Il rapimento di Persefone

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Abstract

Considerazioni sul mito a margine del dipinto Il ratto di Proserpina, opera di Alessandro Varotari, il Padovanino (Gall. Accademia-Venezia) (1620/21). Si tratta di uno dei miti che ha molto ispirato pittori, scultori e poeti perché ha obbligato e obbliga a mettere in relazione il mondo dei vivi con il mondo dei morti, di cui Persefone è divenuta, non per sua scelta, regina e pone una questione fondamentale relativa alle scelte della donna in fatto d’amore, quanto cioè siano scelte libere e quanto invece costrizioni, nell’Olimpo, nei tempi antichi e nell’oggi.

Il mito: le molteplici letture

Impareremo mai a leggere i miti per quello che sono, cioè per le cose che raccontano (di un tempo primordiale quando gli uomini erano branco) senza le sovrastrutture della teologia, dell’etica, della filosofia, della critica? Di sicuro si può affermare che è l’uomo ‘cantore’, il poeta, a mantenere memoria di precedenti fasi della formazione della coscienza individuale e collettiva e di abitudini rese via via tabù e proibite o deprecate che troviamo rielaborate dal mito mentre la filosofia ne tenta una razionalizzazione e l’etica di confrontarle con abitudini e comportamenti sociali di un tempo futuro. Rileggere certe narrazioni attraverso il destino delle dee (o, se si preferisce, delle donne divine) nelle fasi primordiali della umanità, è, considerate in quest’ottica, senz’altro chiarificatore.
Quel che a noi appare etichettabile in base alla morale, quello che ogni popolo ha strutturato nei millenni, in origine era, o poteva essere o essere stato, semplice comportamento, un ‘fare’ piuttosto che un ‘essere’: il cannibalismo, i sacrifici umani, non solo l’incesto, in certe fasi della evoluzione umana sono esistiti probabilmente soprattutto all’interno delle comunità parentali.
Tutto questo il mito ha spostato dallo spazio/tempo umano allo spazio atemporale del divino (praesentia in absentia), a un tempo cioè antecedente l’arrivo dell’uomo legislatore. Il mito parla del divino in quanto narrazione mentre la maggior parte delle religioni ne dà prova non come discorso, ma per tautologia (“Io sono colui che è”, Esodo 3.14). Quel che per i teologi è atto di fede, per certa psicologia moderna è acquisizione legata alle necessità psichiche dell’uomo: Dio esiste perché è di questo che l’individuo ha bisogno, sapere cioè che esiste un essere assoluto, eterno, immortale. Stessa cosa può dirsi per l’anima: “creatura vivente, dotata di esistenza propria” “che non esisteva grazie a me, ma grazie alla quale io esistevo”. (Jung, Il libro rosso, cap.1.2), come dire: “sono vivo perché la vita mi tiene in vita”, ma che cosa sia la vita, se soffio vitale o respiro o energia o l’ente degli antichi o lo spirito dei moderni ancora non è stato definito e ogni definizione fa riferimento o al gesto di inspirare/espirare che cessa con la morte o, allo stesso modo, con le facoltà superiori, l’astrazione, la creazione; ma il vivere resta un di più di ognuna di queste cose e di tutte messe insieme e non è né astrazione né definizione, è o non è.
Alcuni di questi segreti il mondo greco ha cercato di svelare attraverso le figure del mito, dei dell’Olimpo ed eroi, e i racconti hanno dato di ognuna di queste figure sia il carattere che la storia, per renderle credibili.

Il mito di Persefone/Proserpina: rapita da Ade/Plutone. O di lui innamorata?

Veniamo ora ad una delle figure tra le meno frequentate dai mitografi: Persefone/Proserpina. Appare come il prototipo della donna complice passiva di Ade/Plutone, dio dei morti e del mondo sotterraneo, che si può a ragione definire al contrario come rapitore/aggressore (il mito sembra fermarsi a un passo dal definirlo, a differenza di come spesso viene definito Zeus, il violentatore); una donna che accetta di buon grado di diventarne la sposa (e regina!) da prigioniera e schiava che è stata. Il passaggio di stato può essere la molla che porta Persefone alla scelta? La moderna psichiatria parlerebbe di Sindrome di Stoccolma. Ma al momento del rapimento fissato dal dipinto di Varotari, e anche dalle molte altre raffigurazioni del mito, è evidente la ‘rapacità’ di Ade e la costernazione di Persefone. Del resto le medesime espressioni sono ben evidenti nel celeberrimo gruppo scultoreo il Ratto di Proserpina, del medesimo anno, di Gian Lorenzo Bernini della Galleria Borghese (1621).

Altre considerazioni sul mito

I miti greci hanno a lungo raccontato violenza e rapimenti, spesso nei confronti di una giovane di particolare bellezza, azioni compiute da vecchi nell’immaginario di noi moderni (ma quale è per gli antichi l’idea di vecchiezza degli dei o sono eternamente giovani?); e si può di certo dire che questi atti di violenza, non trovano consenziente la vittima (basti guardare l’espressione di Persefone nel dipinto del Padovanino e quel cocchiere, angioletto per noi oggi, per il mito Eros!), anche quando poi la violenza si trasforma in un privilegio per la vittima che può assurgere al ruolo di regina o moglie/amante di un dio o di un eroe: forse si può rifiutare le avances di un dio o di un eroe, specie se si ha da il dono di un figlio dal dio o dall’eroe?
Le donne sono già state tempo prima ‘ammaestrate’; ci ha pensato Poseidone/Nettuno in lotta con Minerva/Atena per il dominio su Atene: ha rubato loro il diritto di voto e la possibilità di dare ai figli il cognome e ci ha pensato a ripetizione Zeus/Giove, dio scapestrato e insaziabile, nel trasformare ogni donna (e dea) in oggetto sessuale e pretenderne la sottomissione. Naturalmente (oggi possiamo dirlo con un sorriso) nulla c’entrano Zeus e Ade, Era e Demetra, ma quei mitografi che hanno registrato il mutare dei ruoli, maschile e femminile, nella società greca arcaica proiettandola in Olimpo e spostando certi comportamenti, perfino il tempo storico, quello della società regolata dalle leggi, in una realtà atemporale, antecedente, ingiudicabile.

L’Olimpo violento

Si sa quindi che Persefone/Proserpina è presa con la violenza, e si sa che in seguito, almeno a detta di alcuni mitografi, si è lasciata sedurre da Ade (lo testimoniano i sei chicchi di melograna, forse mangiati per errore o forse per amore, che la obbligano a rimanere nell’Ade, accanto al suo ‘padrone’). Altro aspetto non trascurabile: Ade è suo zio, e si sa che gli incesti hanno violenza e durata, perciò le è concesso l’adulterio (con Adone) anche a rischio dell’ira di Afrodite/Venere che gli occhi su Adone li ha posti da tempo.
Era/Giunone, dopo essere scampata al cannibalico padre Crono, è sempre sul chi vive per le scappatelle del marito e fratello Zeus (qui tutto in famiglia), che sa peraltro castigare con vendette tremende (molto temute da Zeus); ma è più forte di lui inseguire pervicacemente dee, ninfe, donne giovani e attraenti. Noi moderni dimentichiamo che deve popolare la terra e dare un capostipite a popoli e nazioni, con buona pace di Era!

Persefone e il ciclo delle stagioni

Tornando a Persefone, il suo compito, oltre che di regina dell’Ade, diviene quello di regolatrice del ciclo della vita sulla terra attraverso il mutare delle stagioni, in perfetta sintonia con sua madre, Demetra/Cerere, la Madre Terra. Per evitare l’isterilimento della terra a causa dell’ira della madre, che non ha gradito il rapimento della figlia da parte del fratello, a Persefone, come anticipato, è consentito di vivere per sei mesi alla luce del sole, trascorsi i sei mesi di quasi prigionia nel mondo sotterraneo, massima concessione al rapitore. Così Demetra impone ad Ade il ciclo delle stagioni. E in questo il potente dio degli Inferi deve subire la volontà della sorella, piuttosto facile all’ira (Demetra/Erinni), per aver subito lei stessa violenza da Poseidone e per niente disposta a perdere la figlia per sempre; fuor di metafora: a impedire che la terra inaridisca, presa nella morsa del gelo, senza il ritorno del sole.

Alessandro Cabianca

Riferimenti

1) Si consiglia Il ratto di Proserpina di Claudiano da Giovan Domenico Bevilacqua in ottava rima tradotto. All’Illustrissimo et Eccellentissimo Signor Don Francesco di Moncada Prencipe di Paternò, Duca di Montalto, con gli argomenti et Allegorie di Antonino Cingale e con la prima, e seconda parte delle rime di esso Bevilacqua. In PALERMO, Per Gio. Francesco Carrara. MDLXXXVI.

2) Alessandro Varotari nasce a Padova nel 1588 e dal padre Dario apprende in famiglia la pittura con la sorella Chiara, pure pittrice. Si forma studiando gli affreschi di Tiziano alla Scuola del Santo di Padova. A 26 anni si trasferisce a Venezia. A Roma scopre gli affreschi di Michelangelo e di Bartolomeo Carracci. Nella sua pittura si trovano inoltre influssi di Palma il giovane, di Veronese, di Schiavone mediati attraverso il cromatismo dei pittori veneziani e di Tiziano in particolare.