La Serenissima decretò: Sant’Antonio speciale protettore di Venezia

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Abstract

Fernando Martins de Bulhões, Antonio da Padova per gli italiani, per i portoghesi Antonio da Lisbona, il francescano che visse a Padova una decina dei suoi 36 anni, dove morì nel 1231 (e fu canonizzato nel 1232, un solo anno dopo la morte), è il patrono di oltre cento città o paesi italiani e di varie località nel mondo: in Spagna, Argentina, Brasile, Albania, Bulgaria, Stati Uniti e, naturalmente, in Portogallo (Lisbona).

La devozione a Sant’Antonio nella Serenissima

Tra le devozioni maggiormente diffuse e più profondamente radicate nel popolo veneziano, c’era quella verso Sant’Antonio di Padova (Foto 01), se è vero che in quasi tutte le chiese della Serenissima esisteva un’immagine o un altare a lui dedicato. Quando i veneziani ebbero coscienza della propria inferiorità di fronte al colosso turco, tale devozione aumentò, così che, nella primavera del 1652, la Repubblica volle eleggere Sant’Antonio come proprio protettore e chiese ai padovani una sua reliquia insigne, che le venne sollecitamente concessa.
L’8 giugno di quell’anno, infatti – come abbiamo ricordato in un articolo precedente –, il vescovo di Padova Giorgio Cornaro, in una cerimonia solenne e alla presenza dei rettori della città Andrea Pisani e Sebastiano Giustiniano, del padre guardiano Vincenzo Folina (o Foligno), del conte Giacomo Zabarella e del notaio Antonio Zaniolo, estrasse da una preziosa teca l’osso, o radio, dell’avambraccio sinistro del Santo e ne mandò un pezzo ai veneziani, come si legge nel libro “Le grandezze di Sant’Antonio di Padova” dello storico Sertorio Orsato.

Il trasporto di una reliquia del Santo da Padova a Venezia

Della reliquia e del suo trasporto nella città lagunare, oltre al menzionato Orsato, si occuparono altri autorevoli scrittori della metà del ‘600, quali il Vallier, il Cappelletti e il Romanin, senza, però, apportare contributi rilevanti alla verità storica. Più scrupoloso, sebbene ancora incompleto per aver trattato l’argomento solo incidentalmente, fu padre Gonzati, nella sua ponderosa opera “La Basilica di Sant’Antonio di Padova” (Foto 02).Ma, all’inizio degli anni ’30, in occasione delle celebrazioni del settimo centenario della morte e canonizzazione del Taumaturgo, monsignor Vittorio Piva dedicò a quel particolare avvenimento un lungo capitolo del suo libro, che, secondo il saggista Davide M. da Portogruaro, suo contemporaneo, sarebbe riuscito esaustivo se l’autore si fosse preoccupato di consultare l’Archivio di Stato.
Ecco, allora, che il suddetto padre Davide, nel suo volume “Gaude, Padua felix!” (Ed. Il Messaggero, 1931), approfondì l’argomento con una serie di articoli di straordinario interesse, facendo rivivere quel particolare squarcio storico con grande abilità coreografica. Dopo aver ricordato che l’idea di una devozione speciale verso il Beato Antonio era balenata alla mente del patrizio Giovanni Grimani, già podestà di Padova (poi ambasciatore a Vienna e al congresso di Lubecca), il quale aveva convinto i senatori della Serenissima ad ascrivere, appunto, Sant’Antonio tra i patroni della Repubblica, s’apprestò a descrivere, con dovizia di particolari, il maestoso e solenne cerimoniale concordato dai consultori per il trasporto della reliquia nel capoluogo veneto.

La partecipazione popolare

A Padova, dunque, nel giorno fissato (cioè la domenica 9 giugno 1652), sotto un cielo coperto e, a tratti, piovoso, si snodò imponente la processione del grande evento. Oltre alle autorità citate più sopra, erano presenti anche padre Francesco Zanotti, in luogo del padre provinciale, fra Lodovico Maggioli, il conte Lodovico S. Bonifacio e i nobili Zuanne da Ponte e Giulio Beolco. Il corteo, imboccata la via del Santo, passò a quella degli Zabarella ed entrò in via S. Bernardino, all’estremità della quale c’era il luogo stabilito per l’imbarco nei burchielli. Ed ecco l’itinerario intrapreso per via d’acque: Porte Contarine, Porta Portello, Baluardo d’Ogni Santi, Villa di Torre, Ponte de’ Gradizzi, San Lazzaro, Ponte di Noventa, Villatorra, Vigonovo, Paluello, Dolo, Mira, Gambarare, Burbigiago, Orgiago, Moranzano, Fusina, Giudecca e S. Marco (Foto 03).

I resoconti dell’epoca

Dai resoconti dell’epoca, si evince che, nei paesi disseminati lungo le rive del Brenta, le ville erano pavesate a festa e splendenti di lumi: dappertutto archi trionfali, festoni e fiori. La gente era ammassata nelle strade, sulle rive, alle finestre, sui tetti. Il viaggio durò alcune ore. E, a proposito delle condizioni meteorologiche di quella giornata, l’ Orsato ebbe a scrivere che “la domenica mattina […] direi che con le lagrime dei Cittadini […] si fossero accompagnate quelle del Cielo mentre egli si rese torbido e piovoso fino a le tredici ore, e che la nostra Brenta fosse tutta dal fonte corsa a fermarsi in Padoua per venerare quel Tesoro, che gli era concesso di condurre a Venezia, mentre fuor dell’usato si rese gonfia così, che fù necessario d’alterar l’ordine stabilito, di portar la Reliquia in barca al ponte di San Lorenzo, atteso che l’acque ingrossate non permetteuano il passar delle barche sotto ai ponti della città […]” (Foto 04).
Ma nel tardo pomeriggio cessò di piovere e spuntò il sole, se è vero che padre Davide M. da Portogruaro concludeva il suo articolo con queste annotazioni: “Il sole cadente coloriva e infocava in un fulgore di sogno la città, allorché il caratteristico corteo giunse a Fusina. Ivi, impazienti, attendevano su eleganti e lussuose gondole molti patrizi, e insieme molto popolo che aveva addobbato con drappi, palloncini e rami frondosi le peate, i sandoli e le altre imbarcazioni”. Era già notte, quando la suggestiva processione toccò la riva della piazzetta di San Marco, dove ad attenderla c’erano più di 80.000 persone. L’abate monsignor Benedetto Erizzo, pontificalmente vestito, entrò nella barca e, dopo aver inchinato ed incensato la reliquia, la ricevette solennemente dai presidenti dell’Arca del Santo, per portarla nell’attigua basilica, gremita all’inverosimile, e riporla nel Tesoro. In seguito, fu trasferita nell’erigendo Tempio di Santa Maria della Salute e collocata in un altare appositamente costruito, dove ancor oggi si trova (Foto 05).

Enzo Ramazzina

Fonti delle immagini

Foto 01: Di Guercino – Web Gallery of Art: Immagine Info about artwork, Pubblico dominio
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3138609
Foto 02: Di Stefan Lew – Opera propria, Pubblico dominio
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1905459
Foto 03: Foto di Letterio Trovatello
https://www.pinterest.it/pin/782711610218928586/
Foto 04: https://www.belleepoquefilm.it/Santo_2011.htm
Foto 05: Di Luca Aless – Opera propria, CC BY-SA 4.0
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=49781247