo di agire consentiva loro una maggiore possibilità di manovra. Stanche di questo andazzo, nel 1648 un buon numero di monache furono spinte a sottoscrivere una lettera al vicario generale per lamentare una condotta di vita religiosa non proprio esemplare.

Le spoliazioni

Nel 1516 chiesa e convento di san Pietro aveva già subito una grande spoliazione per opera di soldati tedeschi e spagnoli ribelli che si erano impadroniti di oggetti di arredo sacri e profani e una spoliazione ancora più grande e dolorosa subirono nel 1796 per mano dei francesi che portarono via tutto quello che poterono senza nessuna pietà, ma qualcosa le monache, con espedienti vari, riuscirono a salvare. In ossequio alla volontà dei francesi che stavano rivoluzionando la vita cittadina sia nell’aspetto civile che religioso, nel convento di san Pietro furono trasferite prima le monache di san Silvestro e poi anche quelle di san Tommaso. Nel periodo napoleonico in un primo momento il convento dovette ospitare monache di altri monasteri chiusi dai francesi, ma nel 1810 anch’esse dovettero subire lo sfratto ed i locali furono adibiti ad ospitare anziani poveri e figli di operai disoccupati come Casa di Ricovero e Industria che porta il nome del fondatore, il conte Ottavio Trento, per avviarli, attraverso un’istruzione professionale, al lavoro, ma quando questi ultimi furono trasferiti ad altra sede, il convento rimase soltanto come ricovero di anziani. La chiesa che già era parrocchia da qualche secolo, nel 1848 a causa di un cannoneggiamento austriaco subì l’incendio del tetto e del soffitto a cassettoni.

La chiesa e il convento

Nel chiostro l’affresco trecentesco raffigurante Cristo crocifisso tra la Madonna e san Giovanni

La chiesa, esistente già dal secolo VIII, rimaneggiata e ingrandita in diversi momenti si trova a poche centinaia di metri dal ponte degli Angeli, è di impianto originario romanico, in seguito tardogotico, è ricca di opere d’arte. Non si sa di preciso quando siano sorti la chiesa ed il convento di san Pietro, si presume che sia avvenuto tra i secoli VII e VIII e siano durati fino alle scorrerie degli Ungari, quini ai primi decenni del X secolo. La ricostruzione della chiesa avvenne pochi anni dopo sul luogo dove sorgeva la precedente, più ampia e a tre navate. Un nuovo intervento di ristrutturazione si ebbe tra il XIV e XV secolo, innalzandola di alcuni gradini per meglio preservarla da eventuali esondazioni del Bacchiglione che più volte era uscito dal suo alveo provocando disastri. Il rifacimento avvenne secondo il gusto estetico del momento e seguendo i canoni costruttivi del periodo, con l’inserimento di colonne con capitelli molto eleganti a dividere le navate laterali dalla centrale e con la costruzione di una nuova facciata tuttora esistente. Divenuta di fatto chiesa parrocchiale tra il XVI ed il XVII secolo, subì gravi spoliazioni ad opera di tedeschi e spagnoli nei primi del XVI secolo e di francesi nel periodo napoleonico. Durante la prima guerra di indipendenza fu oggetto di bombardamenti da parte degli austriaci che causò l’incendio del tetto e del soffitto di pregevole fattura. Anche il monastero nel corso dei secoli ha subito diversi interventi, il più qualificante dei quali, e quello che ancora oggi lo caratterizza, avvenne nel corso del quattordicesimo secolo. Il chiostro, quadrilatero, presenta al piano inferiore un portico formato da pilastri che sorreggono archi a tutto sesto, il tutto in opera laterizia ed è sormontato al piano superiore da un loggiato settecentesco formato da archi ribassati poggianti su due pilastri gemelli poco distanziati l’uno dall’altro, a riproporre a modo suo il motivo della serliana. Come la chiesa, subì le pesanti spoliazioni tedescospagnole e francesi, per poi divenire patrimonio demaniale per raccogliere anziani e figli di operai disoccupati cui elargire una istruzione professionale; spostati questi ultimi in altra sede, rimase come ricovero per anziani poveri. Oramai da diverso tempo la chiesa è sede parrocchiale, mentre i locali del monastero sono diventati istituto per anziani.

Statua Settecentesca della Madonna

Per la bellezza della decorazione un cenno merita l’oratorio di san Pietro o delle monache, probabilmente fatto costruire nel periodo in cui si stava restaurando la chiesa; è del tardo quattrocento, di chiaro gusto neogotico.

Opere d’arte

Come si è detto, la chiesa è ricca di opere d’arte con opere scultoree degli Albanese soprattutto per quanto riguarda gli altari e della bottega del Marinali  e pitture dei Maganza, del Maffei, dello Zelotti e del Pittoni. Nel chiostro, oltre a reperti lapidei di diversi periodi e di diversa provenienza, vi è un bell’affresco trecentesco raffigurante la crocifissione. Anche nell’oratorio delle monache sono custodite alcune pregevoli opere d’arte, come un crocefisso del Quattrocento e una Madonna del Settecento.

Federico Cabianca

Immagini

Fotografie di Di Claudio Gioseffi – Opera propria – https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=38172471