“Tu chantes ma chanson” – Visitando l’antica biblioteca di Praglia sui Colli Euganei

Abstract

L’abbazia di Praglia, sorta tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo alle pendici settentrionali dei Colli Euganei, custodisce al suo interno, nella sapiente distribuzione degli spazi architettonici, degli autentici gioielli, tra i quali possiamo annoverare la biblioteca monumentale sita nella parte superiore del chiostro pensile.

L’assente fa scrivere…
Ciò che dovrebbe esserci non c’è.
(Michel de Certeau in Fabula Mystica)

La Biblioteca e i suoi tesori

La scala settecentesca che porta alla biblioteca (Foto A. Fiorito)

La Biblioteca si raggiunge salendo dapprima una scala settecentesca, ove si possono ammirare dei reperti medioevali, poi si attraversa uno straordinario portale quattrocentesco decorato con candelabre di fiori, frutta e uccelli assieme a capitelli con coppie di grifoni per giungere infine sulla soglia della… sancta sanctorum ove vengono custoditi con religiosa cura volumi antichi e moderni, di grande formato o anche piccolissimi (celebre il libro-mosca nel quale è scritto il Pater noster in sette lingue). L’impatto è emotivamente coinvolgente. Lo sguardo non sa dove posarsi. In alto, il soffitto è decorato con tele di Gian Battista Zelotti secondo un preciso disegno iconografico, che vede nell’ottagono centrale l’allegoria della Fede affiancata da due riquadri con i Padri della Chiesa Latina: Girolamo, Gregorio Magno, Ambrogio e Agostino. Il messaggio è chiarissimo: la fede va trasmessa (Gregorio e Girolamo) e difesa (Agostino e Ambrogio).Tutto attorno abbiamo poi icone veterotestamentarie, che ricordano – per stare ad una suggestiva immagine paolina – come l’oleastro sia innestato sull’ulivo ossia come la fede cristiana scaturisca dal ceppo ebraico (cf. Rom 11,16-24). Ai quattro angoli invece troviamo le Sibille Samia, Tiburtina, Cumana e Eritrea. Insomma, il Cristo è stato profetato anche dal mondo pagano (chi non ricorda la IV egloga di Virgilio sul “pargolo nascente”?).

Dispersione dei libri antichi e ricostituzione del fondo librario

La grande scaffalatua a parete del 1700 (Foto A. Fiorito)

La scaffalatura a parete (1700), su due piani, custodisce parte dei libri di storia, arte, letteratura, teologia e filosofia che costituiscono il patrimonio dell’intera biblioteca monastica (più di 100.000 volumi). Naturalmente, a causa delle soppressioni Napoleoniche (1810) e delle leggi sabaude (1867) l’antica eredità libraria è stata dispersa e quindi irrimediabilmente perduta. Significativamente, quando i monaci tornarono a Praglia (1904), Antonio Fogazzaro, felicissimo per la riapertura dell’antico centro monastico, da lui ricordato nel romanzo Piccolo mondo moderno (1901), lasciò alla sua morte (1911) una parte dei suoi libri per ricostituire un fondo librario, memore, forse, dell’antico detto medioevale: Claustrum sine armario est quasi castrum sine armamentario. E qui sorge spontanea la domanda: come intendevano gli antichi la biblioteca? E quindi quale messaggio viene a noi visitando questi luoghi? Il discorso potrebbe essere lungo, ci soffermiamo solo su due aspetti.

L’antichità

(Foto A. Fiorito)

Si narra che Ecateo di Mileto (550 a.C.-476 a.C.), famoso per le sue Storie d’Egitto, avesse un grande desiderio: visitare il Ramesseum, il celebre mausoleo di Ramesse II. Varcata la soglia, dopo essere passato per peristili, sale, e stanze varie si fermò stupito davanti ad un portale su cui c’era una scritta: psychès iatreion («luogo della cura dell’anima»). Ma cos’era mai questo luogo? Era la biblioteca di Ramesse. Sì, per gli antichi, i libri erano una sorta di medicinale e le biblioteche delle cliniche dello spirito. Non per nulla Federico il Grande nel 1780 sul frontone della Biblioteca Reale di Berlino aveva fatto scrivere: Nutrimentum Spiritus. Prima ancora di lui, però, mi piace qui ricordare Niccolò Macchiavelli, il quale, in una lettera all’amico Francesco Vettori (siamo verso il 1513), confidò che per rifarsi dalle amarezze e dagli insuccessi politici (non era riuscito a riportare la Repubblica a Firenze, perché i Medici con Leone X avevano ripreso il potere) venuta la sera «mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittorio e sull’uscio mi spoglio della veste quotidiana, piena di fango, e mi metto panni regali ed entro nelle antiche corti degli antichi uomini (i classici)…e mi pasco di quel cibo che è solo mio e per il quale io nacqui». Qui non siamo più nelle sterminate sale delle biblioteche, con migliaia di volumi, codici e pergamene, ma tra le pareti domestiche, le quali anche loro ospitano i testi dei classici latini e greci, la lettura dei quali provoca nel Nostro serenità e pace.

Il vero libro

Il chiostro pensile dell’Abbazia (Foto A. Fiorito)

Ma il vero libro, ed è il secondo aspetto, è il libro dell’Assente – come osservò acutamente Edmond Jabès. È l’Assente che fa scrivere, perché è l’assenza che pone l’uomo in ricerca di quel Senso che non solo unifica ma anche orienta il cammino verso una misteriosa conoscenza e pienezza. Il Senso sollecita e inquieta l’uomo, il quale verga i segni che l’hanno captato. Certo, nella consapevolezza, come amava dire Ungaretti, che «la parola scritta (graphé) non saprà mai dare il segreto, ma solo avvicinarlo». Per cui, il libro, in quanto memoria del Senso ultimo che parla, è solo signum che rimanda ad un Oltre. Nelle sue Chansons pour le Repas de l’Ogre, scriveva Jabès: «Non sono un poeta della notte. Sono, dove sorridi, il tuo sorriso; laddove piangi la vespa meravigliata delle tue lacrime. C’è tutta la linfa del mondo sulle tue labbra. Ed è bene che una volta svegliato tu canti la mia canzone…». Tu chantes ma chanson… conclude il Poeta. Non è quello che fanno i monaci benedettini nella veglia notturna con la loro laus perennis? Ecco la dolce melodia che risuona nel cuore di chi scende silenziosamente le scale dell’antica biblioteca di Praglia.

Sandro Carotta