“Fons Aponi”: testimonianze degli scrittori antichi, il mito, la storia

Abstract

Il sito conosciuto come fons Aponi era molto rinomato fin dai tempi antichi, anche se gli studiosi si dividono sulla sua esatta ubicazione e sulla sua funzione, forse soprattutto oracolare. I romani, espertissimi in idraulica, sfruttarono l’azione terapeutica delle acque termali con la costruzione di un complesso di thermae di cui ancora oggi si possono vedere i resti nel comune di Montegrotto. Ne hanno scritto, a volte con meraviglia, storici e poeti da Tito Livio a Svetonio, da Marziale a Cassiodoro fino ai moderni.

Re Teodorico

Re Teodorico, almeno nelle prime fasi del suo regno, coltivò il sogno di una pacifica convivenza e di un possibile incontro culturale tra mondo romano in declino e mondo germanico in ascesa. Il sogno si infranse contro l’intransigenza delle fazioni più dure e facinorose delle due parti che sostennero l’impossibilità di una conciliazione. Cassiodoro, suo consigliere, attorno al 510 su incarico del sovrano inviò una lettera con queste parole:

    …”Se vogliamo conservare, a decoro della nostra discrezione, le antiche cose prodigiose che ci sono state tramandate, poiché sono accrescimento della gloria del regno, sicché ai nostri tempi non vengano sminuite del loro valore, non vale veramente la pena di restaurare anche quello che offre alla nostra vista? Mi piace ricordare la potenza della fonte salutifera di Apono; perché tu possa capire da quanto desiderio sia preso di far restaurare quel luogo che non riesco a dimenticare… E perché la stabilità di quegli edifici sia consolidata, se nelle terme e nei cunicoli c’è qualche cosa da riparare, provvedi immediatamente… Ripara anche il palazzo danneggiato dalla lunga vecchiaia, con un efficiente restauro… Ed i cespugli che crescono per un abbandono complice,

vengano strappati, affinché le piccole e sottili radici, diventando a poco a poco più grosse non penetrino nelle fondamenta… e così la connessione delle pietre, allentandosi, provochi crolli. E lo spazio che sta tra l’inizio della fonte ardente e il palazzo pubblico, liberalo dalla silvestre asperità…”.

Lettera all’architetto

Con questa lettera diede mandato all’architetto Aloisio di Padova di restaurare gli edifici in decadenza attorno al sito termale conosciuto come fons Aponi, perché aveva ben presente non soltanto la funzione economica e curativa che esso svolgeva, ma anche il grande valore simbolico che rappresentava fin da tempi antichissimi. Siamo in una terra, quella veneta, fortemente toccata dal mito e dalla storia. Seguendo Euripide e Ovidio alla foce del Padus planò Fetonte dopo avere perduto il controllo del cocchio solare del padre portando fuoco e distruzione sulla terra; secondo Apollonio Rodio alla sorgente del Timavo si arenarono gli Argonauti dopo avere rubato con Giasone il vello d’oro a Eeta; nell’Eridano consultò le ninfe Eracle prima di intraprendere il viaggio per il giardino delle Esperidi, per rubare le mele d’oro. Proprio qui sul monte Jeronis egli stesso eresse il culto al dio Gerione fondando l’omonimo oracolo che dava responsi in sintonia con l’altro sito oracolare, quello del dio Apono, tanto che poi i due culti quasi si unificarono. A questi miti si deve aggiungere il mito di Antenore che, dopo la guerra di Troia, si pose alla testa del popolo degli Eneti che in quel conflitto avevano perso il loro re Pilemene e li guidò in una lunga marcia per giungere tra le rive dell’Eridano, dell’Athesis, dell’Erettenio sulle cui sponde fu fondata la nuova città, Padua. Ai lidi veneti approdò pure il principe Cleonimo, cacciato da Sparta; egli, seguendo il corso del Medoaco (l’attuale Brenta) giunse fino a Padua e qui subì una rovinosa sconfitta ad opera soprattutto della gioventù padovana e fu costretto a tornare sui suoi passi.

Anche se il mito parla del mons Jeronis, da alcuni identificato nell’attuale Montirone, e se su detto colle furono rinvenuti i resti di un piccolo edificio sacro, non è qui che si deve ricercare l’antico sito delle acque curative, stando agli autori antichi, perché è presso il colle Montagnone che si sono trovati reperti decisivi: i ruderi di un grande edificio qui sono stati rilevati prima della costruzione dell’attuale duomo di Montegrotto.

Per cogliere come poi il culto di Gerione legato ad Ercole si sia potuto imporre si dovrebbe ipotizzare una sovrapposizione ad un culto locale preesistente, cioè alla presenza di un dio ctonio, in pratica un demone, che poteva aver trovato ospitalità nelle innumerevoli grotte

Nei secoli la distinzione tra il culto a Gerione misterioso dio oracolare, i cui sacerdoti profetizzavano attraverso le acque termali che sgorgavano dalle viscere della terra, sede del dio, e al dio Apono, il nume tutelare delle acque e protettore del fenomeno termale, si confuse e non fu così netta.

I resti

Di questi resti e delle statue di marmo che erano state rinvenute oggi non rimane più nulla anche se se ne tramanda il ricordo e ne è testimonianza una vecchia foto che riprende il luogo prima della costruzione della chiesa. Sempre nelle vicinanze del colle fu scoperto un grande bagno, con ogni probabilità collegato alla vicina fonte da cui riceveva le acque sulfuree, anche questo comunque distrutto in tempi recenti e ricoperto dal terreno; qui sono state ritrovate numerose tessere vitree di mosaico che, come si usava, erano poste sul pavimento e sulle pareti delle vasche. Di questo ci parlò lo stesso Cassiodoro nella lettera più sopra richiamata che è senz’altro il documento più attendibile tra tutti quelli che ci sono pervenuti sul fenomeno: “Questa piscina, per merito del suo artefice, che le ha dato il nome (Nerone: n.d.a), è collegata con il colore verde delle tessere, tanto che essa trasparente per il colore del vetro, sembra, quasi, muovere le onde”.  Cassiodoro ci parla anche della presenza di un palazzo imperiale: “Ripara anche il palazzo danneggiato dalla lunga vecchiaia…” che ho riportato nella citazione iniziale e che probabilmente è da riconoscere nei ruderi che erano stati scoperti prima della costruzione della parrocchiale. Aggiungeva ancora Cassiodoro: “Ecco che vediamo che questi vapori infuocati provocano una sostanza molle … e da essa non solo si acquista un delizioso piacere, ma anche si riceve una benefica medicina. Così una cura senza tormento, un rimedio senza paura, salute senza sacrificio, bagni indicati contro i diversi dolori del corpo…” E conclude: “E chi non può prendere cura di questo luogo, anche se grettamente indifferente? Onora infatti il regno quello che in maniera eccezionale è stato nominato in tutto il mondo…” dando testimonianza con questo della vasta notorietà che la fons Aponi aveva nell’antichità.

Molti altri autori nei loro scritti lasciarono preziose testimonianze su questi luoghi, in primis il padovano Tito Livio, che, in un passo andato perduto, ripreso da Plutarco, riferiva che l’oracolo aveva previsto l’andamento della battaglia di Farsalo avvenuta il 9 agosto del 48 a.C. tra l’esercito del console Gaio Giulio Cesare, rappresentante della fazione dei populares e quello di Gneo Pompeo Magno leader degli optimates, compreso l’esito finale che arrise a Cesare e che ne decretò l’inarrestabile ascesa. Questo responso fu poi ripreso da diversi altri autori. Anche il naturalista Plinio si interessò delle acque della zona termale aponense rilevando la presenza di herbae virentes, con molta probabilità delle alghe, mentre diede la sua testimonianza sulle proprietà curative delle acque stesse. Un altro autore che ha fatto riferimento a Gerione e lo collegava al dio Apono è Svetonio.

Claudiano

Poeti famosi nei loro versi, ma in alcuni casi in modo indiretto, richiamarono la presenza della famosa fonte, come Marziale, Silvio Italico che ripropose la presenza di un caeruleus lacus di cui parlarono in seguito anche Ausonio, Ennodio vescovo di Pavia, Sidonio Apollinare vescovo, Aulo Gellio. Il carme che in modo più esteso e con più efficacia espositiva, e con grande finezza stilistica, si soffermava in una descrizione incantata del luogo è di Claudiano, un poeta di Alessandria d’Egitto giunto in Italia al seguito degli imperatori Onorio e Arcadio; di questo componimento, per la bellezza che ne emana riportiamo alcuni versi:

…Più bassa di un colle, ma piuttosto elevata
rispetto alla campagna circostante, con notevole giro,
dolcemente si gonfia un’altura ricca d’acqua bollente;
dovunque l’acqua scava caverne, l’acqua che sgorga dal fuoco.
Il suolo molle ansima e racchiusa sotto la pomice
ribollente l’onda scava le vie screpolate.
Qui c’è l’umida ed infiammata regione di Vulcano: qui la ricchezza
della terra è il regno infuocato della plaga solforosa.
Chi non crederebbe che il terreno fosse sterile? Ma germina
il prato tra il fumo; la roccia bruciata è ricoperta d’erba.
E, benché le due rocce così si disgreghino per il calore
l’erba temeraria verdeggia disprezzando il fuoco.
Grandi solchi scavati nel marmo
tagliano in maniera obliqua la roccia spezzata.
Si mostra il tracciato dell’aratro di Ercole.

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(L’acqua) sparge ovunque la sua ricchezza e seguendo l’arte
dove vollero gli uomini, là dirige il corso tortuoso
e scorre con rapidità e bollente sotto i ponti
ben connessi ne tempra con il mobile fuoco le volte.
Più acre all’interno, con rumore della roccia assordante
esce un vapore che è sottratto al fiume.
Qui i malati accorrono alle fosse sudifere.

Alle quali i lunghi ozi hanno dato un piacevole fresco… Difficilmente potrebbero esserci versi più incisivi per descrivere un fenomeno come quello delle acque termali che, sgorgando dalla fonte, vengono convogliate nelle vasche a cui le persone possono accedere per trovare sollievo ai loro mali.

Federico Cabianca

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