Nostalgie

Abstract

Ormai è cambiato tutto, anche il clima. Non ci sono più grandi freddi, le stagioni gelate, gli autunni che preparano all’inverno, e l’ultimo novembre è stato il più caldo da quando si è iniziato a rilevare e a registrare le temperature, più di due secoli fa.

Le campagne che amavo

Le campagne che amavo,
che frequentavo a caccia e a pesca,
o in lunghe passeggiate

Le campagne che amavo, che frequentavo a caccia e a pesca, o in lunghe passeggiate di riflessione, sono cambiate. I luoghi dove in compagnia di amici che ho perduto mi godevo il sole e il vento, la pioggia e la neve, le albe rosate ed i tramonti di fuoco non li riconosco più.
Sono scomparsi e vivono solo nella nostalgia i grandi frutteti della Bassa, perché le piantagioni di mele, di pere e di pesche che occupavano ettari ed ettari le hanno abbattute ed eradicate, lasciando grandi distese di terra arata mute e anonime.
Non ci sono più i piccoli coltivi, li trovavi alternati a qualche campetto a vigna dove alla fine dell’inverno spiccavano i gialli legacci di salice a piegare i tralci ad arco; ora tutto è concentrato in grandi vigneti coltivati con le macchine, i tralci vengono strappati o castigati tra coppie di fili in tensione, bloccati da molle d’acciaio che riflettono i raggi del sole.
E sono scomparse le siepi potate periodicamente per trarne legna da fuoco, le siepi piantate a proteggere i coltivi dalla furia del vento che ne rubava l’humus, le siepi con i nidi delle averle, dei merli e dei rigogoli. I contadini che abitano case nuove, talvolta con pretesa di villa, costruite con i quattrini avuti dal governo per abbattere i frutteti, ti diranno che le siepi non ci devono essere perché danneggiano i raccolti togliendo loro la luce, “aduggiando” – lo hanno imparato ai corsi per imprenditore agricolo – e rendono difficoltose le manovre delle macchine operatrici sempre più mastodontiche.

…Orfane del canto primaverile degli uccelli

Colombaccio

Le campagne sono rimaste orfane del canto primaverile dei piccoli uccelli perché i verdoni e i cardellini, i verzellini e i passeri domestici, le passere mattuge e gli stiaccini sono pressoché scomparsi, i loro nidi vengono distrutti da predatori sempre più numerosi e indisturbati, corvi, cornacchie e gazze si sono impadroniti dei terreni e delle poche piante. I piccoli alati non trovano più per cibarsene i semi e le inflorescenze di poa, di trifoglio e di gramigna lungo le carrarecce inerbate e anche il giavone è stato vinto dai nuovi diserbanti che uccidono anche gli insetti e gli insettivori.
E non ci sono più fossi e scoline a drenare i campi e a trattenere le acquate per poi rilasciarle lentamente, perché oggi i campi sempre più estesi e piatti non hanno più “colmi” ma vengono livellati con un raggio laser che guida le macchine operatrici. Così adesso l’acqua corre per le strade o ristagna dove il terreno ha consistenza diversa.
Non cammino quasi più per queste campagne senza fisionomia, le guardo dall’alto degli argini o dalle strade secondarie con grande tristezza.
I cambiamenti climatici di questi decenni hanno mutato le abitudini e le rotte dei migratori, e solo i tordi bottacci transitano ancora in queste zone, ma migrano alti, non si fermano più in pastura nei vigneti come accadeva fino a 20 anni fa, forse anche i frosoni continuano a passare, ma anch’essi non si fermano, non trovano più gli aceri campestri delle cui samare sono ghiottissimi.
Le cesene, gli uccelli dell’inverno, hanno preso la rotta migratoria balcanica, qui non arrivano neppure nei rari giorni di gelo, nelle notti serene non si odono i versi dei tordi sasselli nell’aria rarefatta e anche le allodole si dirigono verso l’Africa frequentando i paesi dell’Est. Altri migratori abituali, i colombacci e i palmipedi, soprattutto i germani, sono invece diventati stanziali, restano qui tutto l’anno, nidificano nei parchi e nei fossi e si nutrono nei seminati.

I cacciatori, altra specie in via d’estinzione?

Aironi

Ma se qualcuno coltivasse l’anacronistica intenzione di tornare a cacciare i migratori, dove diamine potrebbe cominciare a prepararsi un capanno? Sono ormai rarissime le piante di alto fusto, e i grandi pioppi, le querce e gli olmi cari al Pascoli li vedi dispersi in queste lande desolate, relitti di cambiamenti epocali che come burrasche hanno sconvolto le abitudini e le colture agricole di un tempo.
Alcune piante sopravvissute, quasi monumenti alla memoria. sono state risparmiate dai contadini in ricordo dei vecchi, che alla loro ombra si ristoravano dal duro lavoro di allora.
Vado a caccia di immagini e di sensazioni, di emozioni.
Fotografo volentieri gli animali, molti dei quali sono arrivati in questi ultimi anni, migratori diventati stanziali o acclimatati qui da lontane latitudini, ma soffro se inquadro la campagna orfana di umani, la campagna di queste ultime stagioni. E se la nostalgia mi spinge a fermarne in qualche scatto gli ultimi angoli sopravvissuti, relitti di un paesaggio perduto, devo stringere molto l’immagine, sennò mi entrano nell’inquadratura gli ormai ubiquitari teloni di plastica a proteggere le colture orticole.

Un paesaggio perduto

Un paesaggio perduto

Quanto antiestetiche e monotone, bianche, nere o verdi che siano, queste coperture pur necessarie! E se cerchi un panorama, sfondo e quinta della nostra esistenza, nell’obiettivo ti entrano tralicci, cavi elettrici, antenne per la telefonia 3 o 4 o 5 G, cartelli pubblicitari, gru altissime dai cantieri.
Allora speri di portare a casa qualche fiore, un frutto caduto, un’alga, una rana, un fungo, un’erba mangereccia come quella che le contadine portavano a primavera a tuo padre e poi a te, onorànse pa’l dotóre, ma fatichi sempre più a trovarne, i nuovi diserbanti ne fanno strage.
Sento vicini i versi di un poeta maremmano, Francesco Ruspoli, dedicati alla sua terra sconvolta dalle strutture turistiche, senza vegetazione selvaggia, senza cavalli bradi e bufali e pecore al pascolo, senza butteri, senza identità, arresa ad un malinteso progresso dimentico della storia.
Ruspoli scriveva: “Maremma morta, metti la sella all’ultimo cavallo / che voglio andare via da questa terra, / ed alla sella lega una canestra / con dentro una zanzara imbalsamata, una ricotta e un fiore di ginestra. / Togli dal fontanile quello stemma / che me lo porto via nella bisaccia / ora che imbastardita è la Maremma é […] Imbastardite sono ormai anche le mie campagne…”.

Uccelli un tempo migratori, ora stanziali

Anatre in formazione

Eppure la vita animale continua nonostante tutto e nuovi abitanti alati frequentano queste terre mutate. I colombacci (columba palumbus) che un tempo sostavano solo qualche ora nel loro viaggio verso Sud adesso li vedi numerosi in pastura sui seminati e odi il loro verso baritonale dalle piante che popolano le golene, le onnipresenti, infestanti robinie, i noci e i gelsi nati da qualche frutto trasportato dall’acqua, e talvolta anche dai tralicci delle linee di alta tensione.
Stanno bene qui, hanno perso ogni diffidenza, nidificano dappertutto, sui pinus pinea lungo le tangenziali come sulle magnolie e sui cedri dei giardini, sui platani e sui pioppi dei parchi come sulle querce e sui castagni nei Colli.
I germani reali, queste grandi anatre un tempo regine delle valli della laguna e del Delta, uccelli che arrivavano dai paesi scandinavi, sono già in coppia dall’inizio dell’inverno e frequentano ogni specchio d’acqua, ogni canale o fossato anche ai lati di strade trafficate, vi nidificano, e questa loro stanzialità è qui nel Padovano storia recente, iniziata qualche decina di anni fa.
Ora questi capoverde, queste anas platyrhynchos il cui numero è sempre più incrementato dalle nuove nidiate, si muovono in piccoli branchi, si possono notare nei campi da poco seminati a cereali e nelle distese di mais trebbiato, e, all’imbrunire, quasi guidati da un timer, seguono rotte abituali alla ricerca della pastura notturna. Questo loro transitare è talvolta uno spettacolo emozionante che si può ammirare dagli argini del canale di Battaglia, perché gli uccelli volano senza timore qualche decina di metri sopra la statale e si avviano verso gli spazi aperti del Ferro di Cavallo o delle valli di Galzignano e Valsanzibio superando il monte del Catajo e le creste del Croce e dello Spinefrasse.
All’inizio dell’autunno numerosi piccoli branchi, centinaia e centinaia di uccelli in successione, arrivano a sera da ogni punto cardinale per una sorta di appuntamento, forse legato ad una particolare vegetazione sommersa, una ghiottoneria per loro, presente in un bacino di colmata esteso un paio di ettari nella campagna tra Turri di Montegrotto e Galzignano.

Ogni specie di anatre e aironi: Cinerini, Bianchi, Guardabuoi…

Airone bianco maggiore

Una sera alcuni amici, ben appostati intorno allo specchio d’acqua, si sono presi la briga di calcolare, e lo hanno fatto con buona approssimazione, il numero delle anitre in arrivo dai quattro punti cardinali. Hanno visto perlomeno un migliaio di marmorìni.
Certo la zona intorno al Castello del Catajo è da percorrere osservando con attenzione, perché la presenza di aironi è assai folta, si involano cinerini, aironi bianchi maggiori, garzette e, nuovi recenti arrivi, i guardabuoi, cinquanta anni fa censiti solo nei Paesi del Maghreb e i Sicilia.
Questi uccelli dalle ali lievi e dalle lunghe zampe nidificano da febbraio ad aprile, in tempi diversi ma sugli stessi nidi spartani, composti di ramoscelli di varie dimensioni e fili d’erba. Nidi come questi se ne possono contare a centinaia sulle grandi querce del colle, vicini l’uno all’altro a formare una garzaia che meriterebbe l’attenzione di turisti e cultori del birdwatching.
Se passeggiate da quelle parti non aspettatevi però di ascoltare il canto delle rane dal sottostante canale Rialto e dalle campagne intorno, perché la presenza di questi e di altri batraci è stata completamente annullata dal rapace becco degli aironi, che sembrano uccelli portatori di vita ma che per cibarsi non disdegnano neppure i pulcini di altri uccelli, delle anitre e delle gallinelle d’acqua.

…Gabbiani, Daini e la piaga dei Cinghiali

Capriolo

Simili in questa rapacità ad altri onnivori che frequentano i campi coltivati, i gabbiani.
Sulle radure pedecollinari e lungo i sentieri solitari non è raro l’incontro con i daini, che si sono diffusi sugli Euganei in gran numero, più di mille individui, dopo che i primi esemplari erano evasi, ormai una cinquantina di anni fa, dal parco del Catajo attraverso una breccia aperta da una frana nell’alto muro di recinzione.
Sotto gli antichi gelsi sopravvissuti ai piedi del colle si mescolano impronte di daini e di cinghiali, i primi si nutrono delle more succhiate direttamente dai rami, i secondi nottetempo si cibano di quelle cadute. Ma, a dimostrare che una specie senza predatori naturali può diventare invasiva, i cinghiali sono diventati una vera piaga, rovinano raccolti e terreni, scavano dappertutto, provocano incidenti, si moltiplicano senza paura, tetragoni alle persecuzioni dei controllori, alle maledizioni e alle imprecazioni in dialetto di contadini e vignaioli.

Rari spazi dove tutto sembra essersi fermato…

A qualche anziano… o a qualche giovane… posso dare la dritta giusta,
indicare un luogo che è il mio “buen retiro”…

Per nostra fortuna sopravvivono rari o rarissimi spazi dove sembra che tutto si sia fermato, ma a breve, già se ne notano le avvisaglie, irromperà anche là il nostro tempo smemorato e straniante.
A qualche anziano che volesse rinverdire ricordi o a qualche giovane che intendesse conoscere posso dare la dritta giusta, indicare un luogo che è il mio buen retiro, dove mi reco a ritemprare la vista e l’anima. Si tratta di un territorio vasto qualche centinaio di campi padovani – c’è ancora questa unità di misura – privo di abitazioni, dove il frazionamento in piccole proprietà ha aiutato la conservazione di aspetti e di comportamenti che in questo scorrere veloce degli anni potremmo chiamare antichi, un luogo con canali coronati di cannuccia palustre, fossi e scoline a dividere gli appezzamenti di nera fertile terra di torba, di un’antica palude bonificata dai Veneziani nel Cinquecento con il “Retratto de Monselice”.
Tutto intorno la verde cerchia degli Euganei, con i loro dolci profili cari al D’Annunzio guerriero (“i più puri profili d’itali colli”), interrotta solo da due varchi, verso Battaglia e verso Monselice, se volete passeggiare là, potete andarci anche in pantaloni di velluto o jeans, calzando comode vecchie scarpe con la suola grossa, i contadini non si stupiranno di non vedervi indossare tute multicolori, orologi contapassi e contacalorie, scarpe da trekking.
E là non incontrerete il proprietario di centinaia di ettari che entra in campagna con la giacca di pelle a bordo di un grosso fuoristrada per controllare i terzisti alla guida di trattori mostruosi che arano con otto vomeri, ma gente che arriva al lavoro su anziane utilitarie, in moto o in bicicletta. Camminerete per tante carrarecce e appezzamenti a vigna o a frutteto, incontrerete anitre e lepri, fagiani ed aironi, gallinelle d’acqua e nutrie e vedrete i cormorani a pesca di tilapie, tylapia nilotica, pesci “foresti” che si riproducono alla grande in questi canali che non ghiacciano mai perché percorsi da vene di acqua termale provenienti da serre dai non lontani alberghi di Galzignano.

…Eccetto teloni, capannoni e qualche vecchio deciso a resistere

Troverete magari un pensionato… che “rancura” con sapienza
i suoi ordinati filari di uve dimenticate…

Troverete magari un pensionato con i capelli bianchi che rancura con sapienza i suoi ordinati filari di uve dimenticate dalle quali trae vini, il fragolo, il clinton e il bacò, non più adatti alla vendita ma di consumo familiare e amicale, e prestando attenzione vi accorgerete che non ha potato a sperone ma ha formato gli archéti legandoli con i giallorossi “stropèi”.
Certo passando tra le vigne potrà capitarvi di inciampare in buche scavate dal grugno dei cinghiali, o costeggiando i fossati trovare ad un incrocio una larga pozza fangosa, l’insoglio, dove i sus scrofa si voltolano, ma si tratta, come in ogni vicenda del mondo, di “danni collaterali”. E danni collaterali vi appariranno anche i brutti teli di plastica che disturbano la vista verso sud, verso la strada costeggiata di platani che porta verso Valsanzibio, ma consolatevi pensando che proteggono le pregiate sparasàre di verdi succulenti turioni.

Livio Pezzato

Galleria

Le fotografie sono di Livio Pezzato