L’orizzonte ultimo della musica tra romanzo e film

Film tratti da opere letterarie

La “traduzione” di opere letterarie in film può oggi contare su ampi numeri. Tra le opere maggiori si possono annoverare La terra trema di Luchino Visconti del 1948, tratto da “I Malavoglia” di Giovanni Verga;  Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, ricavato nel 1964 dall’omonimo testo sacro; o per tutti, in ambito straniero, Barry Lyndon di Stanely Kubrick, ispirato dal romanzo di William Thackeray ed uscito nel 1975.   

Quando lo scrittore e il regista in questione sono artisti veri, il frutto stimola e affina il confronto e la pluralità di percezioni e riflessioni. Così è successo con un   film uscito nelle sale poco prima di Natale, Primavera diretto da Damiano Michieletto con Tecla Insolia, Michele Riondino e Andrea Pennacchi, il cui romanzo di ispirazione e soggetto è stato Stabat Mater di Tiziano Scarpa (Einaudi, 2008).

 Lo Stabat Mater di Tiziano Scarpa ispirazione del film Primavera di Damiano Michieletto

Benché breve, Stabat Mater è un romanzo molto complesso, ambientato a Venezia  tre secoli fa nell’orfanotrofio della Pietà, una delle quattro istituzioni della repubblica veneziana in cui le piccole orfane ricevevano un’istruzione musicale; per poi esibirsi, in maschera e con una balaustra che le separava rigorosamente dai fedeli, la domenica a Messa, attirando il pubblico importante cittadino e non.

Scarpa offre nel percorso testuale svariati spunti: dal racconto epistolare di prassi settecentesca – Cecilia, la giovane protagonista, scrive di nascosto e accumula lettere alla madre che non ha mai conosciuto – al colloquio della ragazza con la morte, che ha la testa di Medusa; dalla confessione continua di Cecilia delle sue paure e tensioni in un’adolescenza rattrappita in clausura, mentre il suo corpo cambia e lo sboccio della sua femminilità viene forzatamente inibito, fino alle riflessioni sulla musica, unico spazio creativo di vita e di contatto con il “mondo”.

Lo scrittore ci immerge in questo fluire di riflessioni: Cecilia in un sincero e drammatico flusso narrativo espelle – e a un tempo scioglie: è una delle numerose dicotomie del romanzo – la tristezza e i rari bagliori di una vita dolorosa, vissuta sulle ferite dell’assenza: “Signora Madre, io vi invoco, ma voi non rispondete. Voi siete soltanto nella mia testa, io guardo i miei pensieri che escono dalla punta della penna, li getto fuori dalla mia testa senza mai riuscire a liberarmi di voi. Ogni parola che vi scrivo è soltanto un altro modo per dire il vostro nome, il nome che non conosco”.

 Gli istituti femminili della Venezia del XVIII secolo, come il Pio Ospedale della Pietà e l’incontro delle ragazze con la musica di Vivaldi

Fino all’incontro con il nuovo maestro dell’istituto, Don Antonio Vivaldi, che condurrà lei e le sue compagne ad un nuovo modo di sentire e vivere la musica; e ad aprire il cuore ad un novello entusiasmo: “Don Antonio ha scritto un concerto dove si sente schiumare la nostra indole di donne, presentata in tre fasi, prima la gaiezza, poi il languore, poi di nuovo l’euforia… questa musica è fatta di donna, spargiamo nell’aria il nostro profumo speziato, è questo che vuole Don Antonio?”. Cecilia riflette qui sulle plurime tipologie di maschere che deve indossare: non solo quella delle ragazze come lei, violiniste in balaustra, ma anche quella con situazioni, paesaggi e passaggi di emozioni che l’artista deve saper interpretare e comunicare. Fino al limite di imitare strumenti non conosciuti, “a fingere di non essere ciò che siamo”, entrando nella multisensorialità moderna della creatività. Il film di Damiano Michieletto fa qui un netto passo in avanti andando a prendere il titolo dalla più conosciuta delle Quattro Stagioni del prete rosso: Primavera.

Trattare oggi di Venezia – o di quel che ne rimane – è sempre a rischio di retorica: Michieletto, veneto e regista di opere liriche da oltre vent’anni, ha però la mano giusta e sa calarsi, senza esagerazioni né incertezze, in uno squarcio poco noto della Serenissima del Settecento, fondendo nel racconto filmico le armonie sonore vecchie e nuove e la durezza delle condizioni di vita delle orfane, i percorsi della creatività e i cromatismi nostalgici e malinconici della città lagunare. Ottimi il ritmo e la fotografia, nel dialogo complesso tra immagini e note; la sceneggiatura subisce alcune variazioni rispetto al romanzo, ma pertinenti al contesto storico. Il film esprime così, unitamente al romanzo, la tensione agli orizzonti di libertà offerti dalla musica.

 Il cinema veneto oggi

 In un cinema veneto che negli ultimi decenni, nonostante qualche ambizione, non è  riuscito a decollare, l’uscita nei mesi scorsi di Primavera – e di un’altra opera rilevante, raccontata con tenue e briosa leggerezza, Le città di pianura di Francesco Sossai – lascia ben sperare per gli anni a venire, nel dovuto confronto estetico e dialettico tra passato e presente, in una regione che da pochi anni sta sciogliendosi dal veloce e vorace sconvolgimento identitario causato dal successo economico. Con una nuova, impegnativa identità, da analizzare e far emergere: per portare (si spera) i giusti tasselli alla costruzione del futuro in arrivo.

Enrico Grandesso

 

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