I molteplici volti di Pietro d’Abano: un sapiente scomodo

Abstract

Lucia Guidorizzi ci presenta un ritratto di Pietro d’Abano, medico, astrologo, filosofo, alchimista e scienziato, traduttore di scienziati e filosofi greci e arabi, docente a Parigi e a Padova e ispiratore di Giotto per il ciclo astrologico di affreschi del Palazzo della Ragione, andati perduti in un incendio nel 1420. Accusato di ateismo dalla chiesa, fu più volte processato e i suoi libri furono messi all’indice. Fu condannato post mortem per eresia e subì l’atroce rito del disseppellimento e del rogo del cadavere.

Pietro d’Abano, un gigante del suo tempo

Pietro d’Abano (1550 – 1316)

I personaggi storici interessanti e originali sono difficili da definire e da catalogare, ma Pietro d’Abano, a causa della sua immagine controversa e poliedrica, appare particolarmente sfuggente. Mago, medico, astrologo, astronomo, filosofo, negromante, alchimista, scienziato? Tutte queste non sono altro che definizioni riduttive: non c’è una risposta univoca che si possa dare alla sua persona, alle sue ricerche e ai suoi studi, ma certamente sappiamo che ha vissuto  in una congiuntura storica irripetibile, ed è stato contemporaneo di uomini del calibro di Dante, Giotto, Marco Polo, autentici viaggiatori dello spirito, inesausti ricercatori assetati di conoscenza.

Il ciclo astrologico di Giotto per il Palazzo della Ragione ispirato da Pietro d’Abano

È la concezione astrologica di Pietro d’Abano a ispirare Giotto nel comporre il misterioso e affascinante ciclo pittorico che decora internamente il Palazzo della Ragione a Padova, perduto nel corso di un incendio e ridipinto dopo il 1420 da alcuni pittori che seguono il medesimo schema iconografico. Si tratta di un ciclo di affreschi straordinario che rappresenta la testimonianza di uno dei rarissimi esempi di cicli astrologici giunti fino a noi. Si tratta di centinaia di riquadri dipinti su una superficie di più di duemilacinquecento metri quadrati che si sviluppa in tre livelli in cui compaiono temi sacri e profani che si propongono come chiavi di lettura del Cosmo rendendo il Palazzo della Ragione un vero e proprio tempio dell’astrologia. Vi compaiono le Costellazioni, i Pianeti, i segni dello Zodiaco, i Mesi e gli influssi che ne derivano sugli uomini e sulla natura.
La concezione che emerge fa riferimento a numerosi trattati di astrologia del medioevo. In particolar modo la visione astrologica di Pietro d’Abano è ispirata dall’opera di Tolomeo “Tetrabiblos”, secondo la quale sono gli astri a influenzare la vita quotidiana degli uomini, il loro carattere e le loro inclinazioni.

Dagli scritti la vastità del suo sapere

Pietro d’Abano nasce ad Abano intorno al 1250 e muore ad Abano nel 1316.
La sua ricerca è caratterizzata dalla traduzione di testi scientifici, greci e arabi, in latino: i Problemata di Aristotele (ai quali aggiuge un suo commentario, l’Expositio Problematum Aristotelis), i Problemata di Alessandro di Afrodisia, vari scritti di Galeno, e Dioscoride. Ottiene una grande fama come autore del Conciliator Differentiarum, quæ inter Philosophos et Medicos Versantur.
Egli è il primo rappresentante dell’aristotelismo padovano, studia Galeno, Avicenna, Averroè,
si appassiona allo studio degli astri e dei loro influssi, indaga i fenomeni naturali, è fine conoscitore della botanica, della mineralogia e della zoologia, mira a una conoscenza profonda e comprensiva dei fenomeni naturali, e riesce ad integrare tra loro queste varie discipline in cui eccelle.

Le sue vicende hanno ispirato molti artisti

Padova, Palazzo della Ragione (foto Antonio Fiorito)

La figura di Pietro d’Abano, ha colpito l’immaginario di numerosi scrittori, diventando un soggetto privilegiato in particolar modo dalla narrativa romantica e proprio grazie alla sua personalità complessa, è stata prescelta come protagonista di romanzi storici e noir.
Johann Ludwig Tieck, scrive un racconto gotico “Pietro d’Abano. Una storia di magia” (1825) in cui lo scienziato appare come una specie di Frankenstein, che grazie alle sue pratiche di magia nera riporta in vita un’affascinante fanciulla. La storia è molto suggestiva e ricca di elementi sovrannaturali, la sua atmosfera è perfettamente in linea col repertorio gotico. Lo scienziato di giorno appare come un celebre e stimato professore dell’Università patavina, ma la notte si trasforma in un negromante che sfidando Dio con le sue arti oscure sovverte l’equilibrio tra la vita e la morte.
Nathaniel Hawthorne si ispira a lui per scrivere il racconto “La figlia di Rappaccini” (1844): lo scienziato Rappaccini, adombra Pietro d’Abano e viene descritto come un austero studioso della natura dai tratti inquietanti: la vicenda si svolge in una Padova medievale e il protagonista è presentato come un fine conoscitore di piante che coltiva e incrocia geneticamente per ricavarne terribili veleni. Rappaccini vive recluso nel suo palazzo provvisto di un orto botanico e coltiva un legame ambiguo e perverso con la figlia della quale s’innamora uno sprovveduto studente ignaro dei guai a cui andrà incontro a causa della sua passione.
Anche il musicista vicentino Giuseppe Apolloni nel 1896 presenta al teatro La Fenice di Venezia “Pietro d’Abano”, un melodramma in tre atti, opera che non riscontra grande successo. Pietro d’Abano vi compare come un eretico e la vicenda, ambientata all’Università di Bologna, è incentrata sull’equivoco rapporto tra padre e figlia.
Ai nostri giorni Pietro d’Abano torna alla ribalta con il romanzo del padovano Renzo Paccagnella, intitolato “Il figlio del Grande Eretico”, Cromografica, Roma, 2012, incentrato sulla figura del figlio di Pietro d’Abano e riedito l’anno successivo col titolo lievemente cambiato “L’eredità del Grande Eretico”, Ciesse Edizioni, Padova 2013, opera complessa con dettagliate ricostruzioni storiche, ispirata al romanzo di Umberto Eco “Il nome della rosa”. La figura che ne esce è quella di un Pietro d’Abano precursore, al pari di Giordano Bruno, della scienza moderna di cui Padova è la culla.

Pietro d’Abano e Padova

Pietro d’Abano è influenzato nella sua formazione dal clima vivace della Padova del medioevo, sede di una delle più antiche e famose università europee, una città che era un faro culturale per il suo tempo. Nel 1300 insegna presso l’Università di Parigi e qui compone gran parte delle sue opere, ma in precedenza si reca a Costantinopoli, probabilmente tra il 1270 e il 1290, città in cui si stabilisce per imparare il greco e per poter leggere i testi di Galeno, Avicenna e Averroè in lingua originale. Costantinopoli in quegli anni era una città culturalmente ricca che stava cercando di recuperare il suo antico splendore sotto la dinastia dei Paleologi. Queste tre città sono luoghi in cui è possibile addentrarsi nell’avventura della conoscenza e ricercare quelle verità che esulano dall’appartenenza specifica a una religione, permettendo così alla ricerca di aprirsi a dimensioni molteplici.

Le accuse di eresia, le opere messe all’indice

Padova, Palazzo della Ragione, veduta della Loggia (foto Antonio Fiorito)

I suoi studi di Averroè, a cavallo tra la scienza della natura e l’astrologia lo rendono inviso alla Chiesa e viene accusato dall’Inquisizione di ateismo, eresia e di praticare magia nera, ma in seguito è prosciolto dalle accuse.
Nel 1307 ritorna a insegnare presso l’Università di Padova medicina, filosofia e astrologia. Affronta un secondo processo da parte dell’Inquisizione, sempre per le accuse di eresia e magia.
Nel 1315, stanco e malato, fa pubblicamente professione di fede cattolica, abiurando le affermazioni che lo avevano posto in contrasto con la dottrina della Chiesa.
Le sue ritrattazioni non gli risparmiano però di dover subire un terzo processo per eresia che prosegue anche dopo la sua morte, avvenuta nel 1316 e si conclude con una condanna al rogo post-mortem. I suoi resti sono dissotterrati per essere bruciati.
Già nel primo “Indice dei libri proibiti” (1559) sono presenti le sue opere, accanto a quelle di Tritemio e di Cornelio Agrippa, ad attestare che la sua fama di eretico si protrae anche nei secoli successivi. Intorno a lui si sviluppano leggende e dicerie, alcune delle quali sostengono che Pietro d’Abano fosse figlio di un demone e gli attribuiscono poteri straordinari.
In realtà, le leggende che lo circondano di una fosca aura di magia sono dovute all’ignoranza e alla superstizione: egli, in quanto profondo conoscitore dei fenomeni naturali possiede una visione anticipatrice delle scienze moderne, poiché mette in discussione l’esistenza di angeli e demoni, cosa impensabile per l’epoca. Non dobbiamo dimenticare inoltre che a quel tempo erano assai poche le persone che conoscevano il greco e quindi era considerato con diffidenza chi sapeva quella lingua. Un’altra cosa che alimentava la diffidenza nei suoi confronti era la sua conoscenza dell’anatomia, i cui studi a Padova sono stati sviluppati e approfonditi nel 1500 dal fiammingo Andrea van Wesel, noto come Andrea Vesalio.

Il metodo conoscitivo di Pietro d’Abano: osservazione e sperimentazione

Padova, Palazzo della Ragione, veduta della Loggia (foto Antonio Fiorito)

Il metodo conoscitivo di Pietro d’Abano passa attraverso l’osservazione e la sperimentazione nello studio della botanica e della mineralogia, pratiche che lo avvicinano agli alchimisti. Tra le immagini che lo rappresentano abbiamo il dipinto di Giusto da Gand , forse con la collaborazione di Pedro Berruguete  (1472-1476 circa) che si trova al Louvre, e la statua  scolpita da G.B. Locatelli nel 1777 che si trova in Prato della Valle ( Marta Celio si è dedicata a catalogare con grande rigore filologico le statue dell’isola Memmia).
L’immagine che appare è quella di uno scienziato-mago aperto alla conoscenza e allo studio di mondi molteplici. Partendo dallo studio dei corpi celesti, Pietro d’Abano si accosta alla complessità dell’umana natura nelle sue mille sfaccettature.
Ripensare ai nostri giorni a Pietro d’Abano e alla sua personalità così libera e non allineata rispetto al suo tempo, ci offre una consapevolezza di come l’avventura della conoscenza, quando è dettata da un desiderio autentico di sapere, si spinga sempre oltre i confini del tempo e del pensiero dominante, rendendo ogni ricercatore della Sapienza un personaggio scomodo e problematico per la morale corrente.

Lucia Guidorizzi