Gianfranco Cecchele, un Pollione padovano che conquistò il mondo

Abstract

Gianfranco Cecchele (1938-2018) è stato uno dei più grandi tenori italiani e uno dei maggiori interpreti del repertorio verdiano e verista. Partecipò tra l’altro alle edizioni cinematografiche della Cavalleria rusticana di Mascagni direzione di Karajan, regia di Strehler e di Turandot di Puccini e si esibì con successo nei principali teatri del mondo per circa 2000 recite. Sandro Carotta ne traccia un breve ritratto

Il vero tenore

Gianfranco Cecchele

Era di Galliera Veneta, provincia di Padova e diocesi di Treviso. Bisogna sapere che si impose come Pollione, nella Norma del Bellini, per un puro colpo del destino. Nel 1965 Aristotele Onasiss, il famoso armatore greco, legato sentimentalmente alla Callas, volle creare all’Opera di Parigi per la Divina, in difficoltà vocali, un cast tutto di eccezione. Quando però Mario Del Monaco, che doveva interpretare il ruolo di Pollione, venne a sapere che Onassis aveva comprato anche il pubblico si rifiutò di partecipare – perché a tutto c’è un limite – e si ritirò sdegnato. Scattò subito il difficile reperimento di chi potesse sostituirlo e non era un problema da poco perché oltre alla bella voce ci voleva anche una bella presenza. Intervenne Oldani che fece il nome di Cecchele. Quando la Divina lo sentì cantare e lo vide disse in modo lapidario: «Ecco un vero tenore».

L’ascesa nel mondo lirico

E difatti non deluse, anzi fu un enorme successo. Il giovane tenore non prevaricò mai sulla Divina – cosa insolita per i giovani alle prime armi – anzi, cercò di aiutarla smorzando un tantino il suo impeto passionale. Splendido nel suo costume romano, soggiogò il pubblico, come pure fece ottima impressione la sua contenuta gestualità scenica. Ed era solo agli inizi della carriera. Visconti, naturalmente, lo volle subito per il Don Carlo, e la lezione del regista rimase ben impressa nel Nostro. Con questi presupposti, Cecchele interpretò Pollione per ben 140 recite. E in forza di questa esperienza, poteva dare un giudizio sulle varie Norme che si erano cimentate nell’impresa, non certo facile. Della Callas aveva una stima altissima. Per Cecchele, e non solo, la Callas sapeva far percepire l’angelico e il demoniaco dell’opera belliniana tra l’incanto lunare della Casta diva e l’invettiva crudele e atroce di Te sull’aure te sui venti e Tutti, tutti i romani fian distrutti. Leyla Gencer, la Callas dei poveri, come era chiamata, era invece ritenuta interprete di grande prestigio, come pure la nostra Renata Scotto, cha appariva talora negata per quella parte ma che in forza della sua intelligenza riusciva a interpretare magistralmente l’intenzione dell’autore. Cecchele ebbe anche giudizi favorevoli sui vari Pollione, in particolare Gino Penno, dalla voce bronzea e dal bel portamento scenico. Nell’ultimo Pollione, il fisico di Cecchele era ancora possente, forse però più Sansone che eroe belliniano. Ma la voce  era intatta, ancora quella di un tempo.

La vita e la scena

C’è un aspetto che però noi vogliamo qui ricordare in modo particolare. Sulla sua professionalità e sulle sue doti non c’è nulla da eccepire, se non grandi lodi. Sul piano della vita Cecchele è stato un uomo radicato in forti valori al punto da privilegiare sempre la famiglia, la moglie, i cinque figli e i tantissimi amici sulla sua carriera. Insomma, smesso il costume, tornava ad essere se stesso. Non afferma forse Canio nei Pagliacci di Leoncavallo: «Il teatro e la vita non sono la stessa cosa»? Sulla scena  si può essere l’eroe vincente come Radames o l’amante di due donne come Pollione, ma una volta smesso il costume, si deve subito entrare nei panni di ogni comune mortale, assillato da problemi ma anche consolato da gioie. Possiamo riconoscere in questo una certa saggezza veneta che può dir molto anche ai nostri giorni.

Sandro Carotta

Gianfranco Cecchele con Maria Callas in Norma