Monastero di Santa Maria etiopissa a Vicenza

Vicenza sorprende per Padova sorprende

Abstract

Padova sorprende ha finora documentato le vicende storiche di alcune abbazie e monasteri, Santa Giustina e Carceri nel padovano, San Vito, Sant’Agostino e i Santi Felice e Fortunato nel vicentino, dal periodo di splendore materiale e spirituale di secoli passati, alle soppressioni di Napoleone e, successivamente, alle dismissioni della Serenissima, con periodi di degrado e abbandono. In alcuni casi rimangono solamente ruderi, come per il monastero benedettino olivetano sul Venda, in altri, come a Polegge, dove esisteva un importante monastero legato alla abbazia di Pomposa, si è salvata solamente la chiesa, che necessiterebbe di urgenti restauri.

Santa Maria etiopissa

La chiesa di Santa Maria etiopissa

Controversa è la datazione d’origine della chiesa ancora esistente dedicata a santa Maria Etiopissa che si trova in località Polegge nel comune di Vicenza, lungo la strada Marosticana: alcuni la collocano al VI secolo, altri all’VIII,  altri ancora al X, come controverso è il significato di “Etiopissa”, titolo, o attributo se si vuole, che in questo caso viene conferito alla Madonna; quello che maggiormente incontra il favore degli studiosi è che si riferisca a denominazione del territorio limitrofo, ora Chiuppese, che nel medioevo è passato attraverso varie trasformazioni o corruzioni.

Intitolazione

Nei vecchi documenti che attestano la presenza della chiesa essa è nominata con questi titoli: S. Maria de Ciupese, oppure Chiupexe, Thiopexe, Teupese, Teops, mai Etiopissa che è una recente corruzione dei precedenti attributi derivanti da particolarità del luogo, dove probabilmente esisteva un guado a cui il titolo collegato alla figura della Madonna nella parlata del tempo potrebbe fare riferimento poiché nelle adiacenze passava il fiume Astico non sempre bene incanalato nel suo alveo che poco più avanti dava luogo al lago Pusterla.

Cenni storici

L’Abbazia di Pomposa

Come si accennava, c’è chi sostiene che sia di origine longobarda, quindi del VI – VII secolo  – e a convalidare tale datazione vengono citati alcuni resti di murature ma soprattutto il famoso pluteo con il bassorilievo dei due pavoni, se associabile alla chiesa. Comunque l’impostazione generale potrebbe benissimo essere del IX – X secolo, con quell’arco a tutto sesto a conclusione della navata, con quegli arconi a sesto acuto senz’altro postumi, ora murati, che probabilmente si aprivano ad una seconda navata più tarda  e con quella soluzione del campanile che insiste su un angolo della chiesetta tra la facciata interna e la parete di destra, soluzione che si ritrova nella pieve di s. Martino di Brogliano datata appunto tra IX e X secolo. In un documento del 1107 viene citata una donazione dei Da Vivaro che avevano gestito la chiesetta come cappella privata all’abbazia benedettina di Pomposa (capella una aedificata in honorem sanctae Mariae quae est posita in villa nomine Teupese) insieme ad alcune terre con tutti i diritti connessi e ad altre cappelle che prima insistevano sul monastero  di san Felice. Comunque i Da Vivaro continuarono ad esercitare una sorta di protezione sulla cappella e sul monastero che piano piano si andava a erigere nelle controversie con altri contendenti e con lo stesso comune di Vicenza che a più riprese tentarono di venire in possesso di quei beni.

Alternanza di splendore, Potere e declino. Il periodo pomposiano

Dopo il Mille l’abbazia aveva il controllo su un territorio abbastanza vasto nei comuni di Monticello C. Otto, Cavazzale, Povolaro, Polegge, Bolzano Vicentino, con proprietà anche di carattere edilizio. In seguito alle ribellioni dei contadini, che usurparono beni appartenenti all’abbazia su cui lavoravano, come del resto era successo in altre situazioni, ci fu un impoverimento, tanto che l’abate Giovanni da Modena cercò in tutti i modi di rientrare in possesso di quelle terre, ma gli andò male e ne fu cacciato. L’esperienza monastica nel Trecento andò incontro ad un periodo piuttosto turbolento con accuse rivolte ai monaci di non condurre una vita moralmente ineccepibile, tanto che ci furono intromissioni di autorità esterne, tra esse anche quella pontificia, per togliere il monastero alla giurisdizione di Pomposa e tentare di restaurare  un minimo di conduzione monacale accettabile. Alla fine la spuntò il Capitolo della cattedrale che assegnò il complesso a religiosi laici, a causa anche della crisi che aveva investito i Benedettini, con l’impegno di provvedere ad una attenta manutenzione. Soltanto quando, verso la metà del Quattrocento, Pomposa che, nonostante tutto in qualche modo si riconosceva ancora come casa madre, decise di disfarsi definitivamente di alcuni monasteri, e tra essi quello di santa Maria, le cose cominciarono a cambiare, con l’assunzione di responsabilità da parte di coloro che ne avevano assunto l’affido e con l’attenta supervisione dell’abate Marco Vitriano del convento un tempo degli Agostiniani, poi dei Canonici Lateranensi di san Bartolomeo.

Il periodo Lateranense

Chiostro di San Bartolomeo, ora Ospedale cittadino

Comunque il monastero continuò ad esercitare la propria giurisdizione su estensioni piuttosto vaste del territorio e la chiesa divenne il centro religioso del villaggio dove esercitava le funzioni religiose un prete su mandato di privati o dello stesso Vitriano. E’ il periodo che vide importanti ristrutturazioni della chiesa, la stesura di alcuni affreschi e la costruzione del nuovo bellissimo portale sul lato sud che riporta l’iscrizione: “MARCUS VITRIANUS ABAS HOC OPUS FI FECIT MCCCCLXXXIII”. Poco dopo l’abbazia, passò sotto il diretto controllo del monastero di san Bartolomeo che la tenne per diverso tempo; tra le altre incombenze il complesso doveva essere tenuto in ordine e vi doveva essere mantenuto un sacerdote per i riti religiosi. Nel frattempo alcune terre di pertinenza dell’abbazia di santa Maria divenivano proprietà del convento di san Bartolomeo.

La soppressione e il declino

L’abside della Chiesa
di Santa Maria etiopissa

Nel 1771 la Repubblica di Venezia soppresse il monastero di san Bortolomeo, a cui santa Maria Etiopissa era stata aggregata, i cui possedimenti vennero in parte ceduti a privati e in parte incamerati dal comune di Vicenza che in seguito insedierà nel monastero l’ospedale cittadino. Ad un certo momento un Cordellina venne in possesso di tutti i beni dell’abbazia di santa Maria; in seguito li cedette ad altri privati i quali poco si curarono di mantenerli in ordine tanto che adibirono la chiesetta, che nel frattempo era molto mal ridotta, ad usi profani. In uno stato pietoso fu trovata nel 1891 da una commissione che si era prefissata lo scopo di un suo recupero e di cui faceva parte mons. Giobatta Cavedon che così si esprimeva: “Oratorio alla Badia di proprietà del Signor Gonzati. Chiesa di metri circa 10 per 7 di larghezza, con abside ed altare con tre statue in pietra. Si leggono due iscrizioni ai lati. L’una dice: Marcus Vitrianus Abas Ordini Nigrorum S.ti Benedicti; e l’altra: Bart. Vitrianus Canonicus regualaris S.ti Augustini. Sulla erta della porta laterale si legge: Marcus Vitrianus hoc opus fieri fecit 1474. Vi ha un campanile con due campanelle. La chiesa era assai più grande, ma fu impicciolita forse da circa un secolo fa. È affatto spoglia, tranne tre o quattro panche di abete tutte logorate. Il coperto presso il campanile è maleandato, per cui vi penetra la pioggia. Son più di 40 anni che non vi si cele-bra la S. Messa. Si ritiene che nei secoli passati fosse quella una Badia (di cui porta ancora il nome) di frati Benedettini od Agostiniani”. Nel 1921 intervenne la Soprintendenza di Venezia per tutelare la chiesa che però continuò a degradare per la poca cura dei proprietari che nel tempo si alternarono, e fu anche depauperata di alcuni elementi di una certa importanza. Vista la situazione la parrocchia di Polegge decise di intervenire e con decisivi contributi del Comune e della Diocesi fu recuperata nella struttura e negli affreschi. Fu riconsacrata dall’allora vescovo di Vicenza, mons. Rodolfi, come riportato da una epigrafe che fu collocata a ricordo con queste parole: “Questo antichissimo sacello della distrutta abbazia di Santa Maria Etiopissa, dall’uso profano redenta al culto divino, restituì Ferdinando Rodolfi vescovo vicentino 1933”.

La chiesa

Attualmente la chiesa, posta in un ambiente verdeggiante, esternamente si presenta in stato di degrado e abbisognerebbe di un intervento di consolidamento dell’opera muraria, soprattutto all’esterno. E’ di forma rettangolare con copertura a capanna e munita di abside che, come tutte le chiese del periodo, è volto ad oriente. La facciata mostra un aspetto piuttosto particolare con il campanile completamente  incorporato nella fabbrica, molto alto rispetto all’edificio, terminante con delle bifore nella cella campanaria; in un primo momento, forse la facciata terminava con un timpano aperto che poi fu modificato per appoggiarlo alla struttura campanaria. Poco sotto quello che in origine costituiva il vertice del timpano si apre un occhio piuttosto piccolo e sotto ancora la porta di accesso  principale. La parete meridionale si presenta molto rimaneggiata, con i due arconi ogivali, ora tamponati,  che un tempo si aprivano su una seconda aula, una seconda navata per avere più spazio a disposizione. Entro il tamponamento del primo arcone si apre il bellissimo portale probabilmente riposizionato in quello spazio ed una finestra, mentre entro il tamponamento del secondo arcone è collocata una finestra. Il portale è molto bene scolpito, con molto gusto e sensibilità, nella pietra dei colli Berici e riporta la data 1474. Ben visibile è l’abside semicircolare che al centro presenta una finestrella ad arco, ed è più basso rispetto al corpo della chiesa. Il lato settentrionale è completamente chiuso, con due contrafforti a rafforzarne la struttura. L’interno è ad unica navata, con copertura a capriate e catino absidale introdotto da un arco a tutto sesto sorretto da due spallette. Nell’angolo sud est l’aula presenta una particolarità riscontrabile in pochissime altre chiese, e tra queste la chiesa, un tempo pieve della valle dell’Agno, di san Martino di Brogliano, e cioè il campanile parte direttamente di lì, avendo il muro che guarda ad occidente in continuazione della muratura della facciata, il muro meridionale gravante sulla parete sud, mentre gli altri due muri sono sostenuti da due archi interni alla chiesa poggianti da una parte uno sulla controfacciata, l’altro sulla parete interna di destra mentre  al loro incrocio ad angolo retto tutto interno alla chiesa sono retti da un pilastro il cui capitello presenta delle decorazioni geometriche piuttosto insolite. Nella controfacciata vi sono la porta di accesso e un piccolo occhio che dà luce all’aula; nella parete le due grandi arcate ogivali entro cui sono situate, nella prima la porta che all’esterno presenta il magnifico portale ed una finestra, nella seconda una finestra. La parete nord non ha aperture. Come si è detto, il piccolo abside è semicircolare ed ha una finestra centrale che convoglia la luce sull’altare. Il pavimento è in cotto veneto.

Il pluteo dei pavoni

Opere d’arte

A parte il pluteo dei pavoni che peraltro ora si trova al museo diocesano di Vicenza e a parte il portale meridionale, due opere ben conservate, altre, soprattutto gli affreschi si presentano molto deteriorati e monchi, sebbene siano stati fatti oggetto di restauro anche di recente. Il pluteo con i due pavoni che si affrontano davanti ad un contenitore in cui stanno per abbeverarsi, inseriti entro una cornice di cerchi concatenati sovrapposti ad una teoria continua di losanghe  è di marmo greco. Davanti le zampe di ciascuno dei due animali è posto un piccolo vegetale, un fiore, poiché mostra, o sembra mostrare due stami con relative antere, mentre sotto la coda di ciascuno una coppia di “sole della Alpi”. Così si esprimeva il dotto prelato Attilio Previtali a riguardo del pluteo: “Il pluteo, in marmo greco, misura cm75 di altezza, cm 125 di lunghezza e cm 9 di spessore, ed è munito nei lati corti di due incompleti listelli d’incastro … è il più importante pezzo della preesistente cultura “classica” a Vicenza in periodo alto-medioevale. Va notato il fatto della contemporaneità dell’opera con la produzione di arte longobarda”. Diverse le interpretazioni di altri studiosi, alcuni vi vedono chiari elementi paleocristiani, altri lo collocano, o per lo meno lo interpretano alla luce di influssi bizantini e ravennati. Neppure la funzione è molto chiara: un pluteo, una lastra tombale o la copertura, se non la faccia di un sarcofago?

Il portale della parete meridionale

Come già abbiamo detto, il portale porta la data del 1474, quindi siamo in un periodo che comincia a sentire gli influssi di una nuova stagione culturale che sta avanzando dopo il periodo gotico che, anche a Vicenza, seppure in ritardo, ha lasciato notevoli testimonianze sia in ambito religioso che civile. Per intenderci, siamo nel periodo in cui operava Lorenzo Da Bologna, un insigne architetto che segnò un momento di cambiamento radicale rispetto ai canoni del gotico, con la ricerca di armoniose relazioni tra le varie parti di un’opera e di pulizia concettiva prima ancora che posta in atto in una realizzazione; per intenderci siamo ai preludi del Rinascimento. Il portale di santa Maria Etiopissa risente in modo impressionante di questo nuovo clima, con una realizzazione molto equilibrata, armonica, ricercata nella sua impostazione classicheggiante, piena di attrattiva con i suoi motivi floreali: è un’opera di sapiente dosaggio degli elementi, di grande misura e gusto artistico.

Gli affreschi

Affreschi della controfacciata

E veniamo agli affreschi, meglio a quello che resta degli affreschi che un tempo evidentemente ricoprivano tutte le pareti della chiesa. Sono tutti molto interessanti, sia per il periodo in cui sono stati eseguiti, sia per la rappresentazione iconografica. Quelli che compaiono nella controfacciata e in alcuni settori delle due pareti laterali sono riconducibili ai secoli XII e XIII, mentre quelli sulla parete che dà al catino absidale sono del XV secolo. Nella controfacciata, entro una cornice compaiono due figure maschili, probabilmente  dei patriarchi che tengono in braccio  tre piccoli personaggi ciascuno, mentre il resto dell’affresco è andato perduto (da notare che la cornice sembra continuare anche sotto il corpo del campanile che inizia proprio a quell’altezza, perché non vi compare la chiusura, segno quindi che il campanile è una costruzione più tarda). Stilisticamente e in considerazione dell’abbigliamento delle figure  sembrano attribuirsi ad una cultura che si rifà a modelli bizantini. Gli affreschi della parete settentrionale sono molto frammentari per potere esprimere un parere sia dal punto di vista iconografico che stilistico: nel primo lacerto sembra individuarsi un cavaliere abbattuto, steso sulla groppa di un cavallo, la sua testa poggia sul deretano del destriero mentre le gambe ne attorniano il collo, più vanti compare uno scudo e sullo sfondo  una muratura; il secondo mostra la parte inferiore di un personaggio in atto di camminare: che cosa stia realmente però facendo è difficile a dirsi.

Personaggio femminile in trono
sulla parete meridionale

Anche la figura femminile in trono che si trova sulla parete meridionale, praticamente sotto la base insistente sul muro dell’arco interno che sorregge il campanile risente dei modelli bizantini, sia per il portamento ieratico del personaggio rappresentato, sia per la ricchezza delle vesti. Come più sopra si diceva, gli affreschi sulle spallette che sorreggono l’arco a conclusione della navata e sopra l’arco stesso sono del Quattrocento: su quella di sinistra è rappresentato Barnaba Vitriano, mentre su quella di destra Marco Vitriano, come ricordato nelle scritte riportate da mons. Cavedon. Nello spazio ai lati dell’arco è rappresentata l’Annunciazione. Eleganti si presentano  la decorazione dell’arco stesso e la fascia decorativa che corre in alto, al termine della parete, là dove ha inizio la copertura. Altri affreschi del quindicesimo secolo compaiono sulla parete nord, tra cui una Madonna in trono con Bambino attorniata da san Cristoforo e da santa Lucia. Il dipinto è abbastanza bene conservato.

La vita religiosa

Come per molti altri monasteri, la vita religiosa si è svolta tra alterne vicende: ci sono stati momenti di grande afflato nella conduzione dell’esperienza monastica, soprattutto quando priori carismatici hanno saputo con sapienti interventi dare delle direttive precise, agevolati in questo da quanto avveniva nelle sfere ecclesiastiche più alte e rappresentative, ma anche dallo stimolo che proveniva dall’ambiente esterno, e momenti  in cui invece, con l’affievolirsi dell’ispirazione originaria dei padri fondatori dell’ordine cui i monaci appartenevano e con l’indebolirsi della fede tutto andava incontro a decadenza. Anche il fatto che alcuni ordini ad un certo momento sono stati soppressi o sono andati incontro ad un seppur lento declino, ha avuto come conseguenza un attenuarsi nell’impegno religioso e, a volte anche un abbandonarsi a forme piuttosto discutibili di conduzione di vita. Inoltre non sempre la comunità è stata formata da religiosi, a volte la custodia del complesso abbaziale è stato assegnato a dei laici che non sempre hanno rispettato gli impegni che si erano assunti all’atto di accettare l’incarico. Nei momenti in cui, e sono stati i  più numerosi l’abbazia si mostrò esempio di fervore religioso e di impegno verso coloro che ad essa potevano fare riferimento, divenne centro di attrazione e momento propulsivo per tutto il territorio circostante, per coloro cioè che vedevano in essa il punto attorno a cui tutta la vita della contrada che l’attorniava e del villaggio si muoveva.

Federico Cabianca