Padova Urbs picta: capitale artistica del Trecento

Abstract

L’idea che i cicli pittorici del Trecento dovessero essere considerati unitariamente aveva trovato, sin dai primi decenni del 1400, un importante interprete in Michele Savonarola, che scriveva che la città di Padova era divenuta, da diversi anni, oggetto di veri e propri pellegrinaggi da parte di personalità provenienti da varie città italiane e europee. Quel che rileva è proprio il fatto che i vari pittori citati dal Savonarola: Giotto, Guariento, Giusto de’ Menabuoi, Jacopo Avanzi, Altichiero da Zevio venivano assunti nella loro unitarietà, nel loro insieme, come se costituissero un corpo unico.

Il 24 luglio 2021 l’Unesco ha riconosciuto il grande valore artistico e culturale dei cicli pittorici del Trecento padovano, decretandone l’inserimento nella World Heritage List.

Padova, Palazzo della Ragione, il Salone (Foto Antonio Fiorito)

Le premesse

Padova, Cappella degli Scrovegni
Giotto, Strage degli Innocenti
(Gabinetto fotografico del Comune di Padova)

Il 24 luglio scorso, finalmente, l’Unesco ha riconosciuto il grande valore artistico e culturale dei cicli pittorici del Trecento padovano, decretandone l’inserimento nella World Heritage List. Si è trattato di un’operazione complessa: la Cappella degli Scrovegni, sin dal 1996, era infatti entrata a far parte della Tentative List. Ma era mancata la capacità, e forse anche la determinazione, per candidare l’intero Trecento patavino: la sola mossa vincente. Sono passati molti anni da quando, nel lontano 2012, d’intesa con l’allora Direttore dei Musei civici, Davide Banzato, convocai in assessorato Giorgio Andrian, esperto in progettazione Unesco. Ricordo come gli dissi che ritenevo debole, se mi è concesso dirlo, la sola candidatura della Cappella. Nell’agosto del 2009, del resto, l’Assessorato alla Cultura aveva predisposto un documento denominato Padova Carrarese, oggi negli Archivi del Comune, dove veniva delineato il progetto, che poi sarebbe stato definito in termini di Urbs picta. L’occasione era stata determinata dalla grande Mostra dedicata a Guariento: “verranno coinvolti – si legge  – i soggetti che partecipano alla creazione del circuito trecentesco”, che si indicavano nella Diocesi di Padova, nel Convento e nella Basilica del Santo, nell’Accademia Galileiana, oltre, naturalmente al Comune. In effetti la Grande Mostra su Guariento era stata anche l’occasione per raccontare “Guariento e la Padova Carrarese”, cui veniva dedicata una specifica sezione. Ovviamente, i luoghi individuati quali snodi del percorso erano ben definiti: oltre alla Cappella degli Scrovegni, la Chiesa degli Eremitani, il Palazzo della Ragione, la Reggia Carrarese, la Cappella di San Giacomo, il Battistero del Duomo, l’Oratorio di San Giorgio e l’Oratorio di San Michele. La Mostra su Guariento andava di pari passo con il recupero del Castello Carrarese, che, non appena restaurato, ci si adopererà per inserirlo nel sito seriale Unesco, grazie ai suoi importanti cicli affrescati: “La Mostra – si legge – costituirà anche il primo passo per una stabile messa in rete dei cicli di affreschi e dei monumenti carraresi, secondo un circuito di comunicazione e bigliettazione comuni”. Insomma il Progetto era ben delineato nei suoi confini. Devo dare atto che il Consiglio Comunale appoggiò la nostra azione. Venne infatti approvata una importante mozione a sostegno della candidatura Unesco (primo firmatario e estensore l’amico Giuliano Pisani), che prevedeva la messa in rete di 7 siti, escludendo il Palazzo della Ragione, che, invece, a ragione, ho sempre considerato strategico.

Unitarietà dei cicli pittorici

Padova, Oratorio di San Giorgio
Santa Caterina liberata dagli Angeli dalla tortura della ruota
(Gabinetto fotografico del Comune di Padova)

L’idea che i cicli pittorici del Trecento dovessero essere considerati unitariamente aveva trovato, del resto, sin dai primi decenni del 1400 un importante interprete in Michele Savonarola, che scriveva che la città di Padova era divenuta, da diversi anni, oggetto di veri e propri pellegrinaggi da parte di personalità provenienti da varie città italiane e europee. Non si trattava però di un pellegrinaggio di matrice religiosa, nel suo Libellus de magnificis ornamentis regie civitatis Padue, per la prima volta, in modo così sistematico, veniva infatti espresso un giudizio decisamente positivo sull’insieme degli artisti e sulle opere che avevano segnato il secolo da poco trascorso: il 1300. Quel che rileva è proprio il fatto che i vari pittori citati dal Savonarola: Giotto, Guariento, Giusto de’ Menabuoi, Jacopo Avanzi, Altichiero da Zevio venivano assunti nella loro unitarietà, nel loro insieme, come se costituissero un corpo unico. Certo, a Giotto veniva attribuito lo status di princeps, in quanto allo stesso tempo il primo e il più grande tra gli artisti che avevano operato nella sua Città. Ma, agli occhi di Savonarola, le opere dei vari pittori che avevano segnato la Padova del Trecento, costituivano una vera e propria pictorie studium: questa è l’espressione che lui utilizzò e che si potrebbe tradurre – come scrive Baggio –  in “università della pittura”. In definitiva il passaggio per Padova, veniva a costituire una sorta di pellegrinaggio culturale: per studiare, apprendere, confrontarsi con il modo moderno del dipingere bisognava recarsi a Padova, dove l’arte pittorica, intesa nella sua duplice dimensione di arte pratica e nello stesso tempo intellettuale, non distante dalla scienza, aveva toccato i suoi vertici.

Giotto nella Padova del Trecento

Nella Padova del Trecento, con Giotto e i giotteschi, era avvenuta in effetti una vera e propria rivoluzione culturale, si era assistito ad un mutamento di paradigma: lì era iniziata l’arte moderna. Già ai contemporanei non era sfuggito il vero e proprio salto di qualità: Cennino Cennini, nel suo Libro dell’Arte del 1390, redatto proprio a Padova, in modo, a dir poco, significativo, rimarcava questa soluzione di continuità affermando che Giotto “rimutò l’arte di greco in latino e ridusse al moderno”.

Padova “meravejosa” patrimonio dell’Unesco

Padova, Battistero della Cattedrale
Giusto de’ Menabuoi, interno della cupola
(Gabinetto fotografico del Comune di Padova)

Una cosa è doveroso precisare: il successo della candidatura è stato il risultato un gioco di squadra collettivo. Sono state coinvolte varie personalità della politica, da Zanonato a Ivo Rossi, da Bitonci e Giordani, il Ministro Franceschini, l’ex Assessore Flavio Rodeghiero, che introdusse l’espressione Urbs picta, intellettuali come Giovanna Valenzano, Davide Banzato e Giovanna Baldissin, funzionari come Federica Millozzi e Adele Cesi del Ministero della Cultura, il Prefetto Renato Franceschelli, l’Ambasciatore Italia presso l’Unesco Massimo Riccardo. Per non dire degli enti proprietari dei siti: Comune, Diocesi, Basilica del Santo, Accedemia Galileiana. Tutti protagonisti che hanno fatto tesoro dell’intuizione di Gigi Vasoin che, in un suo libro del 1994, Padova Carrarese, teorizzava già la creazione di una rete tra i capolavori del Trecento. Protagonisti contemporanei cui si devono aggiungere personalità note e meno note che, nel corsi dei secoli, hanno impedito la distruzione della Urbs picta: si pensi a Pietro Selvatico, a Levi Civita a Antonio Tolomei, protagonisti del salvataggio della Cappella Scrovegni; al Prof. Floriano Caldani che, nel 1819, impedì la distruzione delle tombe carraresi che erano nella perduta chiesa di S. Agostino e che oggi sono, grazie a lui, agli Eremitani; al nobile Soranzo che impedì la distruzione dell’Oratorio di San Michele; o ancora a Ernst Forster, pittore-studioso, che si prodigò per salvare e ripulire l’Oratorio di San Giorgio, trasformato in carcere da Napoleone, alla stregua del Castello Carrarese.

Insomma, come recitano, con orgoglio cittadino i molti manifesti affissi in città dal Comune per il risultato conseguito, che riprendono un famoso passaggio del Trecento, su Padova “meravejosa”, possiamo rivendicare di essere finalmente  e compiutamente Patrimonio Unesco.

Andrea Colasio
Assessore alla Cultura e al Turismo
del Comune di Padova

Padova, Oratorio di San Michele, interno, veduta dall’ingresso principale (Foto Antonio Fiorito)